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Categoria: Dibattiti e opinioni
Creato Sabato, 17 Giugno 2017

anzianiPopolazione e politica, di Luciano Nicolini

A proposito di immigrazione, invecchiamento, sovrappopolazione, rapporto tra i sessi

La demografia è lo studio della popolazione e, in particolare, dei processi che determinano, nel tempo, le variazioni quantitative delle popolazioni umane. I politici ne parlano raramente. Quando lo fanno, in genere, è per avvalorare le loro affermazioni più assurde.

In Italia, si parlò di demografia all’inizio del Novecento, quando la popolazione era in forte crescita, per giustificare le criminali imprese coloniali; se ne parlò ancor più sotto il regime fascista, quando il “duce” voleva “otto milioni di baionette” e premiava le donne più feconde. (Si noti l’uso strumentale: gli stessi potenti che, quando ancora Mussolini era all’opposizione, si erano serviti dell’aumento della popolazione per giustificare l’avvio delle imprese coloniali, quando Mussolini fu al governo si servirono delle sue imprese coloniali per giustificare le politiche tendenti all’incremento della popolazione).

Nel secondo dopoguerra la situazione si fece più chiara: la sinistra, contraria all’emigrazione degli Italiani all’estero e alle aggressioni alle altre nazioni, era favorevole alla limitazione delle nascite; la destra, cattolica e nazionalista, era contraria; la demografia, già troppe volte tirata per la giacchetta, tornava ad essere una scienza.

Ciò di cui tutti parlano: l’immigrazione

Ma ancora l’Italia non si era trasformata in una terra d’immigrazione. Fu all’inizio degli anni novanta del Novecento che, del tutto impreparati, ci rendemmo improvvisamente conto di vivere in un paese che attira migranti. E si ricominciò a parlare, a sproposito, di demografia: da un lato si sosteneva (e si sostiene) che se non fermeremo l’immigrazione la popolazione italiana sparirà (insieme alla sua identità culturale e al suo stato sociale) per far posto ai barbari; dall’altro che se non accoglieremo i giovani immigrati saremo destinati a diventare una specie di ospizio a cielo aperto.

Sono ormai molti anni che mi occupo di demografia, per quattro l’ho anche insegnata (ora, invece, insegno “statistica sociale”), e mi sembra che in questi discorsi vi sia una buona dose di esagerazione. È chiaro: nei paesi poveri è presente (anche a prescindere dalle guerre in corso) una forte spinta ad emigrare verso i paesi più ricchi tra i quali (per quanto ancora?) figura l’Italia. Ed è altrettanto chiaro che se i paesi più ricchi continueranno a chiudersi nei confronti degli immigrati, quest’ultimi si riverseranno su quelli più permeabili (per via della collocazione geografica, dell’estensione delle coste, della vocazione turistica). La cosa potrebbe creare problemi, soprattutto dove, come in Italia, la densità di popolazione è già troppo elevata. Ma siamo ancora lontani da uno scenario come quello descritto: la popolazione residente nel nostro paese, checchè ne dica Salvini, non sta aumentando.

Quanto all’ospizio a cielo aperto, è senz’altro vero che l’allungamento della vita umana e la contemporanea diminuzione della fecondità stanno determinando un invecchiamento della popolazione italiana, ed è possibile che, come prevede l’ISTAT, nel giro di vent’anni ci troveremo ad avere più di settanta persone in età non attiva (minori di 15 e superiori a 64 anni) ogni cento in età attiva. È tuttavia opportuno ricordare che situazioni simili erano comuni nel nostro paese all’inizio del Novecento, quando pochi erano gli anziani ma, per contro, erano molti i bambini: ciò che risultava sostenibile allora dovrebbe esserlo, a maggior ragione, domani, senza che vi sia la necessità di importare migranti. E lo dico, sia ben chiaro, non per unirmi al coro di coloro che vogliono chiudere le frontiere, ma per sottolineare come, ancora una volta, la demografia venga tirata in ballo a sproposito.

Ciò di cui si parla poco: l’eccesso di popolazione

È questo un argomento che invece è passato di moda. Se ne parlò molto negli anni settanta del Novecento, quando il Club di Roma (un’associazione di scienziati, politici e imprenditori) mise in guardia circa i limiti dello sviluppo e sostenne la conseguente necessità di frenare la crescita della popolazione mondiale. Poi si smise di parlarne: gli yuppies degli anni ottanta, ispirati dalle ideologie più reazionarie ed appoggiati dai mezzi di comunicazione di massa, diffusero la convinzione che il progresso tecnologico avrebbe consentito di superare ogni limite. E si continua a ragionare come se così fosse, senza considerare che su questo pianeta siamo già troppi, e non tanto in rapporto al cibo che è teoricamente possibile produrre, quanto alla massa di rifiuti che immettiamo nell’ambiente e, soprattutto, siamo troppi per vivere da uomini liberi.

Si può vivere da uomini liberi quando si abita in molte persone un appartamento di pochi metri quadri? Ho qualche dubbio. Certamente ci si dovrà imporre molti limiti per non disturbare gli altri abitanti. Inoltre, se si dispone di un solo bagno, anche l’uso del proprio tempo dovrà essere regolamentato.

Lo stesso può accadere in un pianeta con un eccesso di popolazione. È pertanto mia opinione che un libertario debba porsi seriamente il problema di porre un freno alla sua crescita. Gli abitanti della Terra, quando, all’inizio dell’Ottocento, si cominciò a parlare di socialismo, erano circa un miliardo. Ora siamo sette miliardi e mezzo: decisamente troppi.

Ciò di cui non si parla: il rapporto tra i sessi

Ben pochi sono infine coloro che parlano del rapporto tra i sessi alla nascita. Ma forse sarebbe il caso di parlarne. Come sa chi ha studiato biologia, di norma nelle popolazioni umane nascono circa 105 maschi ogni 100 femmine. Sul perchè ciò avvenga esistono diverse interessanti teorie, ma non è su queste che voglio fermare l’attenzione. Ciò che mi interessa sottolineare è che grazie ai progressi fatti nelle analisi che consentono di conoscere il sesso del nascituro, alle leggi sull’interruzione volontaria della gravidanza, e in presenza di una forte predilezione per il figlio maschio, in alcuni paesi (tra i quali l’India e la Cina) si è creato negli ultimi decenni un forte squilibrio tra i sessi.

In Cina nascono circa 115 maschi ogni 100 femmine; in India circa 112. In Cina i maschi in età tra i 15 e i 24 anni sono circa dieci milioni in più rispetto alle femmine di età corrispondente; in India circa tredici milioni in più. Tra gli inferiori ai 15 anni, che entreranno presto nell’età riproduttiva, vi sono in Cina circa diciotto milioni di maschi in più rispetto alle femmine, in India circa venti milioni.

Se è vero che molti potrebbero scegliere di avere rapporti omosessuali, altri rinunciare a riprodursi, altri ancora essere disposti a condividere una sola “fattrice”, ritengo assai più probabile che per la maggior parte il trovarsi in sovrannumero rappresenti un problema. In passato tale problema è stato spesso risolto con la forza (ricordate il “ratto delle Sabine?”). E la cosa è piuttosto inquietante.

Se poi si considera che tra i giovani maschi molti sono portati a menar le mani, e tra gli anziani ce ne sono parecchi portati ad approfittarne per i propri interessi...

 

 

 

 

 

 

 

 

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