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Categoria: Cinema
Creato Mercoledì, 01 Marzo 2017

Locandina del film "Vi presento Toni Erdmann"Vi presento Toni Erdmann, recensione di Luca Baroncini

di Maren Ade

con Peter Simonischek, Sandra Hüller

Si può decidere di vivere la vita seguendo le convenzioni, oppure rompendo schemi e regole. Capita, se non ci si pone troppe domande, comunque non quelle giuste, di trovarsi intrappolati nel mantra “lavora, compra, consuma, muori”, così come succede di fare tutto quello che si presume giusto finendo per sentirsi, invece, profondamente insoddisfatti.

Tantissime le sfumature che ci permettono di evitare gli estremi e convivere pacificamente con evidenti contraddizioni, ma il cinema, si sa, ama superlativi ed eccessi.

Il film della tedesca Maren Ade pone quindi a confronto due personalità agli antipodi, complicandole con un rapporto di parentela per sua natura molto spesso conflittuale. Lei è una figlia che cerca, come tutti, il proprio posto nel mondo e si illude di averlo trovato in una grande azienda dove occupa un ruolo manageriale. Lui è un padre, insegnante di musica in pensione, che per scuotere la figlia da un torpore esistenziale, in cui la vede imprigionata, trasforma la vita in un palco su cui esibirsi. Lo scopo è quello di dare un’ultima chance agli affetti e smascherare ogni ipocrisia.

Dopo essere stato liquidato dalla figlia in viaggio di affari a Bucarest, a cui ha fatto incautamente un’improvvisata, il padre si ripresenta come Toni Erdman, un improbabile uomo d’affari tedesco con tanto di parrucca e denti finti. La figlia, dapprima confusa e giustamente infastidita, decide però di stare al gioco e ciò rimetterà in discussione il loro rapporto.

Da fotografia di un contesto familiare e sociale, messo in scena con uno stile visivo quasi documentaristico e poco incline al bello, il film evolve in commedia degli equivoci dove a dominare è il grottesco. Sarà proprio attraverso il nuovo personaggio interpretato dal padre che la figlia avrà modo di riscoprire, o vedere per la prima volta, l’uomo che si cela dietro a quell’anziano un po’ goffo e spesso irritante che sembra volerla a tutti i costi mettere a disagio. La finzione, quindi, come terapia e strumento per arrivare alla verità.

Per raggiungere questa nuova consapevolezza il film impiega quasi tre ore, che per una commedia, per di più teutonica, sono forse troppi, ma la presa di coscienza della protagonista ha bisogno dei suoi tempi e il film si cura forse più dei personaggi che dello spettatore, a cui viene richiesta una certa docilità. Una pazienza che, nonostante qualche disequilibrio, o forse proprio a causa di un andamento libero da vincoli e in grado di spiazzare, sarà ricompensata.

Presentato in concorso a Cannes il film di Maren Ade è subito entrato nelle preferenze dei critici, ma è uscito dal festival senza riconoscimenti importanti. Quando leggerete questo articolo saprete già se ha vinto l’Oscar come Migliore Film Straniero. In ogni caso prendetevi 162 minuti, che non sono pochi, lo so, per giudicare con i vostri occhi e la vostra sensibilità. Potreste non pentirvene.

 

 

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