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Marzabotto di e con Matteo Belli

Intervista a Matteo Belli

Matteo Belli - Foto Luciano Paselli

Gli incanti di Alice 

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Marzabotto  

di e con Matteo Belli

Matteo Belli ha messo in scena - sabato 12 e domenica 13 gennaio, in anteprima  al Teatro Consorziale di Budrio - il suo ultimo lavoro: “Marzabotto”.  (Testi di Matteo Belli e Carlo Lucarelli, musiche di Paolo Vivaldi).

Il testo letterario trova la ragione del suo componimento nell’apertura del così detto armadio della vergogna.

Anno 1994: il Procuratore militare Antonio Intelisano scopre, in uno sgabuzzino della procura di Roma, un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave, protetto da un cancello.

All’interno: fogli di quarantadue centimetri per trenta, il timbro secret.

Solo sulla prima pagina l’elenco di quattrocentocinquantasei morti.

Al  numero 1: “eccidio delle Fosse Ardeatine ed altre località vicine”;

 … al numero 1167: “eccidio di Spalato”;

… al numero 1188: “Cefalonia”;

 … al numero 1937:  “eccidio di Marzabotto”;

… per un totale di  2.273 “pratiche”.

In quell’armadio, sono stati occultati i massacri commessi dai nazisti e dai fascisti dall’armistizio di Cassibile alla Liberazione. Qui sono stati chiusi quasi ventimila corpi: la loro memoria, la loro vita, la loro morte. Civili, donne, bambini, vecchi, e militari arresi.

E così quell’armadio, occultato e chiuso per “volontà politica” e in nome della “ragion di stato”, diventa lo spazio della giustizia negata e della memoria tradita.

Ed è proprio in questo spazio che la rappresentazione magistrale di Matteo Belli, trova la necessità della sua realizzazione.

Sul palco, a sinistra, una scrivania, una macchina da scrivere, una lampada. Al centro, l’armadio girato di spalle.

Il tempo della rappresentazione, più di un’ora, è senza soluzione di continuità. Leggero nel suo svolgersi. Penetrante nell’ascolto percepito, laddove il regista-attore, attraversando il tempo e la storia vissuti dall’armadio e dal suo contenuto, ne ferma i passaggi più significativi: l’archivista come testimonianza dell’occultamento per cinquant’anni dell’ “oggetto”, l’individuazione dei responsabili dell’insabbiamento, la condanna dei responsabili dell’eccidio,  ma soprattutto, le testimonianze dei superstiti di Marzabotto.

Questo, sicuramente, il momento più forte, più intenso.

Perché è lì, in quello spazio, che il pensiero dello spettatore, attivato dalla forza emotiva innescata dalla suggestione scenica e dal talento espressivo e vocale di Matteo Belli, può rallentare, immergendo nella più lacerante delle memorie e arrivando a toccare il nucleo più vero della storia,  troppo spesso dimenticato: l’uomo.

Ed ecco allora che lo spettatore, uscendo dal teatro, non può non fermare il pensiero che, per associazioni evocative, riflette su altre omissioni, altre verità nascoste in nome della sempre uguale “ragion di stato” e per conto della medesima “volontà politica”. 

Una “ragione” che trascende gli individui, nonostante da essi derivi e in essi trovi la legittimità della sua esistenza.

Come dire: da una parte il sistema politico-sociale, dall’altra gli uomini, le loro vite , le loro storie.

Ed è proprio a questi uomini, ad ogni singolo uomo, che la voce e il viso/maschera di Matteo Belli, consegna valore. Un valore umano ed etico, di un’etica che trova le profondità delle sue radici in un senso antropologico troppo spesso dimenticato, tanto spesso rimosso da altri tipi di valore.

 

Annalisa Righi

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Intervista a Matteo Belli

Ed ora cerchiamo di capire di più, di capire cosa c’è dietro e dentro un lavoro di questo genere, lasciando la parola all’autore – regista - attore dell’opera, che gentilmente ha ospitato Cenerentola a casa sua il 25 gennaio, la vigilia di un’altra rappresentazione al Teatro di Medicina di una sua opera: “Ora X : Inferno di Dante” (da non perdere!).

Riportiamo in sintesi i passaggi più significativi della conversazione.

La committenza

 “Questo lavoro è nato da una committenza perché c’è un processo produttivo in corso che coinvolge la Provincia di Bologna, la Regione,  la Comunità Montana Cinque Valli -  gli otto paesi coinvolti – e si è individuato nell’Associazione Ca’ Rossa, che lavora in questi posti da dieci anni, il soggetto produttivo per la realizzazione di quattro spettacoli dedicati ai temi del territorio. Abbiamo già realizzato uno spettacolo sul bosco, poi c’è questo e dovremmo farne un altro che sarà sulla viabilità e un altro sull’impatto tecnologico.”

 Oltre Marzabotto

 “Abbiamo deciso di partire, non dal racconto dell’eccidio di Marzabotto come un fatto di 62 anni fa, relegato alla parentesi del perimetro storico. Siamo voluti partire da un gancio profondo, una relazione profonda con il presente, con il nostro oggi che questa storia presenta e mette in campo, e purtroppo esprime. Tutto questo – Marzabotto, come altri eccidi, come altri fatti criminali, avvenuti durante la seconda guerra mondiale, e che esulano dai limiti dello scenario di guerra perché diventano stragi di civili, addirittura operazioni di pulizia etnica - tutto questo, è stato obnubilato dalla famosa opera di insabbiamento che fu messa  in atto dalla fine della guerra, ma, diciamo, architettata, organizzata, e operata più o meno dal 1955 al 1960.”

 Un archivista

 “E così, mi sono trovato ad entrarci dentro, in una full immersion totalizzante, dalla metà di dicembre alla metà di gennaio. E lì, ho scoperto delle cose che forse inconsciamente contenevo ma che non volevo ammettere, ho scoperto la mia accezione. Sono entrato dentro il  lavoro. E così, a posteriori, posso dire quello che ho scoperto facendo.

Questo archivista, io credo che sia il personaggio più autobiografico che io abbia mai messo in scena. Perché è un uomo che ha a che fare con i fantasmi, perché si confronta con una materia invisibile, magmatica, sfuggente come il mercurio, ma soprattutto che non può non riguardarlo interiormente ma che, perché diventi una presenza concreta, deve necessariamente subire il metabolismo del suo operato. Ed è un operato interpretativo, ma non perché questo archivista giochi a fare il teatro, o si diletti di teatro, o viva sull’ambiguità, ma perché il dare voce a questi fantasmi è l’unica sua possibilità di salvezza. Cioè non può non comportarsi così, non può non essere attore.

Per me è una terapia, una prassi di vita esistenziale, le rappresentazioni teatrali sono catartiche in senso aristotelico. E, come attore, conosco bene la solitudine, che è una dimensione pericolosa, però è anche una dimensione di insondabile creatività.”

La poetica della  “catàbasi”

 “Dentro questo testo c’è una poetica teatrale molto concreta che mi torna da molti punti di vista.

Ci riflettevo ieri, tornando giù da Vergato  - passando in questa giornata, di una bellezza insostenibile,  di questo sole terso, pulito. Su questo verde, di quelle colline. In quel colore, di quei calanchi.  Per quella che io definisco, la struggente sinfonia di calanchi e isoipse, che è l’Appennino bolognese -  e  mi sono ancora una volta di più riconfermato un perché del mio rapporto con questa materia,  il bisogno di raccontare questo territorio anche, come già ho fatto col film documentario su Pianoro dodici anni fa, come ritorno a fare oggi,  il bisogno di raccontare questi paesaggi, questi luoghi, attraverso la memoria umana, passando attraverso l’orrore dell’eccidio così come ho bisogno, ho avuto bisogno, di passare attraverso la catàbasi, la discesa agli inferi di Enea nel VI libro dell’Eneide di Virgilio, e attraverso l’inferno di Dante, per parlare della vita. E’ un mio bisogno. Io sono forse un attore degli inferi.”

Teatro di nozione / Teatro di rivelazione

 “Una cosa che non volevo fare era quello che io chiamo il teatro di nozione, come si fa oggi, spesso, per non dire sempre, quando si fa lavoro sulla memoria. Io cerco sempre di fare quello che io chiamo un teatro di rivelazione. Ma la rivelazione altro non è che l’apokalein quindi, è un lavoro apocalittico di svelamento di ciò che lo spettatore prima di sedersi non sa e dopo scopre durante lo spettacolo e questo è il metabolismo profondo, che è maieutico, che l’opera d’arte deve fare. Perché io mi posso sedere davanti a uno spettacolo, sentire parlare dei morti nelle miniere del Belgio, dei disastri compiuti sulla diga del Vajont, dell’orrore delle Fosse Ardeatine, et similia. Alcuni dei quali sono anche capolavori, di genere. Ma lì, allo spettatore, succede che acquisisce una serie di informazioni che lo sconvolgono, ben scritte, ben architettate, ben organizzate, giusta la definizione di Marco Paolini di “orazione civile”,  perfetto. Io, quando uscii da quello spettacolo, che non aveva ancora fatto il botto televisivo, dissi: “non so che cos’è, ma so che nel suo genere è un capolavoro”.  Perfetto. Il problema è che noi abbiamo bisogno di un’altra cosa, recuperare ai sensi dello spettatore, quindi dell’essere umano moderno, le virtù, le prerogative e la responsabilità etica sociale e politica che deve ritornare ad avere oggi il teatro, cioè quello di arrivare al racconto, alla pronuncia delle cose, attraverso quel meccanismo che i greci chiamavano di aletheia cioè la verità del disvelamento. Allora può sembrare il contrario, disvelare e rivelare, perché rivelare, riveli, ma in realtà poi non è così, perché la rivelazione è qualcosa che fa scoprire cose nuove, cioè il discorso sull’eskaton, sulle cose ultime. Su ciò che prima non sapevi proprio come processo gnoseologico, cognitivo. Allora secondo me questo deve tornare a fare il teatro, di qualsiasi cosa si occupi.”

 Commedia italiana / Tragedia italiana

 “Una cosa che ho detto in una primissima intervista ad un’emittente locale, su questo spettacolo, dovevo ancora cominciare le prove - quello che voglio tentare è di raccontare con gli strumenti della commedia all’italiana una tragedia italiana-. Ora, è chiaro che questo può anche, forse, generare dei dibattiti o delle critiche. Però, insomma,  un elemento di articolazione, ulteriore, di…  faccio fatica a usare la parola novità, spero di crescita, o di maturazione, è, che è vero, per le ragioni su menzionate, che  utilizzo e faccio utilizzare a questo personaggio queste tecniche che io definisco di ‘sinfonismo attoriale’ cioè, l’attore che interpreta vari personaggi  è capace di incarnare varie voci, vari corpi e varie ‘evocazioni’. Però, in questo caso, il passaggio è che, tutta questa esperienza mia che ho fatto sugli strumenti giullareschi,  della tavolozza sinfonica dell’attore cangiante, polimorfo e rutilante, se vuoi, nella sua pirotecnia di pose, cambiamenti, mutamenti, ecc... lo fai  in una chiave drammatica, per non dire tragica. Ecco, il problema è che si produce un qualche cosa, che sarebbe interessante indagare, come il racconto, non diventi terapia, ma come diventi catarsi nel senso aristotelico.  Cioè, che rapporto c’è tra l’uomo e l’orrore e come, il metabolismo scenico dell’incarnazione, quindi  del disvelamento:  nell’ incarnare un personaggio io rivelo qualche cosa – scopro - incontro io -  mi confronto  e trasmetto agli altri. Come tutto questo momento, passaggio articolatorio, possa intervenire in questo processo e possa renderlo possibile, attenzione. Perché quello che colpisce molto le persone è questo modo di dare credibilità all’indicibile. Allora io mi chiedo, e rifletto, è forse questo un modo per operare sulla memoria e  renderla attiva? Viva, vivente. Io che ho coniato questa antinomia oppositiva tra ‘teatro di nozione’ e ‘teatro di rivelazione’, impegnandomi radicalmente per il secondo, ma interessato a confrontarmi col primo. Perché, con questo spettacolo si entra in un dibattito operativo, che non è solo teatrale, sui modi dell’operare dell’intervenire sulla memoria e quindi sul recupero storico.”

 

Annalisa Righi 

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Gli incanti di Alice produzione de “L’Acchiappasogni”, idea, testo, regia e interpretazione di Lorenzo Ciavattini, Melissa Conigli, Sabrina Mazzantini. 

Teatro per bambini?  No, teatro per tutti, anche perché un “teatro per bambini” non esiste.

Siamo tutti anche/ancora bambini (chi scrive questa nota più degli altri, forse “rimbambino”, spero, più che “rimbambito”); ma poi il teatro vero come questo coinvolge veramente tutti, perché è teatro di qualità, emozionale ed emozionante. Musica e teatro si fondono, i ruoli si scambiano (tra l’altro mostrando come l’attore possa alternarsi in essi), le fiabe s’intrecciano: Alice, non più quella di Carroll, ma quella esposta alla TV, legge un libro e sogna di “cadere”  in “Cappuccetto Rosso”, in “Raperonzolo”, in “Biancaneve”, in “Il gatto con gli stivali”. Con la liquidazione - ironica, però - di stereotipi quali quello del principe azzurro, mai “buttati”, tuttavia... C’è anche l’uso, intelligente e calibrato, di teatro di figura, con il letto che diviene muro invalicabile, “The Wall”, anche nel senso del classico film  dei “Pink Floyd”, con i guanti a mano che divengono gli stivali del gatto...

In più c’è la strega “schizzata”, una principessa rock, un lupo vegetariano, ancora nel senso di non-stereotipi che potrebbero diventare nuovi, ma (almeno per ora) non lo sono, sono semmai alternative agli stereotipi o, se volete, anti-stereotipi.

Bravissimi gli attori-interpreti-autori-registi Melissa Conigli, Sabrina Mazzantini, Lorenzo Ciavattini  (anche musicista - è maestro di clarinetto e lo suona in scena, in movimento), impegnati in uno spettacolo molto duro, ma sempre “felici” della propria fatica. Da vedere e ascoltare con attenzione, anche perché nel caso di bambini piccolissimi, che possono “percepire” un seppur bassissimo grado di paura, gli interpreti sono sempre disponibili a parlarne con i piccoli ospiti-spettatori, spiegando apertamente di che cosa si tratta.

Un “atto politico”,  se volete. Ricordiamo le belle, anche se “austere” (è teatro povero), scene di Fabio Mazzieri e Valentina Mariotti, mentre alle luci è Ilaria Contini.

Fiaba e mondo “quotidiano”, realtà e sogno... non fusi, ma “fondibili”.

Eugen Galasso