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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Domenica, 01 Ottobre 2017

naveA proposito di turismo, di Domenico Secondulfo (n°205)

Se il riscaldamento globale per molti è un problema ed un danno, per alcuni invece è una benedizione, e mi riferisco all’industria turistica italiana che sta conoscendo la sua più lunga e redditizia stagione.

Spagna, Italia ed in parte Francia sognano di risolvere i propri problemi facendo leva sulla moltiplicazione del turismo, ma questa lunga estate sta facendo venire a galla le contraddizioni e i rischi di una strategia apparentemente così ovvia e geniale, come i vari atti di vandalismo o semplice cafoneria, oppure l’insorgere dei cittadini delle città maggiormente “baciate” dai flussi turistici mostrano. Per ottenere un significativo impatto economico e sociale, ed un conseguente guadagno in consenso politico, è necessario virare dal turismo di élite a quello di massa. Solo quest’ultimo infatti è in grado di diffondere capillarmente sul territorio il flusso di turisti e denaro, ma anche, naturalmente, l’impatto devastante delle greggi turistiche e della capillare trasformazione di tutto, dagli usi abitativi agli spazi pubblici, al verde e alla vivibilità, delle aree che si aprono all’abbraccio turistico. Se si optasse per il turismo di élite allora al posto delle mille pizzerie, delle duemila pensioni e dei diecimila appartamenti ci sarebbero due ristoranti e cinque super alberghi in mezzo alla natura, dove però i nativi potrebbero al massimo entrare come camerieri. Naturalmente, il turismo di massa nella sua opera alchemica trasforma in modo irreversibile tutto quello che tocca, e puntando sulla logica alti numeri-bassi costi allontana in modo irreversibile il turismo di élite. Ma non è solo per questo che dal turismo di massa non si torna indietro, la sua maggiore democraticità economica infatti crea un enorme indotto economico e di consenso politico che rende vieppiù impossibile invertire la rotta. Basta guardare cosa è accaduto sulla riviera romagnola, a Firenze o Venezia, a Barcellona oppure quanto sta accadendo a Bologna. Ed il processo una volta avviato non solo è irreversibile ma anche inarrestabile, poiché tutti vogliono la loro fetta dal portafoglio dei turisti, e la trasformazione economica, ambientale e sociale è veloce e implacabile, come dimostra l’aumento di ristoranti, caffetterie, street food e case in affitto a Bologna negli ultimi cinque anni. Prendo l’esempio di Bologna perché l’espansione del turismo di massa è attualmente in corso e quindi è facile vederne l’andamento. Stranamente però questo benedetto turismo di massa, tanto generoso e democratico nella distribuzione della ricchezza non piace a nessuno o quasi. Non piace a q uei cittadini sui quali si rovesciano per lo più i danni e non il denaro portato dai turisti, e che mal sopportano la trasformazione della loro città o del loro territorio in un parco giochi. Venezia, Firenze, Barcellona stanno già vedendo azioni radicali di rifiuto del turismo da parte della cittadinanza. Rifiuto che le annacquate iniziative dei vari assessori non calmano, proprio perché l’indotto economico del turismo di massa costituisce un serbatoio di consenso o dissenso politico da cui nessun partito o amministrazione può prescindere, quindi, dal punto di vista dell’azione pubblica, si assiste ad un triste alternarsi di mogli ubriache e botti piene che se non peggiora la situazione certamente non la risolve, e non può risolverla se non a costi politici che solitamente nessuno vuole sostenere. Incredibilmente, almeno a parole, non piace neppure a molti che sul turismo guadagnano, e questo perché chi lavora nel turismo, spesso, è vittima del complesso del cameriere, cioè di quella condizione psicologica che lo porta ad identificarsi con i clienti di élite e rifiutare la contaminazione con il turista-massa, che però è quello che, come si suol dire, gli dà da mangiare. Servire la élite, a quanto pare, è più onorevole e gratificante che servire il popolo, si lavora meno e si guadagna di più, tra l’altro, ma nessuno si chiede dove andrebbe a finire lui se questo accadesse. Ed allora ecco la levata di scudi contro il turista mordi e fuggi, contro il saccopelista, contro il cafone come se bastasse eliminarli per richiamare magicamente il turista di élite. Ma il turismo di massa, sviluppandosi sulla combinazione prezzo-quantità e non qualità, e quindi con la necessità di richiamare folle di persone crea, richiama, plasma proprio quel tipo di turismo che poi odia e cerca di rigettare. E vogliamo magari tacere che se si lascia che il turismo di massa degradi il territorio, fatalmente, chi sarebbe interessato alle sue bellezze andrà altrove, e arriveranno solo quelli che sono interessati ad altro, e vogliamo tacere che è proprio sul turismo da sballo che è più facile guadagnare? E qui veniamo all’ultimo punto, lo sballo. Questo è un problema tipico della società dei consumi, far convivere il controllo e la disciplina con la liberazione, consumistica, dei desideri e degli istinti, che trova nello “sballo” il suo apice. Tipicamente è uno dei problemi dei supermercati, stimolare il desiderio ma controllare il comportamento, in modo che il desiderio si trasformi unicamente in acquisto o venga represso, inviti al consumo e al divertimento che devono convivere con telecamere e guardie giurate, non a caso alcuni giudici, in caso di furti nei supermercati, hanno considerato l’esposizione della merce e gli stimoli al consumo non come aggravanti ma come attenuanti, innovando la giurisprudenza del settore. Ma cosa accade se è proprio lo sballo il bene che il turismo promette e vende? Se si vende il proprio territorio e lo si fa a poco prezzo, poi è risibile lamentarsi dell’uso che ne fa chi lo compra. Questa è la contraddizione etica del turismo di massa. Da un lato chi sul turismo guadagna gradirebbe che il turista gli portasse i soldi in silenzio, magari glieli spedisse da casa senza neppure venire, dall’altro chi sul turismo ci rimette gradirebbe che il turista scomparisse e con lui tutte le invasioni degli spazi comuni e gli stravolgimenti delle abitudini quotidiane che porta con sé, ma il turista paga, e vuole usare quello che ha pagato e comprato come gli aggrada. Chi ha ragione? Oltretutto la moneta cattiva scaccia la buona per cui se il turismo di massa degrada il territorio, sociale, economico o fisico, il livello di questo turismo si abbasserà scacciando quella parte che sarebbe stata interessate a quelle qualità del territorio che le trasformazioni turistiche hanno fagocitato. Il turismo di massa, infatti, ha un valore aggiunto basso, e proprio per questo è economicamente democratico, poiché permette guadagni anche senza grossi investimenti o capacità, ma necessitando di alti numeri per essere redditizio ha una crescente fame di spazio, essendo la sua unità il turista, entità comprimibile ma non più di tanto. A Parigi, per esempio, il comune ha fissato la dimensione minima dei tavoli dei ristoranti e dei bar, intendendo in modo molto ottimistico il concetto di tavolo. Quindi o in un certo territorio tutti guadagnano sul turismo ed allora si lamenteranno ma abbozzeranno sulle sue conseguenze, magari andando ad abitare nel silenzio e nella natura di qualche paesino vicino, oppure chi guadagna da altre attività prima o poi si ribellerà poiché il turismo di massa ha continuo bisogno di spazio da trasformare e solitamente ridisegna a sua immagine e utilità i luoghi in cui si espande e che pian piano invade. Quindi, ipocrita lamentarsi, difficile difendersi, facile peggiorare. Buone vacanze.

 

 

 

 

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