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Categoria: Cinema
Creato Mercoledì, 01 Marzo 2017

Call Me By Your NameQuattro giorni alla Berlinale, di Luca Baroncini (n°199)

Anche i festival seguono fasi cicliche. Ci sono annate buone e altre meno buone. È già un paio d’anni che la Berlinale, pur offrendo uno sguardo a 360 gradi molto interessante sul panorama cinematografico mondiale, non riesce a trovare opere davvero rilevanti in grado di imporre uno stile e lasciare un segno nell’immaginario.

L’edizione in corso conferma, almeno nei primi giorni (di solito i più effervescenti), la tendenza in atto. Soprattutto nel Concorso, cuore del festival, si succedono infatti opere che non convincono. Delude The Dinner, che il regista israelo-americano Oren Moverman trae dal bel romanzo “La cena” dell’olandese Herman Koch, in cui due coppie si trovano al ristorante per decidere il futuro dei loro figli, complici nell’omicidio di una barbona. Denunciarli o proteggerli? Il sarcasmo delle pagine scritte diventa grevità sul grande schermo e perde gran parte della sua efficacia. Anche la comicità austriaca cade nel vuoto (Wild Mouse, di Josef Hader, in cui un giornalista musicale affermato cerca vendetta nei confronti di chi lo ha licenziato), così come le pretese poetiche dell’immancabile deriva sociale (la via crucis di una madre in Congo in cerca dei soldi per operare il figlio incidentato in Félicité del franco-senegalese Alain Gomis) e il thriller vegano Pokot di Agnieszka Holland (sono forse gli animali a uccidere i cacciatori di una cittadina polacca al confine con la Repubblica Ceca?).

Qualche sorpresa arriva invece dalle sezioni collaterali, probabilmente più libere da vincoli rispetto alla solennità di un concorso internazionale. Colpisce, ad esempio, il brasiliano Como Nossos Pais di Laís Bodanzky in cui, lontano dagli stereotipi culturali e sociali (niente carioca e favelas insomma), si entra nel quotidiano di una donna che cerca un equilibrio tra il suo essere moglie, madre, figlia, amante e lavoratrice, non necessariamente in quest’ordine. Percorso irto di ostacoli e moralismi che la protagonista indaga con intelligenza, grazie a una sceneggiatura priva di certezze e piena di sfumature e a una macchina da presa trasparente e al servizio dei personaggi e dei bravi interpreti. Ottiene consensi unanimi anche il regista più bistrattato in Italia e adorato all’estero, il palermitano Luca Guadagnino, con Call Me by Your Name, trasposizione dell’omonimo romanzo dello scrittore statunitense André Aciman e sceneggiato insieme a nientepopodimenoche James Ivory (regista di “Camera con vista” e “Casa Howard”, tanto per citare alcuni dei suoi film più giustamente celebrati). Sulla scia di “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci, il film racconta la nascita della forte intesa tra un giovane diciassettenne e il tirocinante americano ventiquattrenne del padre, eminente professore universitario. Il contesto è l’alta borghesia lombarda dei primi anni ’80, in una villa di famiglia dove tutti passano il tempo ad acculturarsi e annoiarsi, durante un’estate torrida e seducente come tutte le estati dei percorsi di formazione che si rispettino. Le dinamiche raccontate sono universali e oltre i confini di classe e sesso. Guadagnino riesce infatti ad andare alle radici dell’attrazione e a dare luce al momento in cui il desiderio prende forma e si trasforma in gesti e azione. Quando leggerete queste righe saprete di sicuro chi ha vinto il festival. Con tutta probabilità lo avrete anche già dimenticato.

 

 

 

 

 

 

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