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Categoria: Storia e personaggi
Creato Lunedì, 20 Settembre 2004

Palmiro Togliatti: il "Migliore" rispetto a chi?, di Luciano Nicolini (n°42)

A quarant’anni dalla morte di Palmiro Togliatti, che fu, fino al 1964, capo incontrastato del Partito Comunista Italiano (e uno dei maggiori esponenti dell’internazionale stalinista), numerosi articoli, apparsi sui principali quotidiani nazionali, ne hanno ricordato la vita e il pensiero.

Ha aperto le danze Mario Pirani, su "la Repubblica" del 20 agosto, tirando, come si suol dire, l’acqua al suo mulino.

"L’assunto da cui parto" – scrive – "è che Togliatti fu il più preminente capo politico che la sinistra italiana abbia avuto nel corso del XX secolo e che la sua eredità, in positivo e in negativo, marchi a tutt’oggi i suoi successori, succubi di una disfatta epocale, ma anche ad essa sopravvissuti grazie ai resti di un lascito patrimoniale che risale, lo vogliano o no, proprio al togliattismo". Assunto incontestabile (se si considera lo stalinismo un movimento di sinistra) col quale detti successori, secondo Pirani, non avrebbero mai fatto i conti fino in fondo.

"Certo – prosegue – una profonda rivisitazione critica non poteva fermarsi alla condanna pura e semplice dello stalinismo, ma doveva riproporsi la scelta del 1921, quando il partito comunista d’Italia nacque da una scissione del partito socialista, dal ripudio del riformismo e dall’adesione alla Terza Internazionale, come sezione locale di un movimento rivoluzionario mondiale, guidato da Mosca (...)". Per concludersi, secondo l’autore, non tanto col ripudio dell’esperienza della Terza Internazionale, quanto con l’adesione alla pratica collaborazionista del partito socialista, abbandonando ‘quel filone anti socialista che permase attraverso i decenni e permane ancora oggi nelle file diessine, così da spostare a destra una parte dell’elettorato e dei quadri dirigenti del Psi’.

Insomma, l’errore compiuto dal PCI nel corso della propria trasformazione in DS, sembra dire, non è stato quello di non condannare, in modo chiaro e netto, le pratiche bolsceviche, bensì quello di lasciarsi scappare De Michelis!

Del resto la stessa scelta stalinista del PCI, secondo Pirani, fu un peccato veniale; perchè, grazie ad essa, il Partito Comunista "resterà nella clandestinità l’unica forma organizzata e permanente di opposizione al fascismo".

"Senza il retroterra e il mito sovietico cui riferirsi, senza il sostegno di Stalin, quella militanza organizzata, pur nelle sue ridotte dimensioni, sarebbe stata travolta, seguendo la sorte dell’assai più consistente partito socialista; senza quella continuità di militanza non vi sarebbe stata la presenza aggregante – da Nenni a Pacciardi – dei garibaldini nella guerra di Spagna, i primi grandi scioperi di Torino e Milano nel ’42, la potenziale capacità di suscitare e organizzare la Resistenza dopo l’8 settembre, la sapienza strategica che dette vita alla grande alleanza antifascista (...)".

Ma, dove ha studiato Pirani? Nelle scuole quadri del PCI?

Che, senza i soldi elargiti da Stalin, il Partito Comunista sarebbe scomparso, è senz’altro ipotizzabile. Ma, in primo luogo, è falso che sia stato, nella clandestinità, l’unica forma organizzata di opposizione al fascismo; in secondo luogo, i "garibaldini" non furono certo la sola, né la prima, "presenza aggregante" per gli antifascisti italiani durante la guerra di Spagna; quanto poi ai grandi scioperi illegali, alla resistenza, e all’alleanza antifascista che si venne a creare in tale contesto, chiunque abbia esperienza personale di lotte sa bene che sono tutte cose che nascono spontaneamente o non nascono affatto: le organizzazioni politiche o sindacali servono, casomai, quando ne sono capaci, a dar loro continuità e indirizzo.

"I quattro anni che seguiranno, dal 1944 al 1948 – afferma l’autore – saranno quelli in cui rifulgerà la genialità politica togliattiana e in cui verranno gettate le fondamenta su cui ancor oggi si reggono gli eredi del Pci" (...) "L’atto fondativo della complessa operazione che in pochi anni portò il piccolo partito di marca bolscevica a trasformarsi nella più grande organizzazione politica di massa dell’Italia libera fu la svolta di Salerno, quando Togliatti propose, contro l’avviso di repubblicani e socialisti, di accantonare la pregiudiziale anti monarchica".

Bella prodezza! Accettare una monarchia che, dopo aver messo al potere il fascismo, aveva mandato gli Italiani a farsi massacrare e, sul più bello (o, meglio, sul più brutto) si era data alla fuga!

Neanche tanto "geniale": è evidente che l’idea di "accantonare la pregiudiziale anti monarchica", era funzionale alla politica estera di Mosca.

"Due atti di rilevantissimo significato - prosegue, imperterrito, Pirani – servirono, in quel periodo, a misurare concretamente il perimetro politico e ideale scelto dal Pci: il primo fu l’approvazione dell’art. 7 della Costituzione che sanciva l’inserimento nella Carta del Concordato con la Chiesa (...); il secondo fu l’amnistia che Togliatti, ministro Guardasigilli, promosse e firmò a beneficio degli ex fascisti repubblichini (...)".

Del primo atto, che riportò indietro la nazione di un secolo, stiamo pagando ogni giorno le conseguenze; il secondo fu, come tutte le amnistie, profondamente ingiusto: le amnistie hanno senso, e sono benvenute, solo quando sono generalizzate a tutti i tipi di reato; altrimenti, si chiamano favoritismi.

"Tuttavia, così operando – conclude Pirani – Togliatti non abbandonò mai il legame con l’Urss, ne esitò ad esaltare Stalin (incredibile fu la celebrazione del suo 70° compleanno: da ogni villaggio, fabbrica, organizzazione territoriale vennero inviati doni all’amato Baffone, con in cima un’Alfa di gran lusso offerta dal Comitato centrale)" (...)

"E’ in questo frangente, negli ultimi anni della sua vita, che la strategia di Togliatti mostra un limite e una contraddizione organica che egli non riesce a superare" (...)

"Perchè un uomo che aveva dato tante prove di lungimiranza rifiutò, quando la Storia gliene offrì l’occasione, di liberare in tempo il suo partito dall’abbraccio mortale con l’Unione Sovietica?"

Curiosa domanda. Perchè mai avrebbe dovuto farlo? Aveva servito fedelmente Stalin in Spagna, non esitando a far assassinare i migliori militanti della sinistra; era andato a braccetto col re e col papa; aveva persino concesso l’amnistia ai fascisti, pur di non disturbare la politica estera dell’URSS ...

A Pirani sarebbe piaciuto che avesse "liberato in tempo il suo partito dall’abbraccio mortale con l’Unione Sovietica". Così oggi, forse, troveremmo, nel partito di Fassino e D’Alema, anche De Michelis e, magari, Berlusconi.

Tutti insieme, appassionatamente, al governo: uno scenario da far accapponare la pelle!

La benevola sentenza su Togliatti pronunciata da Pirani che, come abbiamo visto, sostanzialmente, lo incolpa solo di non aver avuto il "coraggio", dopo la caduta del fascismo, di staccarsi da Mosca, non è piaciuta a Giovanni Morandi che, dalle pagine del "Resto del Carlino – Quotidiano Nazionale", il giorno successivo, ha risposto:

"Per riequilibrare il giudizio è giusto invece ricordare che Togliatti fu il capo del maggior partito comunista dell’Occidente perchè dimostrò sempre una conformistica fedeltà allo stalinismo e anche quando Stalin non c’era più si riconobbe più nell’ala destra del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che in quella dei riformatori". Come tutti sappiamo.

E aggiunge: "Sarebbe troppo facile ricordare che Togliatti fu quell’Ercoli che siglava gli elenchi dei trozkisti o presunti tali, molti dei quali italiani, i cui nomi il Kgb inseriva nelle liste di quelli che sarebbero stati processati e condannati in processi farsa, che si concludevano con la fucilazione o con la deportazione in Siberia".

Spiace dirlo: l’articolo risulta assai meno comico di quello di Pirani.

Ma il massimo della (involontaria) comicità lo raggiunge Gianpasquale Santomassimo, in un articolo agiografico apparso sul "Manifesto" del 31 agosto quando, a proposito di Togliatti, afferma che: "Dopo aver mostrato attitudine a saper volgere le traversie in opportunità, e a saper cogliere elementi positivi di sviluppo anche dalle politiche non condivise, il personaggio trovò infine la sua piena valorizzazione nella stagione dei Fronti popolari, a cui partecipò, come oggi sappiamo più chiaramente che in passato, non solo come dirigente dell'Internazionale comunista, ma anche come responsabile e dirigente effettivo dei comunisti spagnoli (...)".

Sarebbe stato lui, dunque, il regista "effettivo" dei tradimenti perpetrati ai danni del proletariato e degli assassinii di compagni effettuati da quello screditato partito, e in ciò avrebbe trovato "la sua piena valorizzazione".

Se questo era "il Migliore", figuriamoci gli altri ...

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