Stampa
Categoria: Ambiente
Creato Sabato, 18 Gennaio 2020

Sorbi, Raffello (1844-1931)Le Georgiche: imbuinare l’aia, di Rino Ermini (n°229)

 “Possum multa tibi veterum praecepta referre, / ni refugis tenuisque piget cognoscere curas. / Area cum primis ingenti aequanda cylindro / et vertenda manu et creta solidanda tenaci, / ne subeant herbae neu pulvere victa fatiscat, / tum variae inludant pestes: saepe exiguus mus / sub terris posuitque domos atque horrea fecit, / aut oculis capti fodere cubilia talpae, / inventusque cavis bufo et quae plurima terrae / monstra ferunt, populatque ingentem farris acervom / curculio atque inopi metuens formica senectae.

 I,176-186

“Ti posso riferire molti precetti degli antichi, / se non ne rifuggi tediato di apprendere umili cure. / In primo luogo bisogna pareggiare l’aia con un grande rullo, / e smuoverla con le mani e consolidarla con tenace creta, / affinché non vi spuntino erbe, e vinta dalla polvere non si spacchi, / e non la guastino vari flagelli: spesso il piccolo topo / costruisce una dimora sotterranea e ne fa il suo granaio, / e vi scavano i loro covili le cieche talpe, / e nelle buche si trova il rospo e gli strani animali / che la terra produce numerosi, e il gorgoglione devasta un ingente / mucchio di farro, e la formica che teme una povera vecchiaia.” 

I, 176 -186

Ho deciso di riportare i versi anche in latino. Rispetto a questa lingua serve un precisazione. C’è stato un tempo in cui pensavo, con Don Milani e i Ragazzi di Barbiana, che il latino fosse un “lucignolo spento”. Rivendico quel modo di pensare, ma, rovescio della medaglia e forse piena contraddizione, il latino è una lingua che ho amato e a suo tempo studiato con passione. La ritengo bella, come tutte le lingue, e volendo e potendo meritevole di essere studiata. Non, come troppo spesso si è fatto, per distinguersi dal “volgo”, ma aperta a chiunque, studiata in un istituto professionale per l’industria e l’artigianato come in un liceo classico. E a chi frequenta il classico dargli magari due rudimenti sulla tecnologia dei materiali, sui diritti dei lavoratori in fabbrica e sulla sicurezza nei cantieri. Ma vedo da me che mi sto allontanando dal tema dato.

Vi parlerò dell’imbuinatura  dell’aia, un argomento che ha a che fare con lo sterco di vacca. Non con il letame (che è un misto di sterco, urina e paglia di lettiera opportunamente maturato in concimaia prima di essere sparso nei campi). Qui si parla proprio di sterco. Tutti sappiamo poi che cosa è l’aia: è in genere quello spazio davanti a una casa  contadina dove circolano polli, galline e altri animali e soprattutto dove si svolgono parte dei lavori propri di un podere con annesse terre e bestiame.

Virgilio dice che quest’aia deve essere “rullata” e passata con uno strato di creta in modo tale che, seccatosi poi al sole questo materiale, la superficie rimanga li scia e dura e non venga intaccata dai più svariati possibili guastatori, dalle formiche ai topi, dal rospo ad altri animali “che la terra produce”. Non so quale fosse esattamente l’espeienza del Poeta, ma dalle mie parti a metà del secolo scorso, nell’aia dov’era un continuo via vai di umani e bestie compresi gatti e cani era difficile vi si avventurassero topi, talpe e rospi, casomai le formiche che quelle nemmeno i polli le beccano. 

Noi curavamo l’aia tenendola pulita e spazzandola con una granata fatta di scope di bosco (erica arborea). E la lisciavamo come dice Virgilio solo prima di portare all’aia e battere il grano. Vi dirò in un altro momento che portare all’aia era portare sull’aia le manne di grano e ammucchiarle in una barca (bica) pronte per la battitura (trebbiatura). La si rendeva liscia e dura perché durante le suddette operazioni nemmeno un chicco di grano andasse perduto. Tanto per intenderci: sarebbe stato impensabile spazzarla per raccogliere i chicchi di grano dispersi se vi fosse stata terra battuta e polvere, mentre era più facile con una spalmatura di materiale, tipo calcina ma non propriamente tale, seccata dal sole. Sento già qualcuno particolarmente attento chiedermi come facevamo allora con polli e galline che a ripulir l’aia dai chicchi di grano ci avrebbero pensato loro. Nei giorni in cui si portava all’aia e si trebbiava dovevano rimanere rigorosamente chiusi nel pollaio.

Questa lisciatura e indurimento dell’aia si faceva non con la creta, ma con la buina che era appunto lo sterco delle vacche che per averne una quantità giusta si cominciava a raccoglierlo in grossi recipienti di legno fin da qualche giorno prima dell’operazione. Al momento di fare l’imbuinatura prima si spazzava l’aia e la si schizzava con acqua per inumidirla leggermente, insomma per stabilizzare la polvere; quindi si versava la giusta quantità d’acqua nei bidoni allo scopo di sciogliere la buina quel tanto che bastasse a spalmarla sul terreno. Questo lavoro era ovviamente fatto dagli adulti, ma altrettanto ovviamente i ragazzi erano obbligati a dare una mano com’era loro dovere sempre quando si trattava di lavori non pericolosi. C’era in questo caso occasione di aspri conflitti con le madri che gridavano come ossesse che ci mettessimo gli stivali e adoperassimo la pala; ma non potevi farlo dopo che avevi aspettato mesi per potere, rigorosamente in mutande, spandere merda di vacca con le mai e camminarci sopra a piedi nudi. E poi, finito il lavoro, andare a sciacquarsi nella pozza del podere, con i pesci che ti schizzavano intorno attirati dal forte odore che si emanava.

Il lavoro era finito quando la buina era ben stesa per tutta l’aia. Veniva quindi un periodo di almeno un paio di giorni in cui non potevi camminarci: polli e galline chiusi e cani alla catena. I gatti no, schizzinosi com’erano ci pensavano da sé a star lontani e a non impantanarsi. Anche i ragazzi qualcuno aveva la tentazione di metterli alla catena. Ragazzi che non mancavano di lasciar nell’aia così conciata, prima di uscire definitivamente dal “manufatto” di calce organica stesa di fresco, le impronte di piedi e mani che ad aia seccata sarebbero state oggetto di ammirazione.

Detto per inciso, c’era un’altra occasione in cui si adoperava questa buina. Ed era quando si piantavano le cipolle (il ciclo delle cipolle è importante, e forse avrò modo di parlarne un’altra volta). Le radici delle cipolle da mettere a dimora, pianticelle esili e piccoline, venivano immerse nella buina ammorbidita con acqua in modo che questo impasto “energetico” rimanesse attaccato alle radichette e desse nutrimento immediato quando cominciava il processo di attecchimento.

Questo lavoro di spandere la buina nell’aia non lo facevano quei pochi contadini che avevano l’aia lastricata a lastre di pietra serena. Arrivò un’epoca poi che nessuno lo fece più perché visto il tempo e il tramenio che ci voleva, si trovava più conveniente lasciare che quei quattro chicchi sparsi dopo aver portato all’aia e aver trebbiato li beccassero i galletti. Insomma: fummo noi, a metà degli anni Sessanta del Novecento, ad abbandonare una pratica che risaliva per lo meno al I secolo a. C. Ma se abbiamo letto attentamente il primo verso citato, le parole “veterum praecepta” ci dicono che già per Virgilio si trattava di cose degli antichi e quindi della Roma repubblicana o monarchica o degli Etruschi o, addirittura, dei Villanoviani.

 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Le Georgiche: imbuinare l’aia, di Rino Ermini (n°229) - Cenerentola Info
Joomla theme by hostgator coupons

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti. Se vuoi saperne di più o negare il consenso all’utilizzo, consulta questa pagina. Cliccando su "CHIUDI" ovvero proseguendo la navigazione sul sito si presta il consenso all’uso di tutti i cookie.