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Categoria: Cinema
Creato Giovedì, 01 Giugno 2017

Nicole KidmanCannes 2017: Voilà le festival! di Luca Baroncini (n°202)

Premessa importante: quando leggerete questo articolo i premi attribuiti dalla giuria capitanata da Pedro Almodovar saranno già noti, mentre ora mi trovo a tre quarti del guado e tutto, o quasi, può ancora succedere. Si possono comunque già delineare alcune considerazioni generali.

La sensazione che si trattasse di un’edizione cinematograficamente moscia era nell’aria e i film visti finora in concorso la confermano. Alcune opere interessanti, ma nulla di folgorante, come dal festival più importante del mondo, per di più nell’occasione del settantesimo anniversario, era lecito attendersi. Una macchina organizzativa mastodontica, e piuttosto complessa, riesce miracolosamente a non far collassare la folla oceanica che per dodici giorni si riversa sulla Croisette, il viale elegante che costeggia il litorale della cittadina francese di Cannes. A complicare le cose i controlli relativi alla sicurezza, quest’anno più che mai accurati, che rallentano inevitabilmente l’accesso nelle sale. Curioso che tutta la grandeur sfarzosamente esibita sia esclusivo appannaggio di addetti ai lavori e invitati a discrezione dell’organizzazione. Il festival di Cannes è infatti un evento in cui il pubblico è escluso, non ci sono biglietti in vendita e anche la passerella, consueto bagno di folla per star e aspiranti tali, quest’anno ancora più blindata delle edizioni precedenti, è ad uso e consumo dei media e molto lontana dalla pazza folla che scalpita nelle retrovie. Una manifestazione, quindi, tesa soprattutto a celebrare se stessa e il proprio luccicante potere che però, se si riesce a fruirne, offre ottime opportunità di confronto, conoscenza e scambio. Per dodici giorni, infatti, è il cinema a dominare ogni conversazione. Dai curiosi con il naso all’insù che passeggiano in cerca di inviti e autografi, alle discussioni tra accreditati sui film visti, agli attori e registi che sfruttano la vetrina per rinvigorire le loro carriere, agli affari che si concludono nel Marché, dove i film si vendono.

In questa edizione tante pure le gaffe. Prima si è cominciato allargando il concorso anche alle nuove piattaforme on demand con due film Netflix (cosa, tra l’altro, che Venezia fa già da un po’), salvo poi dichiarare, una volta appurato che i due film non verranno distribuiti al cinema, che nel 2018 le opere che vorranno concorrere per la Palma d’oro dovranno per forza uscire nelle sale. A intorbidire ulteriormente le acque ci si è messo pure Pedro Almodovar con le sue dichiarazioni a tutela dei film in sala, dando l’idea che le opere Netflix in competizione rischino di essere snobbate. Roba da invalidare il concorso. Ma la cosa più spiazzante è che i due film oggetto del contendere non sono niente di che. Uno, Okja di Bong Joon-ho, è la storia di un maiale gigante creato in laboratorio, dell’amicizia con la bambina che lo ha allevato e della lotta per evitargli il macello, ed è davvero poca cosa, un pasticcio sopra le righe che spreca Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal e si lascia apprezzare solo per gli effetti speciali. L’altro, The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach, è una commedia intimista su una famiglia newyorchese dove si indaga la difficoltà di realizzazione personale dei singoli membri, e anche in questo caso la cornice (soprattutto il cast sontuoso composto da Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman ed Emma Thompson) incuriosisce più degli sviluppi. Seconda gaffe di rilievo quella relativa all’attesissimo ritorno di Twin Peaks, che è andato in onda prima in televisione che a Cannes facendo, di fatto, perdere importanza all’evento, che raggiunge i festivalieri quando tutti ormai ne hanno ampiamente digerito la sorpresa. Il fatto è che la rigidità del festival andrebbe un po’ smussata, perdendo in protocollo ma guadagnando in freschezza, con meno snobismi e più attenzione a ciò che accade, davvero, nel mondo.

Comunque sia, al di là delle polemiche, pane quotidiano quando si è così esposti, Cannes resta appuntamento imprescindibile per chi ama il cinema e di opere degne di nota ce ne sono state. Dovendo portare a casa qualche fotogramma, ho due sequenze a cui continuo a pensare e che appartengono a due film che hanno le potenzialità, ma non è detto (i premi deludono spesso le aspettative), per rientrare nel Palmares: Loveless di Andreï Zviaguintsev e The Square di Ruben Östlund. Il primo è un film durissimo dove due genitori, mostruosi nella loro inconsapevole crudeltà, sono in via di separazione e il figlio dodicenne diventa parte del loro contendere e dei loro rinfacci, un ostacolo alla possibilità di rifarsi una vita. Il bambino che piange, disperato ma in silenzio, nascosto dietro alla porta del bagno mentre il padre e la madre litigano furiosamente, grazie soprattutto all’efficacia della regia è una pietra sul cuore difficile da rimuovere. Il secondo, invece, smaschera l’ipocrisia dei salotti borghesi attraverso le gesta quotidiane del direttore di una galleria d’arte svedese. C’è una sequenza strepitosa in cui a una cena di gala irrompe nell’elegante salone un uomo che si comporta come una scimmia. Dapprima tutti pensano di trovarsi davanti a un’esibizione perfettamente calcolata, ma la progressione apre le porte al dubbio ed è proprio nella perdita di ogni certezza che ognuno ha modo di mostrare la sua vera faccia. Che non è delle migliori.

Lode, infine, a Nicole Kidman, che potrebbe limitarsi a vivere di rendita facendo qualche pubblicità o un filmetto commerciale ogni tanto, e invece continua a sperimentarsi ed è presente al festival con ben quattro titoli, due in Concorso (il discusso The Killing of a Sacred Deer di Yorgos Lanthimos e il piacevole ma un po’ sbrigativo L’inganno di Sofia Coppola), uno Fuori Concorso (il criticato How to Talk to Girls at Parties di John Cameron Mitchell) e la miniserie televisiva Top of the Lake: China Girl firmata da Jane Campion, unica donna nella storia del festival ad avere vinto la Palma d’Oro (con l’indimenticato “Lezioni di piano”). Grande assente il cinema italiano, escluso dalla sezione principale. Raccoglie consensi, però, Cuori Puri di Roberto De Paolis alla “Quinzaine des réalizateurs”, divide Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza alla “Semaine de la critique” e viene unanimemente stroncato Fortunata di Sergio Castellitto nella sezione “Un Certain Regard”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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