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Categoria: Cinema
Creato Domenica, 22 Aprile 2018

Ragazza in biciclettaLe donne della mia vita, recensione di Luca Baroncini (n°211)

di Mike Mills 

con Annette Bening,  Elle Fanning, Greta Gerwig, Billy Crudup

In Italia non è uscito in sala ma solo in dvd con il titolo anonimo “Le donne della mia vita”. L’originale “20th Century Women” suonava decisamente meglio. Nel 2017 è stato candidato all’Oscar per la sceneggiatura originale di Mike Mills, anche regista.

Nel cast si distinguono il carisma di Annette Bening e la capacità di aderire ai personaggi di Greta Gerwig, quest’anno più che mai sulla cresta dell’onda per l’interessante debutto alla regia con “Lady Bird”, ed Elle Fanning, ormai icona di turbamento adolescenziale. 

Probabilmente nelle sale lo avrebbero visto in pochi perché non si sbraita (oddio, qualche volta sì, ma non si cerca mai la scena madre risolutiva), non ci sono misteri da svelare, colpi di scena e non c’è nemmeno un cattivo da combattere. Solo la vita, con il suo scorrere non sempre così adrenalinico ma originale. 

Al centro del racconto il giovane quindicenne Jamie che vive con la madre single Dorothea e prova a fare ciò che tutti i quindicenni cercano da sempre di fare: uscire incolume da quella fase piena di sollecitazioni e insidie che è l’adolescenza. La madre cinquantacinquenne vive di contraddizioni e proprio per questo risulta personaggio vero, sfumato, non a senso unico: è indipendente ma anche bisognosa di conferme, dolce ma piuttosto dura. Nella grande e fatiscente casa in cui vive alterna aperture a rigidità e coinvolge nell’educazione del figlio anche la di lui amica del cuore e la giovane inquilina che contribuisce alle spese. L’unico punto di riferimento maschile è un aitante tuttofare che potrebbe essere più di un amico. 

Il film è tutto giocato sull’esplicitazione dei diversi punti di vista dei personaggi, nei confronti in camera da letto o intorno a un tavolo, nei giorni che si sommano nell’assenza di grandi eventi, nei pensieri che grazie alla magia del cinema siamo in grado di ascoltare, attraverso un impasto di vita che contribuisce a creare in ognuno un’identità sempre più definita e in noi sorrisi venati di malinconia. 

Lo sguardo è affettuoso e permeato di un’ironia sottile, i caratteri lontani da qualunque cliché, per questo a volte anche respingenti. Determinante il contesto storico (siamo nel 1979) che emerge da filmati di archivio, televisioni accese, canzoni e che proietta i personaggi, e noi con loro, in un’epoca di grandi cambiamenti, dalla Grande Depressione, in cui è nata Dorothea, a Jimmy Carter (il celebre discorso sulla “crisi della fiducia”), passando per il Vietnam. Un periodo di grande fermento in cui vengono poste le basi di ciò che siamo noi adesso. La sensazione di essere stati testimoni di un punto di vista prezioso trova le sue radici nella riflessione sul tempo, con il suo scorrere incessante, a cui il film induce. Un tempo che il film prova a sondare raccontando l’importanza della memoria, sempre personale e mai oggettiva, come cartina di tornasole del presente. 

Può sembrare banale, ma come sempre ciò che conta non è il cosa ma il come. E Mike Mills dirige e scrive con sensibilità un’opera capace di farsi comunicativa e di proiettarci con indulgenza nei nostri ricordi e nella loro forza evocativa.

 

 

 

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