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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Martedì, 01 Maggio 2018

VENEZIA  PANNI STESIDestra e sinistra oggi, di Luciano Nicolini (n°212)

Si continua a dire che “destra” e “sinistra” sono termini superati: ma non è così

I leader del Movimento Cinque Stelle lo ripetono ossessivamente: “Non siamo né di destra né di sinistra. Ciò che proponiamo è dettato soltanto dal buon senso,  e siamo disposti a collaborare con chiunque sostenga le nostre proposte”.

Quanto agli altri, nel far confusione non sono da meno:  Brunetta, uno dei leader di Forza Italia, spariglia le carte continuando a proclamarsi “socialista” (forse è per questo che si è accodato al “presidente operaio” Berlusconi); Salvini lo aiuta presentandosi come difensore dei diritti dei lavoratori; il Partito  Democratico della Sinistra, invece, ha eliminato la parte finale del suo nome, diventando “Partito Democratico”. Che non fosse di sinistra lo si era capito da un pezzo. Più difficile era immaginare che per trovare un “socialista” occorresse frequentare  la corte di Arcore...

Ma, come si suole dire, prima o poi i nodi vengono al pettine e, nonostante la confusione, spesso creata ad arte, la divisione tra destra e sinistra riemerge all’interno dei singoli   partiti. Lo si è visto quando il Movimento Cinque Stelle si è trovato a dover scegliere se accettare o meno un’alleanza con la coalizione  (elettorale) di centrodestra: è stato costretto a rifiutarla, perchè avrebbe perso gran parte dei suoi esponenti di sinistra.

Così come, con  ogni probabilità, il Partito Democratico sarà costretto a rifiutare il patto offerto dai pentastellati, perchè  gran parte dei suoi esponenti li trova troppo sinistrorsi.

E torneremo, probabilmente, a un governo sostenuto da tutti  i partiti (pentastellati esclusi).

In verità esiste anche un’altra possibilità: quella di un ritorno alle urne. Ma non conviene probabilmente al Partito Democratico (piuttosto in crisi), né a Forza Italia (che potrebbe perdere  voti a favore della Lega), né, infine, al Movimento Cinque Stelle (che difficilmente potrebbe ottenere la maggioranza assoluta, necessaria a governare da solo). Non a caso, l’unico a chiedere con convinzione nuove elezioni è Salvini, che però ha un problema: aver manifestato troppo chiaramente le proprie simpatie per Putin, il che al governo Usa, vero padrone dell’Italia, non piace affatto.

La Federazione Anarchica Reggiana se ne è uscita con un manifesto murale con scritto “Senza governo si vive meglio”, e pare che l’iniziativa abbia registrato un certo successo. Una simpatica provocazione, ma credo sia chiaro che “senza governo si vive meglio” quando è rimpiazzato dall’autogestione popolare. In assenza di quest’ultima, essere senza governo significa lasciare mano libera ai padroni e ai loro servi, se non addirittura alle mafie di ogni tipo. Mentre un governo, bene o male eletto dal popolo (più male che bene, in verità), potrebbe servire a mitigarne l’arroganza.

Il sindacalismo antagonista, nel frattempo, sembra aver rinunciato all’idea di proclamare un nuovo sciopero generale prima dell’estate. Mi sembra saggio. Forse si comincia a capire che uno sciopero va adeguatamente preparato, deve avere pochi obiettivi, molti promotori e colpire duramente. Altrimenti non serve.

Si ha tuttavia l’impressione che, tra la gente, stia montando un certo desiderio di riscossa. Non vorrei illudermi, ma sento sempre più persone affermare   che  ormai  si  è raschiato il fondo del barile. Intendiamoci: siamo in Italia, non nella vicina Libia o nel Vicino Oriente (per fortuna!); semplicemente, i sudati risparmi sembrano essere finiti, e ci si comincia a render conto che, se non ci si muove, nulla sarà più come prima. Chi è giovane se ne va, chi giovane non è inizia a protestare.

Il problema per la sinistra (quella vera) è intercettare e organizzare tale protesta.

Un prima necessità è quella di un reddito minimo garantito. Scusatemi se insisto, ma è la gente che lo chiede. Molti compagni dicono che bisogna offrire lavoro e non assistenza; ma, nel contesto attuale, la riduzione dell’orario di lavoro e l’aumento del salario, obiettivi sacrosanti nell’ottica di un’attenuazione delle differenze sociali, non necessariamente producono posti di lavoro: potrebbero  anche stimolare  l’automazione   e  la

delocalizzazione. Beppe Grillo l’aveva capito e ha fatto del reddito minimo garantito (che si ostina a chiamare, impropriamente, “reddito di cittadinanza”) un cavallo di battaglia, anche se ora i suoi seguaci stanno sempre più annacquando il suo vino. Mi si dirà: “Capirai, ci sono problemi di bilancio”. Chiaro che ci sono problemi di bilancio. Ma tagliando le tante spese inutili (o dannose) ce la si può fare.

Una seconda, sentita, necessità è quella della lotta alla corruzione. Qui il problema è ancora più complesso perchè l’abitudine a ottenere qualsiasi cosa attraverso le cosiddette “scorciatoie” è ormai nel DNA degli Italiani (ereditarietà dei caratteri acquisiti?). C’è persino chi corrompe i cassieri del supermercato per farsi dare i punti necessari a ricevere delle pentole. Eppure siamo tutti vittime di questo modo di fare o, meglio: ne siamo tutti vittime in diversa maniera, perchè più si gode di conoscenze altolocate e più si ottiene.

Ai proletari restano solo le pentole...

La corruzione dovrebbe essere combattuta con le denunce (ma a questo ci pensano già “Le Iene”) e, soprattutto, con la lotta. È di pochi giorni fa la notizia che una scandalosa situazione segnalata a Bologna, e della quale hanno parlato tutti i giornali nazionali, si è risolta senza alcun provvedimento significativo. Le denunce, da sole, non bastano.

Occorre quindi lottare per la garanzia di poter comunque sopravvivere e di poter ottenere onestamente ciò di cui si ha diritto (a partire da un lavoro decente).

Un altro tema suggerirei ai compagni: quello della  lotta per le libertà. E non mi riferisco, in questo caso, alle grandi libertà, come la libertà di stampa, tutto sommato abbastanza garantite nel nostro paese (se così non fosse questa rivista non potrebbe neppure essere diffusa), ma alle tante piccole libertà che ci vengono tolte giorno dopo giorno.

È mai possibile che ci venga impedito di offrire una torta fatta in casa nel corso di una festa pubblica? O che non si possa guidare un’automobile dopo aver  bevuto una birra senza rischiare di finire tra gli “alcoolisti anonimi”?

Si tratta di piccole cose, ma ormai sono tante da rendere la vita quotidiana un percorso a ostacoli!

“Abbiam la libertà / di esporre i panni al vento / nelle ore consentite / dal regolamento” diceva una vecchia canzone dei Gufi.

Sarebbe il caso di rivendicare il diritto di esporli quando ci pare. 

E se tali rivendicazioni non le promuovono i libertari, chi altro dovrebbe farlo?

 

  

 

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