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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 31 Maggio 2018

Uomo che pescaCannes 2018: quel che resta del festival, di Luca Baroncini (n°213)

Quando pronunci la parola Cannes negli occhi dell’interlocutore si accende un immaginario fatto di eleganza, auto di lusso, alberghi sontuosi, spiagge esclusive, divi sorridenti, feste mondane e poi anche film. La realtà, per un festivaliero d.o.c., è molto meno scintillante perché sono quasi unicamente i film, e il tentativo di vederne il più possibile, il vero obiettivo delle lunghe ma velocissime giornate.

Si comincia a essere in fila alle otto del mattino, a volte anche prima, e si finisce con la fila per salire sull’autobus notturno, dopo essere entrati e usciti da storie di ogni tipo, per lo più dolorose, di geografie vicine e lontane che il cinema, con il suo bagliore potentissimo, è in grado di far luccicare e riverberare nel nostro inconscio. 

Ma ha senso elencare registi dai nomi complicati e titoli ancora non definitivi per il nostro mercato che dopo pochi secondi vi sarete già dimenticati? Probabilmente no. Allora è meglio che all’elenco di alcuni nomi, inevitabile, si abbini un fil rouge dell’esperienza vissuta per cercare di capire dove il cinema, e noi di riflesso, stiamo andando. Una visione per forza di cose parziale e soggettiva. Tutto, al di là dei contesti, spesso diversissimi, sembra convogliare l’urgenza comunicativa di molti cineasti verso il tentativo di capire, interpretare, scardinare, quell’istituzione spesso controversa, anelata, odiata, sempre messa in discussione ma alla fine perseverante che è la famiglia. Accade nel bel film Shoplifters di Hirokazu Korèeda, vincitore della Palma d’Oro, dove il legame di sangue passa in secondo piano rispetto alla capacità di essere accolti, abbracciati e protetti, anche se da persone tutt’altro che esemplari. Un corto circuito tra ragione e sentimento che va in profondità e fa riflettere. Il tema, declinato in varie e differenti accezioni, è trasversale a tutte le sezioni. Succede ad esempio, nel polacco Fugue di Agnieszka Smoczynska presentato nella “Semaine de la Critique”, che una donna torni alla propria famiglia dopo due anni di amnesia e non provi più alcuna empatia con il marito, il figlioletto, i genitori. È un’estranea e tentare di ricostruire da zero legami dati per scontati farà emergere un’amara verità. Diverso il caso dell’americano Nancy, diretto da Christina Choea e presentato al Marché, già vincitore per la sceneggiatura al Sundance, in cui una donna, alla morte della madre adottiva, deduce di essere la figlia di una coppia di anziani, da trent’anni alla ricerca della figlia misteriosamente scomparsa. Inserirsi in un nuovo nucleo, scoprire il calore e l’affetto mai provati, porteranno a consapevolezze definitive, dolorose ma liberatorie. Si contrappongono invece famiglie agli antipodi in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, vincitore del premio per la sceneggiatura: da una parte una marchesa cattiva con famiglia tradizionale annessa che sfrutta l’ignoranza per il profitto, dall’altra quella allargata dei contadini ingenui e fuori dal mondo di una tenuta agricola. A fare da collante tra i due nuclei il candido Lazzaro del titolo che fa amicizia, così almeno crede, con il figlio viziato della marchesa. La favola ha convinto i più,  soprattutto perché trasuda personalità nel suo andare così controcorrente (echi di Neoralismo e di Pasolini, un lupo di francescana memoria) ma lascia un po’ scettici sul senso del racconto che pur scivolando piacevolmente nella favola sembra volersi ammantare di troppi significati. Per restare all’Italia, la ritrovata complicità familiare è invece alla base del rapporto tra due fratelli diversissimi in Euforia, seconda, riuscita, regia di Valeria Golino. Uno è un omosessuale vitale e un po’ narciso (Riccardo Scamarcio, bravo e mimetico), l’altro è un marito in crisi a cui è stato diagnosticato un male incurabile (Valerio Mastandrea che traveste tutti i personaggi da Valerio Mastandrea). In fondo per raccontare una storia non servono grandi eventi o l’originalità a tutti i costi, ma la capacità, mai scontata, di rendere vivi e credibili i personaggi e Valeria Golino conferma la sensibilità alla base del suo sguardo. La vorresti amica complice con cui confidarti perché in grado di capire senza giudicare.

Totalmente diverso l’approccio di Meryem Benm’ Barek in Sofia (premio alla sceneggiatura nella sezione “Un certain regard”), dove il cinema diventa strumento di denuncia contro una legge assurda che in Marocco vieta ogni relazione sessuale al di fuori del matrimonio. La giovanissima protagonista è incinta, senza un uomo al suo fianco e si trova a subire ogni tipo di umiliazione e ad architettare strategie per evitare di essere arrestata. La famiglia, in questo caso, come copertura, ma ovviamente la felicità è altrove.

Il cinema finisce quindi per riflettere la società e le sue contraddizioni e il festival è stata occasione davvero ghiotta per ascoltare voci differenti. Tolti i film, cuore pulsante del festival, di tutto il resto avrete sicuramente già sentito parlare: niente selfie e fotografie in passerella, niente film Netflix per tutelare la priorità della sala cinematografica e niente proiezioni anticipate per la stampa, per evitare che alla prima ufficiale il film, se inviso alla critica, arrivi già corredato da fischi e pareri negativi. Se tutti questi NO, voluti dal Delegato Generale Thierry Frémaux (alla guida del festival dal 2001), sono risultati un po’ antipatici e hanno contribuito a dare l’idea di un colosso immobile e incapace di stare al passo con i tempi, sono però anche serviti per dare al festival una visibilità che, con il programma austero e i pochi divi in trasferta, probabilmente non avrebbe avuto. L’immagine che più mi rimane impressa, però, nel tourbillon di proiezioni e file e chiacchiere, è quella di un uomo in spiaggia, al mattino presto, intento a pescare incurante di tutto ciò che a poche centinaia di metri gli sta per rombare intorno. Un’immagine che aiuta a dare alle cose la giusta priorità. Se, infatti, il cinema è un’incredibile opportunità di riflettere sulla propria vita attraverso quelle degli altri, la vita, quella vera, è fuori dagli schermi ed è lì, in quel confine sottile dove i sogni si infrangono per realizzarsi o crollare, che bisogna smetterla di osservare e cominciare ad agire.

 


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