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Categoria: Cinema
Creato Lunedì, 01 Gennaio 2007

Black Book, recensione di Luca Baroncini (n°87)

di P. Verhoeven

con C. van Houten, T. Hoffman, H. Reijn, S. Koch

Dopo il tipico percorso hollywoodiano di ascesa (“Robocop”, “Atto di forza”, “Basic Instinct”) e caduta (“Showgirl”) e gli ultimi due film (“Starship Troopers” e “L’uomo senza ombra”) con parecchie cose da dire ma soffocati dai rigidi vincoli produttivi di una major, l’olandese Paul Verhoeven torna in patria. Il suo sguardo si posa con la consueta virulenza sulle peripezie di una soubrette ebrea in fuga dal nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Una densità di eventi (dalla morte dell’intero nucleo familiare ai continui doppigiochi per non soccombere) da far impallidire anche l’eroina più romanzesca. Ed è proprio l’avventura, quasi fumettistica nella rapidità con cui i fatti si complicano e si risolvono, a interessare il regista che, assimilata l’esperienza d’oltreoceano, costruisce uno spettacolo fitto e coinvolgente.

Il rischio è di non trovare il giusto equilibrio tra il peso della storia e l’intrattenimento, ma Verhoeven, nonostante le parecchie approssimazioni e semplificazioni previste nella sceneggiatura (di cui è coautore), conferma la sua abilità per una messa in scena dinamica e, a tratti, perturbante. Non tutto funziona nel film e soprattutto la seconda parte soffre di una voglia di stupire con troppi ribaltamenti e colpi di scena, quasi meccanici nel loro scandito susseguirsi. Così come appaiono schematici i personaggi, soffocati da psicologie spicciole e funzionali soprattutto allo scorrere del racconto. Anche la protagonista finisce per risultare inafferrabile nel suo racchiudere, con estrema femminilità, rabbia e bisogno d’amore e se lascia un segno è grazie allo sguardo malizioso e al corpo sinuoso della pungente (ma non sferzante) Carice van Houten.

Nel troppo che ne deriva, un’unica certezza: Paul Verhoeven non va per il sottile, qualunque argomento decida di trattare, ma lo fa con stile e personalità. E l’assenza di ideologia con cui tratta una materia molto rischiosa e ampiamente dissertata (il male e il bene sono ovunque e non ci sono morali a cui piegare i personaggi) è segno di una lucidità di sguardo che, pur nell’accumulo, è cosa sempre più rara. Quindi preziosa.

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