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Categoria: Letture
Creato Lunedì, 04 Novembre 2002

A proposito di “Piccole patrie”, di Luciano Nicolini (n°3)

(La versione originale, più estesa, è stata pubblicata presso Baiesi nel 1998)

Qualche anno fa, a seguito di un lungo lavoro di ricerca, è uscito, edito dal Mulino, il libro di Stefano Cavazza intitolato "Piccole Patrie"(1). Con questa opera, che invito a leggere, l'autore "analizza la ripresa di feste popolari compiuta dal fascismo", inquadrandola nel più generale contesto delle politiche culturali del regime.

Il punto di partenza è che "spiegare la riscoperta delle feste popolari come aspetto della politica di formazione del consenso del fascismo" è "certamente corretto, ma insufficiente a cogliere tutta la complessità del fenomeno". Se, infatti, da un lato "i regimi fascisti hanno mostrato una propensione particolare verso l'impiego del folklore a sostegno del proprio dominio", dall'altro "la ripresa di tradizioni popolari aveva radici in processi sociali complessi e non riducibili alla sola natura del regime fascista, come testimonia il fatto che il folklore sia stato rivalutato in sistemi politici diversi, da attori sociali e politici differenti".

Il libro è ricco di informazioni e considerazioni interessanti e può essere utilizzato con profitto per ragionare, in primo luogo sulle politiche culturali portate avanti dal fascismo nei confronti delle tradizioni locali e, in secondo luogo, sulle politiche, in parte simili, in parte opposte (ma speculari), portate avanti dai movimenti progressisti nel corso del ‘900.

LA CULTURA POPOLARE

Prima di illustrare i risultati del suo lavoro, Cavazza spiega che cosa intende quando parla di "cultura popolare". "L'idea alla base di questa ricerca" - scrive - "è che la netta distinzione tra popolare e pseudopopolare, tra folklorico e pseudofolklorico, distinzione intesa come antitesi tra falsificazione e genuinità, vada quantomeno sfumata". Non esistono cioè, a suo parere, confini precisi tra ciò che è autenticamente popolare e ciò che è stato inventato per il popolo, senza contare che, spesso tradizioni autenticamente popolari hanno la loro origine nella cultura delle classi dominanti. Ne consegue che, nel suo libro, il termine "cultura popolare" viene usato "per identificare le culture delle classi subalterne. Ma... rinuncerà ad ogni pretesa di autonomia e separatezza".

"Il problema... non è tanto quello di distillare una cultura popolare pura e autonoma, quanto quello di cogliere gli intrecci tra sfere culturali diverse".... "Nel nostro caso ciò significa che il destinatario delle feste reinventate non fu un recettore passivo, ma interagì col modello festivo proposto talvolta contrapponendogli, nel momento della fruizione, comportamenti che delineavano modelli contrastanti". In altre parole: chi partecipa a una festa, comunque organizzata, la trasforma, in parte ricollegandosi (anche inconsciamente) a una tradizione locale, magari sconosciuta agli stessi organizzatori, in parte innovandola attraverso invenzioni o utilizzando elementi che provengono da altre culture.

DAL REGIONALISMO AL FOLKLORISMO FASCISTA

Fatta questa premessa, sulla quale mi trovo pienamente d'accordo, Cavazza comincia la sua esposizione parlando del localismo culturale nei decenni che precedettero l'avvento del fascismo. In particolare riporta le opinioni apparse sulla rivista "La Voce", diretta da Giuseppe Prezzolini, e considerata una delle riviste più vivaci nel panorama culturale dell'inizio del Novecento.

Nel 1909, su "La Voce", Prezzolini scriveva: "Esistono oggi in Italia ancora le nostre regioni con il loro colorito locale, con i loro usi, con la loro poesia, con il loro vario modo di concepire la vita. Certamente esse non sono unità fisse, nettamente delimitate, e vanno di continuo mutando sotto l'influenza delle altre o dell'unità italiana e dell'emigrazione. Pure qualcosa di tipico ce l'hanno sempre, qualità e difetti propri, che tra noi in conversazioni spesso additiamo e usiamo. Non se ne parla più pubblicamente, dacchè sinonimo di reazione e di sentimenti antiunitari; ma oggi l'unità d'Italia non può certo soffrire da una confessione pubblica, fatta non per odio né per apologia, dei nostri difetti e delle nostre virtù regionali"(2).

In generale però, come si può capire da questo brano di Monti, scritto nel 1914, i "vociani" desideravano un regionalismo di tipo nuovo: "il neo regionalismo si vede subito che non può essere un ritorno all'antico regionalismo precedente e contrastante il concetto di nazione,… non è la regione che rinasce, ma è piuttosto la regione che muore o per lo meno la regione che cessa di esistere solamente come regione, per incominciare a vivere anche e soprattutto come elemento della nazione"(3). Per quanto riguarda poi le feste popolari, si osservava che le feste cattoliche stavano scomparendo, per effetto del declino del cattolicesimo, senza che la civiltà moderna riuscisse a sostituirle con lo sport e i riti democratici. Questo in quanto il primo accendeva le passioni senza tradursi in azioni, mentre i secondi, come scriveva nel 1914 Bloch su "La Voce", "sono tristi perchè non hanno nessun carattere individuale, sono per definizione movimenti di massa, azioni centralizzate e burocratiche, nelle quali l'uomo resta spettatore, uditore e non è ammesso alla parte di attore che per qualche raro gesto enfatico.... Sono tristi perchè gerarchiche. Mancano di libertà e di fantasia"(4).

"Anche nel gruppo vociano" - conclude Cavazza - "si sentiva dunque l'esigenza di inventare una ritualità pubblica destinata alla civiltà moderna". Venendo poi al periodo successivo alla prima guerra mondiale, l'autore osserva che il "fascismo ebbe inizialmente una posizione non ben definita in materia di regioni" (e di localismo). Infatti, a fianco della propaganda filounitaria, ci fu anche "qualche isolato e fallito tentativo di conciliare decentramento e fascismo"....

Nel 1923, aprendo la settimana abruzzese, Gentile, all'epoca ministro della Pubblica Istruzione, sostenne che le tradizioni locali potevano essere coltivate senza timore di disgregare la nazione(5). Del resto,ci ricorda Cavazza, "In Sardegna, Mussolini in persona aveva riconosciuto nel 1923 che il fascismo, pur essendofieramente ed intransigentemente unitario, tutelava i sacrosanti interessi materiali e morali delle regioni".

GIOVANNI CROCIONI

Continuando nella sua ricerca delle radici culturali del folklorismo fascista, l'autore passa ad analizzare le riviste regionaliste dell'inizio del '900 per poi fermarsi con particolare attenzione sugli scritti di Crocioni, a suo parere il più interessante, all'epoca, tra i teorici del localismo culturale.

"La sua riflessione – scrive Cavazza - aveva preso l'avvio dalla diretta esperienza di insegnante e, coniugandosi all'amore per la piccola patria, aveva dato vita a una vera e propria teoria del regionalismo culturale. Dopo un primo abbozzo tra il 1904 e il 1905, le sue tesi erano state sviluppate nel 1914 nel volume Le regioni e la cultura nazionale. Secondo Crocioni i caratteri regionali si erano tenacemente tramandati, pur nella diversità delle vicende politiche"....

A suo parere, esisteva una stretta relazione tra costanza dei fattori topografici e climatici e continuità dei caratteri regionali, continuità che, con ogni probabilità, risaliva fino ai tempi di Augusto. "Tuttavia..., sulla base della sua esperienza scolastica, sapeva che la regione era spesso ignota ai suoi abitanti"…. "Dal nostro punto di vista questo significa riconoscere che l'identità regionale doveva esser costruita attraverso l'azione militante degli intellettuali".

"Sarebbe opportuno - scriveva Crocioni - ravvivare le feste tradizionali, conformi allo spirito e al carattere storico di ciascuna regione; istituirne di nuove, che celebrino avvenimenti d'importanza e altre che siano rispondenti ai nuovi bisogni e alle nuove aspirazioni regionali"(6).

"Nel 1914 – ci informa Cavazza - Crocioni aveva sostenuto l'utilità pedagogica del dialetto per imparare la lingua nazionale"…. "Lombardo-Radice, nominato direttore generale per l'istruzione primaria e secondaria presso il ministero, riuscì ad inserire nei programmi scolastici della riforma Gentile il dialetto, il folklore e la cultura regionale".... "Per effetto della riforma vennero pubblicati eserciziari di traduzioni dal dialetto".... "Nacquero, infine, gli almanacchi regionali che avrebbero dovuto diffondere la cultura regionale nelle ultime tre classi della scuola primaria e in cui non mancava mai la nota patriottica insieme al culto della piccola patria". Diceva, ad esempio, uno di questi testi: "Gloriati figliol mio d'essere siciliano, ma non dimenticare mai la tua patria più grande: l'Italia"(7).

Queste innovazioni scolastiche suscitarono l'entusiasmo dei regionalisti.(8) "Ma l'ottimismo - osserva Cavazza - era ingiustificato perchè la riforma si scontrò fin dall'inizio con resistenze che provenivano dal campo fascista e da quello scolastico". Per quello che riguarda il campo fascista, le resistenze erano di natura politico-culturale, perchè nel dialetto si continuava a vedere un ostacolo verso una definitiva nazionalizzazione. Per quello che riguarda invece il campo scolastico, le obiezioni erano di natura tecnica e, a mio modo di vedere, tutt'altro che infondate: infatti l'affermazione che l'utilizzo del dialetto faciliti l'apprendimento della lingua italiana resta interamente da dimostrare.

MODERNITA' O TRADIZIONE?

"A questo punto" - prosegue Cavazza - "emerge una domanda fondamentale. Se il regionalismo è alla base del folklorismo, come potè quest’ultimo attecchire in un regime generalmente considerato antiregionale? Per Amy Bernardy, demologa e responsabile del folklore nell'OND fiorentino (Opera Nazionale Dopolavoro), era proprio al fascismo che andava attribuito il merito di aver ridestato lo spirito regionale"... perché - scrive Cavazza - "era stato... il fascismo a consentire finalmente una rinascita regionale slegata da rivendicazioni di autonomia politica.." e "questo regionalismo nazionalista era compatibile con la concezione dello stato fascista e si accompagnava al rigetto della cultura esterofila, dei troppi cubismi stranieri al pensiero e alle caratteristiche nazionali"….

Negli anni Venti, all'interno della cultura filofascista, si fronteggiavano così due schieramenti: da un lato i sostenitori della modernità, dall'altro quelli della tradizione. "Verso la metà del decennio una dichiarazione di Mussolini in favore di un'arte fascista diede lo spunto per aprire un dibattito su Critica Fascista in cui tutti convennero sull'inopportunità di creare un'arte di stato, offrendo nello stesso tempo soluzioni molto diverse. Su un versante, i sostenitori della modernità artistica che raccoglieva ex futuristi, novecentisti e giovani architetti influenzati dalle correnti straniere si opponevano a ciò che definivano passatismo artistico sostenendo che l'arte non poteva che essere moderna. Il rifiuto del... rimasticamento di stili storici, si univa alla lode per le nuove forme di bellezza introdotte dalla tecnologia". Sull'altro versante, i sostenitori della tradizione che, come scriveva Soffici nel 1926, cercavano di fuggire da "tutti gli sciocchi e nebulosi teoricumi, dalle aberrazioni snobistiche e ribellistiche, dalla mostruosità del selvaggismo, dai ciarlatanismi sbracati di ogni genere, onde l'universo intero è ormai stomacato"(9). "Punti comuni", osserva Cavazza, risultarono "il rifiuto dell’imitazione di stili storici e la richiesta di spontaneità nella creazione artistica, il rifiuto del formalismo e dell'accademismo, e quello dell'arte per l'arte".

IL RITORNO AL FOLKLORE

"Riesumare antiche feste – scrive Cavazza - per molti voleva dire ripristinare un sistema di valori fondato sulla tradizione, l'interclassismo e la fede".

La cosa, ovviamente, interessava al regime fascista, che cercò di coordinare le iniziative attraverso la neoistituita

Opera Nazionale Dopolavoro (OND). "Molte manifestazioni nate autonomamente vennero assorbite solo in un secondo tempo nell'OND. Il Cantamaggio ternano, per esempio – organizzato nel 1922 dal giornale Sborbottu con il benevolo sostegno di notabili e autorità locali -, solo all'inizio degli anni Trenta venne disciplinato dall'OND. In altri casi il ruolo delle gerarchie fu decisivo per la nascita delle manifestazioni.

… La prima iniziativa di rilievo del regime nel campo del folklore fu una mostra del costume popolare... tenutasi a Roma nel 1927. L'anno seguente l'OND organizzò... un raduno nazionale dei costumi... chiamando a Venezia gruppi da ogni parte d'Italia". Occorreva, secondo l'OND, "distogliere gli italiani dal cieco amore e dall'imitazione di cose straniere, richiamandoli a servirsi delle proprie"(10). Il fine di queste manifestazioni era quindi, per Pellegrini, "accrescere l'amore del proprio paese, inquadrando l'orgoglio delle piccole patrie nella grande patria fascista"(11).

"Nel gennaio del 1930 – prosegue Cavazza - venne organizzato un secondo raduno nazionale di costumi per festeggiare le nozze del principe di Piemonte. Alla sfilata presero parte gruppi da ogni parte d'Italia, indossando antichi costumi, a volte ricostruiti con un tocco di fantasia".... "Oltre al corteo era previsto un coro di seimila voci bianche che, dopo aver aperto il concerto con l'inno fascista, eseguì un canto sardo, l'inno a Roma, stornelli romani, per poi chiudere conGiovinezza"....

Per sviluppare l'azione folkloristica, l'OND istituì, all'interno della sezione cultura popolare, un apposito ufficio. Esso doveva valorizzare i costumi, i canti, le danze, le tradizioni popolari (sagre, cerimonie e usanze locali). "Se nel 1927 le manifestazioni erano state poche, il loro numero tre anni dopo salì a 2.534". Enrico Beretta, direttore generale dell'OND, poteva affermare con orgoglio che: "Non v'è paese, contrada o villaggio d'Italia, che oggi, insieme con le smaglianti vesti tradizionali, non abbia ripreso le sue belle costumanze, come non v'è arte popolare che non sia oggi in piena rifioritura"(12). In mezzo a questa girandola di iniziative non mancava comunque chi, correttamente, si preoccupava di non finire con lo stravolgere completamente le tradizioni. "Per tentare di risolvere il problema, - ci informa Cavazza - la Bernardy pubblicò delle istruzioni per i dopolavoristi in cui si raccomandava di evitare la teatralità, perchè le manifestazioni folkloristiche non erano operette… e di ricostruire i costumi per mezzo del ricordo e dello studio anzichè servirsi di quelli teatrali".

TIPOLOGIE DEL FOLKLORISMO FASCISTA

Gradualmente le manifestazioni folkloriche si andarono a inquadrare all'interno della politica di organizzazione del consenso portata avanti dall’ OND.

Secondo Cavazza, "una prima strategia del dopolavoro fu appropriarsi di quei passatempi e di quelle forme di socialità dei ceti popolari caratterizzati da spontaneità e informalità: scampagnate, merende, giochi popolari. Il dopolavoro, però, le inquadrava applicandovi un’ organizzazione rigida e gerarchica. Prendiamo per esempio una scampagnata senese del 1934 in cui si partiva di prima mattina in autobus preceduti da un manipolo di giovani fascisti in bicicletta e, dopo una tappa a Castelnuovo Berardenga per deporre una corona in memoria dei caduti della grande guerra, si arrivava a Montalto Palmieri. Qui, dopo aver ascoltato la messa domenicale, si partecipava a giochi a premio come il popolare tiro alla fune e, nel pomeriggio, si aprivano le danze, mentre una parte della comitiva si sparpagliava nel bosco ombroso".

Una seconda strategia fu quella di progettare feste a Roma e diffonderle in periferia. In questi casi i modi in cui si svolgevano erano simili, anche se con qualche variante locale, e il ruolo della propaganda politica più evidente. "Tali feste - ad esempio la festa dell'Uva – nascevano per assolvere compiti diversi dallo svago dopolavoristico e in esse l'elemento regionale o municipale era in genere assente".

Infine una terza strategia consistette nell'utilizzare o addirittura nell'inventare, a livello locale, feste collegate alla cultura municipale, come, ad esempio, la giostra del Saracino di Arezzo.

"I numerosi esempi di strumentalizzazione non devono però far credere che questa fosse la finalità prevalente del folklorismo. L'obiettivo principale attribuito a quest'ultimo … era catturare l'attenzione del pubblico, mentre il messaggio ideologico era semmai contenuto nei riti e nelle usanze riesumati, nell’idea di popolointrecciata con essi, più che in esplicita propaganda".

UN COLPO DI SCENA

"Nel luglio del 1932 - scrive Cavazza - l'Associazione fra emiliani e romagnoli residenti a Roma si sciolse con il pubblico plauso di Mussolini che, richiamandosi a Imbriani e Carducci, proclamò il definitivo tramonto del regionalismo. La notizia fu il segnale pubblico di una svolta nella politica del regime. Qualche giorno prima, il duce aveva chiesto spiegazioni al ministro dell'Educazione Nazionale sul ruolo del dialetto nella scuola in una lettera dai toni assai critici. L'anno precedente Gaetano Polverelli aveva emanato le prime disposizioni antidialettali".

"In passato sia il regime sia lo stesso Mussolini non erano stati certo ostili al dialetto…. Durante un banchetto offerto dai romagnoli residenti a Roma, il duce aveva addirittura consentito che il romagnolo venisse dichiarato lingua ufficiale della serata e nel marzo 1927 accettò di essere acclamato presidente onorario della Famiglia romagnola di Milano".… "Si poteva naturalmente trattare di atteggiamenti dettati dalla tattica politica, anche perchè si accompagnavano a richiami alla propria concezione unitaria dello stato. Tuttavia la profonda avversione al dialetto mostrata da Mussolini nel decennio seguente... rappresenta un mutamento di rotta troppo marcato per non vedere in esso una svolta che ... era soprattutto legata alla evoluzione del regime".

A tale proposito deve essere ricordato il crescente ruolo attribuito alla romanità nella propaganda fascista: l'enfasi sulla romanità e sull'impero, che divenne propaganda martellante nel corso degli anni Trenta, male si accordava con le parlate dialettali. Per il localismo culturale iniziava un periodo di relativo declino. Otto anni dopo, "nel 1940 il ministro Bottai, aprendo il IV congresso di arti e tradizioni popolari, si dichiarò addirittura contrario al colore locale e alle artificiali prosecuzioni di modi di vita che non corrispondono più alla vita d'oggi".

Negli anni Trenta, dunque, le tendenze modernistiche cominciarono ad avere il sopravvento, nella stampa di regime, nei confronti di quelle tradizionaliste. Su "Brescia", ad esempio, nel 1931, si poteva leggere: "Noi sogniamo una Italia fascista agile, colta, elegante, anticanora, col cielo antinuvoloso, senza aranci, non importa, noi sogniamo uno spirito italiano fascista che sia anche europeo.... I cortei folcloristici, le sagre paesane e l'esaltazione dei costumi regionali sono vecchie espressioni di un'idea letteraria che non può più trovar posto oggi. Essa va d'accordo con l'ammirazione cafonesca per Parigi"(13).

Era la rivincita dei "modernisti". Sempre su "Brescia", nel 1932, si poteva leggere: "Le contadine che si recano alla prima messa, non si sognano nemmeno di cantare il bel tempo o la tiepida stagione, ma sbadigliano e mezzo assonnate procedono verso il parrocchiale a capo chino.... Non si è mai visto un carrettiere dire: ite e nemmeno gridare al coro o che bel mestiere fare il carrettiere. Tutti i carrettieri di questo mondo bestemmiano ch'è un piacere udirli"(14).

IL FOLKLORE COME RISORSA ECONOMICA

Il folklore infine fu anche una risorsa economica impiegata nella promozione del turismo, un settore in espansione nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Per questo, nonostante il relativo declino del localismo culturale, "negli anni Trenta l'incontro fra esigenze turistiche e municipalistiche favorì il diffondersi delle rievocazioni. Alla nascita del palio astigiano nel 1929 fece seguito, l'anno dopo, la prima manifestazione del calcio fiorentino. Nel 1931 nacque la giostra del Saracino ad Arezzo e due anni più tardi si aggiunse Ferrara con la ripresa del palio di San Giorgio. Nel 1935 Pisa riprese l'antico gioco del Ponte e nello stesso anno venne allestito il palio del Carroccio di Legnano"…. Il modello, spesso non dichiarato, era il Palio di Siena.

LE CONCLUSIONI DELL'AUTORE

"Attraverso l'analisi delle feste folkloriche, - scrive Cavazza - la mia ricerca ha esplorato numerosi ambiti della vita culturale e dell'ideologia del periodo fascista"….

"Un primo risultato… consiste nell'aver accertato che regionalismo e municipalismo alimentarono la ripresa di feste popolari e furono utilizzati per il rafforzamento della coscienza nazionale".. Pertanto… "l'insistenza storiografica sull’ostilità fascista nei confronti delle culture locali deve essere rivista. L'idea di un'antitesi tra regione e fascismo si fonda sulla considerazione che le riforme del regime in campo amministrativo annullarono ogni forma di autonomia locale. Dal punto di vista della storia amministrativa la validità della tesi che postula un'opposizione sostanziale tra fascismo e autonomismo rimane inalterata. Tale impostazione, però, si dimostra insufficiente a comprendere la complessità della questione regionale e più in generale del localismo, intesi come processi di costruzione d'identità"....

"L'idea di usare la cultura regionale come forma di educazione nazionale fu assorbita dal fascismo nella versione moderato-conservatrice e fu sostenuta da alcuni settori intellettuali filofascisti. Se nel primo decennio la tendenza per così dire strapaesana sembrò prevalere, negli anni Trenta si compì una svolta antiregionalista che partì dal centro del sistema e si diffuse nel paese. Tale svolta però - come si è visto - si realizzò in maniera non uniforme e lasciando spazio a controtendenze"....

"Passando al folklorismo come fenomeno generale, esso mostra un'interazione tra funzioni ludiche, ideologiche e turistiche che si è ritrovata nel ventennio. Nel caso fascista l'aspetto ideologico consisteva da un lato nel localismo nazionalisticamente orientato e dall'altro nel richiamo a valori contadini e preindustriali, permeati da elementi religiosi. Le reinvenzioni, d'altra parte, svolgevano anche una funzione ludica, offrendo occasioni di svago".... "Le feste avevano infine una funzione turistica che consisteva nel proporre un'immagine attraente per i forestieri"....

"La linea vincente non fu quella di ripristinare realmente una cultura tradizionale, ma quella di usare tale cultura come strumento di educazione e di comunicazione nei confronti dei ceti inferiori e, su un piano diverso, come forma di organizzazione del consenso degli intellettuali provinciali. Il fatto… che il fascismo non avesse mai effettivamente scelto fra tradizionalismo e modernismo artistico e culturale, non fu certo casuale: fu il riflesso della necessità di coinvolgere strati intellettuali e sociali diversi".... Del resto, "la modernizzazione era in realtà un processo in corso e, di fronte ai conflitti che essa produceva, le classi dirigenti liberali preferirono affidarsi al fascismo e ad un tentativo di ricompattamento della nazione al quale anche il folklorismo diede il suo contributo".

UN TENTATIVO DI SINTESI

Gli storici professionisti, in genere, hanno antipatia per le semplificazioni. Amano farci notare che le cose sono più complesse di quanto possa sembrare a prima vista e che, alla base delle trasformazioni delle quali si occupano, ci sono spesso tendenze diverse e in lotta fra loro. Tuttavia, nella mente del lettore, dopo un primo momento in cui le informazioni ricevute mettono in dubbio le idee che aveva in precedenza, si ricompone, inevitabilmente, una sintesi. Alla luce di quanto si può apprendere dalla ricerca di Cavazza, ritengo che, malgrado i mutamenti di rotta messi in evidenza dall'autore, e nonostante questi fossero effettivamente il risultato di uno scontro tra diverse tendenze, la politica culturale portata avanti dal regime fascista nei confronti delle tradizioni locali sia stata, in fin dei conti, sufficientemente coerente e (dal suo punto di vista) intelligente. Il fascismo, contrariamente a quanto avrebbero voluto i "modernisti", non rinnegò la tradizione e, in particolare, utilizzò largamente le feste popolari e quel clima di coesione tra i partecipanti e di continuità con il passato che contraddistingue questo genere di manifestazioni. Solamente, nel farlo, cercò di eliminare da esse ogni comportamento trasgressivo e ogni riferimento a valori quali la solidarietà di classe o l'autonomia delle singole comunità, sottolineando invece tutti quei valori autoritari che peraltro sono ben presenti all'interno delle culture tradizionali locali.

Certamente il regime fascista ebbe la mano pesante nel riesumare o addirittura inventare feste, e la cosa non può che infastidire coloro che si interessano seriamente allo studio delle tradizioni popolari. E' evidente però che dal punto di vista dei gerarchi fascisti importava ben poco che le feste fossero di antica origine o completamente inventate e, tutto sommato, importava poco anche a chi vi partecipava. La riuscita di una festa popolare infatti non dipende tanto dal fatto che riproduca con precisione modelli passati, quanto dalla sua capacità di mettere a loro agio i partecipanti, permettendo loro di esprimersi in modo tradizionale anche modificando, senza traumi, la tradizione stessa. Sottolineare la relativa efficacia della politica culturale del regime fascista nei confronti delle tradizioni locali mi sembra importante in quanto spiega perchè politiche culturali simili o opposte, ma speculari, siano state portate avanti successivamente da tutti i movimenti politici della sinistra con la sola eccezione degli anarchici. Questi ultimi peraltro, come cercherò di evidenziare, in molti casi, più che risolvere in modo radicale il problema del rapporto con le tradizioni locali, lo hanno semplicemente rimosso: hanno cioè fatto finta che il problema non esistesse.

LE FESTE DELL'UNITA'

"A Mariano Comense (MI), domenica 2 settembre 1945, una grande folla si accalca intorno alla bandiera dell'Unità. Festa campestre, scampagnata: così viene definita allora. Ed ha infatti tutti i caratteri di un incontro festoso"….

"Raduno ciclistico e carri allegorici, corse podistiche e incontri di pugilato, tiro al bersaglio e albero della cuccagna, spettacolo per bambini e bande musicali, ballo popolare (si balla non solo sulla pedana ma anche nel bosco); era questo il menù ricreativo di quella scampagnata dell'Unità che, per invenzione di Pajetta, doveva generare la sterminata e vitale famiglia delle Feste de l'Unità".... Così si può leggere sul "Calendario 1995 delle feste (dell'Unità) di Ferrara e provincia", a cinquant'anni dalla loro istituzione.

"Una circolare della Federazione PCI di Ferrara," - prosegue - "pubblicata il 7 Agosto 1948 sulla Nuova Scintilla, descrive la festa tipo di quegli anni:

Durata 1-2 giorni - Abbinare alla festa la sagra dell'uva con stand propagandistici per la nostra stampa, banchi adorni d'uva, fogliame, coccarde, sottoscrizioni pro Unità, lotteria, gare e giochi sportivi, spettacoli di burattini, ballo popolare, palo della cuccagna ecc."(15).

Nulla di nuovo sotto il sole. E nulla di nuovo anche nella vicina Bologna dove "il 21 settembre 1946 all’interno dei Giardini Margherita si stanno concludendo i lavori per ultimare gli stands e le baracche della festa dell'Unità"(16).

Sarebbe interessante, anche per quello che riguarda le feste popolari organizzate dalla sinistra, esaminarne lo sviluppo e l'evoluzione storica, cercando di capire quali tendenze e quali dibattiti culturali le abbiano accompagnate nel loro percorso. E' una storia in larga parte ancora da scrivere.

Tuttavia, nel ricordo di chi le ha vissute, le feste organizzate dalla sinistra fino alla metà degli anni '60 appaiono, nella sostanza, simili alle feste popolari che le avevano precedute: anche in questo caso alla funzione ricreativa (soddisfatta utilizzando gli stessi ingredienti), si associavano una funzione per così dire "turistica" (attirare persone e fondi) e una funzione ideologica. Quest'ultima, anche all’interno delle feste della sinistra, era soddisfatta sia attraverso la propaganda diretta (mostre e comizi) sia cercando di eliminare dalle tradizioni quei riferimenti al cattolicesimo o alla xenofobia che maggiormente contrastavano con la linea politica di chi le organizzava.

I riferimenti al cattolicesimo, in particolare, venivano il più possibile evitati. Non è un caso, per fare un esempio, che il notissimo canto "Il sedici di agosto", dedicato a Sante Caserio (il giovane che, nel 1894, uccise con una pugnalata al petto il presidente della Repubblica Francese Sadì Carnot) venisse in genere eseguito, in questi contesti, senza l'ultima strofa:

"Io pregherò l'Eterno

o figlio sventurato

che dal tremendo averno

ti faccia liberato

così pregando con forte zel

l'alma divisa ritorni in ciel"(17).

IL FOLK-REVIVAL

La revisione veniva comunque portata avanti in maniera superficiale, senza intervenire sullo "zoccolo duro" delle culture tradizionali, "zoccolo duro" che rimane, è bene ricordarlo, di segno conservatore.

Solo a partire dalla metà degli anni '60, con l'arrivo del "folk-revival", proveniente dagli Stati Uniti, la sinistra cominciò a intervenire realmente sulle tradizioni locali.

Lo fece, ovviamente, cercando di sottolineare, sull'esempio di quanto stava facendo la nuova sinistra americana, tutto ciò che all'interno di quelle tradizioni poteva apparire trasgressivo e solidaristico, quando non addirittura libertario. Parlare di canto popolare, in quegli anni, voleva dire soprattutto parlare di canti di lavoro, di protesta e di lotta (spesso maldestramente inventati da intellettuali militanti). "In tanti anni di attività, nei centri di vita democratica italiana, nei teatri, nelle piazze, con i nostri spettacoli," - scrivevano nel 1972 i redattori del Canzoniere 1 della protesta - "una delle richieste che più spesso ci è stata rivolta è quella di dare al nostro pubblico la possibilità e gli strumenti per cantare, con l'accompagnamento musicale, il nostro e il suo repertorio. Questa è la ragione prima per cui pubblichiamo questo Canzoniere della protesta che raccoglie cinquanta testi e musiche delle canzoni più diffuse e importanti del repertorio di classe ".… "A questo seguiranno altri Canzonieri che saranno dedicati… ad argomenti specifici (canto sociale, canto del lavoro, canti partigiani, ecc.). La funzione della collana è quella di fornire uno strumento d'uso di facile consultazione"(18).

La relativa censura operata nei confronti dei canti religiosi o xenofobi si estendeva a quelli che esprimevano una morale di tipo più decisamente conservatore e, successivamente, con l'emergere del movimento femminista, ai canti di osteria. Il ballo di coppia, componente essenziale delle culture tradizionali dell'Italia Settentrionale, veniva contrastato per via dei suoi rituali ritenuti maschilisti e discriminatori. Si incoraggiava casomai il ballo di gruppo ritenuto, sulla base di un'analisi piuttosto superficiale, "socializzante".

Veniva attuata un'operazione opposta, ma speculare, rispetto a quella portata avanti dal regime fascista durante il ventennio. Anche in questo caso, naturalmente, il processo non era né pianificato dall'alto, né lineare. Anche in questo caso, rappresentava il risultato di tendenze diverse e, spesso, contraddittorie. Anche in questo caso, complessivamente, l'operazione risultava intelligente, in quanto fondata sul riconoscimento che, qualsiasi cosa si intenda costruire, occorre partire da ciò che esiste.

Anche in questo caso, infine, le forzature risultavano numerose e, per chi conosce le tradizioni locali, evidenti. Basterà ricordare, a tale proposito, l'improvviso diffondersi di canti popolari (quasi sempre completamente inventati) con i quali improbabili briganti meridionali ottocenteschi illustravano le motivazioni sociali della loro ribellione.

Gli unici, in quegli anni, a rimanere relativamente immuni dall'ondata del folk-revival furono gli anarchici. Alla base di questo atteggiamento stavano in parte la composizione del movimento che, ridottosi numericamente a partire dal secondo dopoguerra, era stato di recente rinvigorito da giovani assai diffidenti nei confronti delle culture tradizionali, in parte, come vedremo, motivi più profondi.

NOSTRA PATRIA E' IL MONDO INTERO

"O profughi d'Italia, a la ventura

si va senza rimpianti né paura.

 

Nostra patria è il mondo intero

nostra legge è la libertà

ed un pensiero

ribelle in cor ci sta.

 

Dei miseri le turbe sollevando

fummo d'ogni nazione messi al bando.

 

Nostra patria è il mondo intero...

 

Dovunque uno sfruttato si ribelli

noi troveremo schiere di fratelli.

 

Nostra patria è il mondo intero...

 

Raminghi per le terre e per i mari

per un'idea lasciammo i nostri cari.

 

Nostra patria è il mondo intero...

 

Passiam di plebi varie tra i dolori

della nazione umana precursori.

 

Nostra patria è il mondo intero...

 

Ma torneranno, Italia, i tuoi proscritti

ad agitar la face dei diritti.

 

Nostra patria è il mondo intero

nostra legge è la libertà

ed un pensiero

ribelle in cor ci sta"(19).

 

Questa canzone, scritta da Pietro Gori, uno dei più noti militanti libertari dell’800, riassume in poche parole l'atteggiamento più diffuso tra gli anarchici nei confronti delle piccole patrie.

"Quale è la sua cittadinanza?" - chiesero i carabinieri ad Andrea Costa, quando fu arrestato in seguito all’ insurrezione di Bologna. "Il mondo" – pare abbia risposto.

Altrochè piccole patrie!

Peccato però che Costa, in realtà, fosse Romagnolo e, coerentemente con la tradizione locale, fosse pure piuttosto geloso (perlomeno nei confronti della Kuliscioff)(20).

E anche la canzone di Pietro Gori, guarda caso, è passata alla storia con il significativo titolo di "Stornelli d'esilio".

Esilio da che cosa? Dalla sua terra, ovviamente. Da quella terra che lo aveva allevato e gli aveva insegnato a esprimersi, così naturalmente, attraverso lo stornello. Sì, perchè, per quanto Gori abbia a lungo soggiornato in America, non risulta abbia mai composto, ad esempio, un "blues dell'esilio".

Scherzi a parte, appare evidente come il movimento anarchico sia stato l'unico, all'interno della sinistra, a risolvere radicalmente, almeno da un punto di vista teorico, il problema del rapporto con le tradizioni locali. Le piccole patrie, per la maggior parte degli anarchici, non esistono; o, per lo meno, non li riguardano più di tanto. Essi hanno rotto con la tradizione locale e vivono proiettati verso il futuro. Sono l'embrione della nuova umanità. E "Umanità nova" è appunto il nome del quotidiano (ora settimanale), fondato nel 1920 da Errico Malatesta, che storicamente ha dato voce al movimento anarchico di lingua italiana (come, non a caso, si autodefinisce).

Occorre però tener presente un dato importante. Non solo, nella pratica, gli anarchici sono sempre stati largamente influenzati nel loro agire dalle tradizioni locali da cui provenivano, ma anche, e soprattutto, ogni qualvolta sono riusciti a costruire qualcosa di concreto, lo hanno fatto servendosi largamente di elementi già presenti all'interno di esse. Eclatante è il caso delle grandiose esperienze autogestionarie realizzate durante la rivoluzione spagnola: se infatti è indubbio che queste sono state rese possibili da una violenta rottura con il passato, è altrettanto vero che nella memoria del proletariato spagnolo che ne fu protagonista (e di quello catalano in particolare) erano ben presenti esperienze comunitarie che avevano preceduto, e di gran lunga, la propaganda anarcosindacalista.

Approfondire questo aspetto, ragionare sull'importanza che può avere, nei processi di innovazione sociale, l'eredità della tradizione locale, sarebbe, a mio parere, molto importante, e non solo per gli anarchici.

PICCOLE PATRIE CRESCONO

Gli anni '80, come è noto, furono per l'intera sinistra italiana anni di arretramento e di crisi profonda. E poichè, come aveva sentenziato Woody Guthrie, "folk song is big if labor is big" (il canto popolare è grande se è grande il movimento dei lavoratori)(21), l'ondata del folk-revival si esaurì gradualmente. Verso la fine del decennio molte delle pubblicazioni e dei dischi prodotti in quel contesto erano divenuti pressochè introvabili, tranne che, ovviamente, presso le raccolte specializzate.

Nonostante questo, nel corso degli anni '80, e più ancora durante la prima metà degli anni '90, l'interesse della sinistra italiana per le piccole patrie e le culture tradizionali continuò, sia pure sotto altre forme, ad aumentare.

Alla base di tale interesse stavano motivi diversi. In parte c'era la necessità di non farsi spiazzare dalla Lega Nord, un movimento politico di tendenza centrista che traeva (e trae) gran parte della sua forza proprio da un solido legame con le tradizioni locali. Ma, soprattutto, si stava diffondendo all'interno della sinistra, per influenza del movimento ecologista, la consapevolezza che per progettare uno sviluppo sostenibile e una società a misura d'uomo, occorre ripartire, appunto, dalla conoscenza delle culture locali tradizionali. Se il canto popolare aveva stufato (anche perchè troppo forzatamente politicizzato), si estendevano invece l'interesse per l'ambiente naturale, l'architettura tradizionale, gli usi locali, la gastronomia, i dialetti, la musica, il ballo, la festa e, insieme ad esso, un certo antimodernismo e una rivendicazione diffusa di autonomia locale.

Il fenomeno ha investito, in maggiore o minor misura, la sinistra di tutti i paesi industrializzati, ma non solo di quelli. Al contrario, a partire dal crollo dei regimi del cosiddetto "socialismo reale" e del modello che, per molti paesi del terzo mondo, questi ancora, in qualche modo, rappresentavano, si è diffuso soprattutto nei paesi relegati dal capitalismo ai margini dello sviluppo industriale. E' il caso dei paesi dell'America Meridionale, dove i popoli indigeni "nel dare centralità alle esigenze di riconoscimento e rispetto verso ciò che possiedono, fanno riferimento a una capacità di autodeterminazione culturale che mette in discussione nei suoi fondamenti i presupposti universali del pensiero moderno"(22).

Di rimbalzo, soprattutto a partire dal 1994, quando, inaspettatamente, si è verificata nel Chiapas un'insurrezione vittoriosa, la rivalutazione delle culture tradizionali locali da parte della sinistra italiana si è fatta addirittura esagerata.

"Oggi" - scrive Mariarosa Dalla Costa, militante femminista di estrazione marxista - "la ribellione dei popoli indigeni, con il loro affermare e rivendicare un diverso sapere e un diverso volere con la terra e tutti gli esseri viventi, costituisce un momento di forza e un'indicazione cruciale per l'umanità intera"(23).

Strane parole, per la penna di una femminista. Molto spesso infatti il diverso sapere e il diverso volere dei popoli indigeni nei confronti della terra e di tutti gli esseri viventi include elementi di misoginia e subordinazione della donna.

"Noi donne contadine… – dicono le indigene zapatiste - lavoriamo tanto quanto gli uomini..., però inoltre, prima di uscire per andare a lavorare al campo, sbrighiamo le faccende domestiche... e badiamo agli animali.... Inoltre ci sono molte donne che sono maltrattate, rimproverate e colpite dal loro stesso marito, soprattutto quando l'uomo è ubriaco"....

"Non ci danno neanche il diritto di scegliere con chi sposarci; i padri prendono la decisione e ci obbligano"....

"Non abbiamo diritto alla terra o ad altre proprietà"..."I nostri padri.... ci insegnano solo... ad obbedire a quello che ci dicono gli uomini"... i quali, del resto, "si mettono a ridere... quando una donna parla in pubblico"(24).

Questi fatti, non molto diversi da quelli che, fino a pochi decenni fa, accadevano in molte parti d'Italia, sono senz'altro noti alla Dalla Costa. Non a caso, poco dopo aver affermato che la rivendicazione di "un diverso sapere e un diverso volere con la terra e tutti gli esseri viventi" da parte dei popoli indigeni "costituisce un momento di forza e un'indicazione cruciale per l'umanità", si affretta a rassicurarci che "le comunità... non sono immobili nelle loro tradizioni, come ben dimostra la carta dei diritti delle donne eritree e la legge rivoluzionaria delle donne Maya del Chiapas".

CONCLUSIONI

Il mio scopo era sviluppare alcune considerazioni, in primo luogo sulle politiche culturali portate avanti dal fascismo nei confronti delle tradizioni locali e, in secondo luogo, sulle politiche portate avanti, successivamente, dai movimenti progressisti.

Dell'atteggiamento del regime fascista nei confronti delle tradizioni locali, già si è detto: il fascismo, sia pure in maniera contraddittoria, cercò di inserirsi sulla tradizione, facilitato in questo dal fatto che le culture locali tradizionali, lo si voglia o no, sono, almeno in prima approssimazione, culture di segno conservatore. Un simile tentativo fu portato avanti, nel secondo dopoguerra, anche dalla sinistra. I risultati, tuttavia, non furono particolarmente incoraggianti: inserirsi sulla tradizione, per movimenti che si dichiarano progressisti, non è altrettanto semplice.

Solo a partire dalla metà degli anni '60, con il folk-revival, la sinistra cominciò a intervenire incisivamente sulle tradizioni locali. Nel complesso, però, l'operazione culturale fu portata avanti in modo presuntuoso e maldestro. Le parole di Lucio Dalla: - "La musica andina, che noia mortale! Da dieci anni si ripete sempre uguale!" - chiaramente riferite ai brani, spesso forzatamente politicizzati, degli Inti Illimani, ne decretarono la fine.

Oggi l’atteggiamento della sinistra nei confronti delle tradizioni locali è mutato radicalmente, ma piuttosto che per una ritrovata umiltà, sembra caratterizzarsi per mancanza di consapevolezza. Chi rivolge la propria attenzione alle tradizioni locali sembra evitare le forzature tipiche degli anni ’70 solo in quanto convinto che gran parte di ciò che proviene dalla tradizione sia degno di essere perpetuato: una strada molto pericolosa per persone che si dichiarano progressiste.

Certo c’è anche chi si accosta alle tradizioni locali con la modestia necessaria per apprendere e, insieme ad essa, la consapevolezza di dover essere, insieme agli altri, protagonista di un'evoluzione culturale. Sono, purtroppo, ancora pochi.

BIBLIOGRAFIA

(1) Cavazza S., Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il fascismo, Il Mulino, Bologna, 1997.

(2) Prezzolini G., Regioni e città d'Italia, in La Voce, I, n. 43, 30 Settembre 1909.

(3) Monti A., Neoregionalismo e scuola di cultura, in La Voce, VI, n. 10, 28 Maggio 1914.

(4) Bloch J.R., La democrazia e le feste, in La Voce, VI, n. 14, 28 Luglio 1914.

(5) Gentile G., cit. in Di Marzio C., La cerimonia di Castellammare, in Il Popolo d'Italia, 21 Agosto 1923.

(6) Crocioni G., Le regioni e la cultura nazionale, Catania, 1914.

(7) Ardizzone Z., Il canestro, Palermo, 1925.

(8) Santagati R., La mostra regionale di Palmi, in La coltura regionale, III, n. 6-7 (Giugno-Luglio 1927).

(9) Soffici A., Arte fascista, in Critica fascista, IV, 1926.

(10) Opera Nazionale Dopolavoro, I raduni dei costumi italiani 18-19 Agosto 8-9 Settembre 1928.

(11) Pellegrini A., Il dopolavoro a Venezia ad i raduni dei costumi italiani..., Venezia, 1929.

(12) Beretta E., Prefazione, in Opera Nazionale Dopolavoro, Costumi, danze, musica e feste popolari italiane, Roma, 1931.

(13) La Rivista, Idea fissa, in Brescia, IV, n. 12 (Dicembre 1931).

(14) Gatti A., La stagione d'opera, in Brescia, V, n. 1 (Gennaio 1932).

(15) 1945-1995. Festa de l'Unità. 50 anni insieme. Calendario 1995 delle feste di Ferrara e provincia.

(16) L'Unità, 21 Settembre 1946.

(17) Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio, in Leydi R., I canti popolari italiani. 120 testi e musiche, Mondadori, Verona, 1973.

(18) Catacchio A., Coggiola F., Cuppone E., Longhini C., Rapisarda C., e Uggeri S., Canzoniere 1 della protesta, Edizioni del Gallo, Milano, 1972.

(19) Gori P., Stornelli d'esilio, in Masini P.C., Addio Lugano bella. Antologia della canzone anarchica in Italia, Ala Bianca Group / Bella Ciao, Modena, 1996.

(20) Masini P.C., Cafiero, Rizzoli, Milano, 1974.

(21) Guthrie W., cit. in Portelli A., Introduzione, in Portelli A. (a cura di), Woody Guthrie, Joe Hill e altri. Canzoni e poesie proletarie americane, Savelli, Roma, 1976.

(22) Esteva G., Ripensare il mondo. Messico e autonomia, in Vis-à-vis, n. 4, 1996.

(23) Dalla Costa M., L'indigeno che è in noi, la terra cui apparteniamo, in Vis-à-vis, n. 5, 1997.

(24) Le vostre compagne zapatiste, Donne indigene zapatiste in Chiapas, in Lotta di classe, nuova serie, n. 9 (speciale 25 Aprile - 1 Maggio 1997).


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