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Schermi di febbraio

Guida alle uscite cinematografiche dell'inverno profondo

L'innocenza del peccato

 

 

Colin Farrell - Foto Luca Baroncini 2007 Il cortometraggio in Italia

Un cinema interessante, ma senza spettatori

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Schermi di febbraio

Smaltiti cine-panettoni e kolossal soporiferi del periodo natalizio e dopo un gennaio non privo di spunti di interesse (tra gli altri, le opere di Ang Lee e Sean Penn, oltre al “Cous Cous” recensito nel numero 97 di Cenerentola), arriva il mese più corto dell’anno con una vera e propria abbuffata di titoli. Chissà perché concentrare tante uscite succose distanziandole così poco è enigma da sottoporre ai distributori, sempre più irrazionali nel pianificare i listini.

Si comincia il 1° del mese con “Sogni e delitti” di Woody Allen, in cui il regista americano torna per la terza volta a Londra (dopo “Match Point” e “Scoop”) per ambientare la calata agli inferi di due fratelli avidi di denaro e disposti ai compromessi. Niente risate, quindi, ma un solido dramma. Al Festival di Venezia, dove è stato presentato in anteprima mondiale, in molti hanno storto il naso, ma il richiamo dei due protagonisti (Ewan McGregor e Colin Farrell) e la regia di Allen, oltre a un lancio in grande stile da parte della Filmauro, accenderanno sicuramente la curiosità degli spettatori. La settimana successiva è la volta di “Lo scafandro e la farfalla”, premio al festival di Cannes e ai Golden Globe a Julian Schnabel come miglior regista. La storia è quella, vera, di Jean - Dominique Bauby, giornalista affermato che colpito da un ictus resta paralizzato, perfettamente lucido ma con tutte le funzioni motorie deteriorate. L’unica parte del corpo che è in grado di muovere è l’occhio sinistro e sarà proprio attraverso il battito di una palpebra che in un anno e due mesi riuscirà a elaborare un alfabeto in grado di comunicare il proprio stato d’animo in un libro, divenuto poi caso editoriale. Sempre per restare alla malattia, si parla molto bene anche di “Away from Her – Lontano da lei” (in uscita il 14), opera prima della canadese Sarah Polley, già affermata attrice (“Il dolce domani”, “La vita segreta delle parole”, “Il mistero dell’acqua”). Al centro del racconto una coppia anziana di coniugi costretta a separarsi quando la moglie (una Julie Christie possibile vincitrice agli Oscar) deve essere ricoverata perché vittima del morbo   di   Alzheimer.    La

donna finisce per dimenticare completamente il marito, a cui era legatissima, e l’occasione diventa spunto per una poetica e personale riflessione sull’importanza della memoria. Il 22 febbraio esce poi finalmente “Persepolis”, film d’animazione francese vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. Il film, diretto da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, è la biografia della co-regista e autrice dell’omonimo fumetto. Un atto d’accusa verso tutti i fondamentalismi attraverso il percorso di una ragazza nata a Teheran, cresciuta in Europa, tornata in Iran per amore della sua famiglia e della sua terra, ed espatriata in Francia perché testimone di troppe ipocrisie. Chi l’ha visto ne è rimasto folgorato, anche per lo stile semplice e bidimensionale dell’animazione, lontanissimo dallo sfavillio delle mega-produzioni in computer grafica. A concludere il mese l’insolito abbinamento di thriller e musical offerto da Tim Burton, che in “Sweeney Todd” propone l’eclettico Johnny Depp (ebbene sì, sa anche cantare!) nei panni di un sanguinario barbiere assetato di vendetta. Gli otto minuti di atmosfere gotiche e gorgheggi inconsueti assaporati in anteprima al Festival di Venezia lasciano ben sperare, così come il Golden Globe attribuito a Depp per la sua interpretazione.

Tra la altre uscite del mese, c’è spazio per l’horror (“Saw IV”, episodio conclusivo della terrificante saga del serial-killer moralista Jigsaw), il catastrofico (“Cloverfield”, in cui gli sceneggiatori di “Lost” ipotizzano un attacco dal cielo, ovviamente a New York) e le star (“La guerra di Charlie Wilson” di Mike Nichols con Tom Hanks e Julia Roberts). Quanto all’Italia, Silvio Muccino scende strategicamente in campo il giorno di San Valentino con il generazionale “Parlami d’amore” e Francesco Patierno dirige Elio Germano, Laura Chiatti e Martina Stella in “Il mattino ha l’oro in bocca”, dalla biografia del celebre conduttore radiofonico Marco Baldini, vittima del sacro fuoco del gioco d’azzardo. Ma la vera sorpresa potrebbe essere il documentario di Ascanio Celestini “Parole Sante”, indagine sui lavoratori precari impiegati in una grossa compagnia telefonica nei pressi di Cinecittà. Come potete vedere, come e più degli altri mesi ce n’è davvero per tutti i gusti!

Luca Baroncini

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L’innocenza del peccato

di Claude Chabrol con Ludivine Sagnier, François Berléand, Benoit Magimel, Mathilda May, Valeria Cavalli

uscita prevista: 1 febbraio 2008

Claude Chabrol, sottile indagatore dei misfatti della media borghesia di provincia, torna sul luogo del delitto allargando gli orizzonti fino a Lione, teatro di un torbido triangolo affettivo. I due lui sono un ricco e cinico ultracinquantenne, scrittore di fama felicemente sposato ma dongiovanni impenitente, e il rampollo viziato di un’agiata famiglia. Il perno del desiderio   è  invece   una  graziosa fanciulla in fiore, lettrice delle previsioni del tempo per una televisione locale, capace di attirare sguardi e conturbare i pensieri grazie a una naturale sensualità. Visivamente lineare e privo di guizzi registici, ma senza nemmeno la sciatteria delle ultime pellicole dirette da Chabrol, il film si districa tra slanci passionali, rinunce, tradimenti, lacrime, sorrisi, languori e pure omicidi. Una sceneggiatura fitta di eventi che scorrono senza eccessivo mordente ma fuggendo la noia grazie a dialoghi serrati e a interpretazioni azzeccate e di carattere: Benoît Magimel trova finalmente un ruolo dinamico, François Berléand è un perfetto sornione dall’aria vagamente perversa, Valeria Cavalli ha un piccolo ruolo che la conferma attrice luminosa e sottoutilizzata, ma il perno del film, colei intorno a cui tutto ruota, è Ludivine Sagnier. Già musa di François Ozon (“Gocce d’acqua su pietre roventi”, “8 donne  e un mistero”, “Swimming Pool”) e Campanellino nell’ultimo trascurabile “Peter Pan” sfornato dagli U.S.A., la lolita d’oltralpe si dimostra perfetta per il ruolo: carina senza essere inarrivabile sfoggia brio e spontaneità. Didascalico il finale circense, voluto espressamente da Chabrol per spiegare il lacerante conflitto della protagonista e dare un senso al titolo originale “La Fille Coupée En Deux”, cioè “La ragazza tagliata in due”. Conflitto in realtà inesistente, visto che la ragazza ha ben chiari i confini tra ragione e sentimento e se sceglie il quieto vivere lo fa consapevolmente e solo per reagire all’impossibilità di concretizzare il vero amore.

Luca Baroncini

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Un cinema interessante, ma senza spettatori

Il cortometraggio in Italia

L’epoca d’oro del formato breve in Italia inizia nel primo dopo guerra e dura fino alla fine degli anni cinquanta. Una volta lo spettacolo cinematografico comprendeva, oltre alla proiezione del film, anche quella di formati d’attualità, periodico filmato di cronaca e costume, e quella di un cortometraggio. Con questo formato si sono cimentati allora alcuni dei più grandi registri italiani (Antonioni, Risi, Visconti, Olmi, De Seta ecc.). Erano quasi sempre documentari che mantenevano vivo il legame con il cinegiornale.

Dal 1945 un decreto legge eroga un contributo erariale sugli incassi al botteghino del film al quale viene abbinato (pari al 3% dell’incasso totale, salendo al 5% per le opere di particolare interesse tecnico o estetico). Già all’epoca, però, accedono al contributo i produttori e i distributori più affermati, riuniti in cartelli.

 L’orizzonte era esclusivamente quello utilitaristico dello sfruttamento della sovvenzione: il corto non superava mai di molto il limite minimo di durata consentito e i costi di realizzazione venivano contenuti al massimo.

Nel 1956 viene abbandonato il riferimento all’incasso e cade la programmazione obbligatoria: se proiettati, i corti vengono spesso mutilati a seconda delle esigenze del distributore o dell’esercente. Il bilancio finale è comunque impressionate tra il 1930 e il 1995: si contano 14000 cortometraggi realizzati in Italia. Con l’abrogazione della legge, il cortometraggio scompare dalle sale e viene ridotto ad esercizio tecnico riservato ad un pubblico di addetti ai lavori, scuole, centri di sperimentazione cinematografica e festival, che restano ancora oggi il terminale principale della rete distributiva del cortometraggio.

Questo finché l’avvento delle tecnologie digitali non lo ha rivitalizzato, almeno a livello artistico. L’abbassamento dei costi di produzione lo ha reso un genere alla portata della produzione indipendente ed informale, diventando una importante palestra per giovani cineasti. Ma il circuito distributivo resta limitato per ragioni economiche. I cortometraggi non sono più un genere redditizio. Restano circoscritti a contesti produttivi amatoriali a budget limitato, se non nullo.

Anche i decreti legge che si impegnano a sostenere il genere (in particolare il decreto Urbani del 2003) non considerano gli aspetti promozionali e distributivi. I corti non arrivano nelle sale cinematografiche, e raramente vengono trasmessi in televisione. Rimangono allora relegati ai circuiti chiusi dei festival, terreno di sperimentazione e ricerca formale.

 Eppure il cortometraggio rivendica una sua specificità di linguaggio, che potremmo riassumere nella capacità di evocare una storia quel tanto che basta a fornirle un tempo e dei personaggi, una imbastitura, per poi affidarla alla immaginazione dello spettatore. Questa formula, che si riduce spesso – e sono i casi meno interessanti – alla struttura pubblicitaria, affida la sua efficacia alla capacità di sintesi, al ritmo e alla trovata che spiazza o sospende l’orizzonte di aspettative dello spettatore.

Ma il digitale è giunto in soccorso del cinema corto anche sul piano distributivo, generando però, come spesso avviene, la democratica confusione che nasce dalla predilezione della quantità rispetto alla qualità. Siti come YouTube, che raccolgono e distribuiscono gratuitamente i prodotti audio video, costituiscono un’importante vetrina. Ma allo stesso tempo hanno spazzato via tutta una serie di piccoli siti specializzati che puntavano sulla selezione e la promozione della qualità. Restano le associazioni capaci di raccogliere fondi istituzionali, come la FEDIC (Federazione italiana dei Cineclub).

L’associazione, nel corso dei suoi cinquant’anni di vita, ha progressivamente allargato il proprio interesse dal cinema amatoriale al cinema indipendente d’autore, ovvero a quelle opere di qualità che per formato, durata, scelte stilistiche e tematiche non hanno mai avuto altri spazi d’incontro con il pubblico. È sicuramente l’organismo che da maggior tempo si occupa dell’universo del cortometraggio. Oltre a promuovere e diffondere, attraverso corsi, concorsi, festival e proiezioni, le opere corte, offre all’utente un ricco archivio tematico on-line:

www.cortoweb.it.

Si aprono, così, spiragli possibili sul cinema corto, per quanto sia difficile pensare che la distribuzione via internet possa sostituirsi alla proiezione in sala, o che internet possa sostituirsi, almeno per il momento, alla programmazione televisiva e al contesto ricettivo che questa offre. Di certo non garantisce lo stesso ritorno economico e neppure tutela la specificità del genere, che rimane nella maggior parte dei casi di bassa qualità tecnica e artistica.

Elena Nicolini

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