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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 02 Novembre 2017

HUMAN FLOW-Ai Weiwei Human Flow, recensione di Luca Baroncini

di Ai Weiwei

Ai Weiwei è artista, designer e attivista cinese di fama mondiale. Ora anche regista. Monumentale e davvero ardua la sfida che raccoglie: dare visibilità al flusso migratorio globale mostrandolo in un documentario girato intorno al mondo attraverso 23 paesi (tra cui Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Kenya, Messico e Turchia).

Un tentativo davvero ambizioso di dare voce a chi non ce l’ha mettendo in scena la quotidianità di chi, per fuggire da guerre, carestie e cambiamenti climatici, abbandona il proprio paese in cerca di un altrove migliore. Un flusso che ha coinvolto più di 65 milioni di persone nel mondo determinando il più grande spostamento umano dalla Seconda guerra mondiale. 

L’opera di Weiwei è prima di tutto interessante, perché pone interrogativi sulla necessità di questo sradicamento che comporta un incredibile spirito di adattamento oltre che grande coraggio, determinazione e resistenza fisica. Il documentario si sofferma sui luoghi e sui protagonisti. Nessuna deriva estetizzante, come da alcuni gridato al Festival di Venezia dove era in concorso, ma immagini raccolte dal cellulare, panoramiche effettuate con droni e altre sicuramente più ricercate e belle (e non è per forza un male). Anche la presenza del regista, ogni tanto in scena per spezzare la narrazione e renderla probabilmente più fluida, pur non aggiungendo granché non disturba. 

Ciò che manca è forse un po’ di organicità nell’assemblare tanta vibrante materia che alla lunga (e 140 minuti sono tanti) prende la forma dell’elenco e finisce per fare più volume che rumore. Resta anche, davanti alla storia di paesi di cui non si sa molto, la curiosità di capire più nel dettaglio cosa ha spinto tante persone verso una scelta così radicale, invece il regista evita del tutto di soffermarsi sulle cause e punta la sua attenzione unicamente sulle conseguenze. 

La deriva sensazionalistica è dietro l’angolo, ma il regista riesce quasi sempre ad arginarla fermandosi prima di cadere nella facile (perché non supportata a dovere) indignazione. Nel complesso un’opera significativa nel suo essere specchio della contemporaneità, ma anche superficiale nel lanciare stimoli che non si premura di approfondire.

 

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