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A proposito di Camillo Berneri

Urna elettorale
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Sul numero di dicembre di A-Rivista anarchica, sono apparsi, con questo titolo, due interventi che affrontano il problema della partecipazione dei libertari agli organismi politici: li riportiamo, facendoli seguire da un breve commento.

Ho letto con vivissimo interesse gli atti sul convegno di Reggio Emilia sulla personalità del compagno Camillo Berneri.

Questa volta l’autopsia del Nostro è stata più attenta e completa, si è addentrata più compiutamente e finalmente sulla originalità del suo pensiero di anarchico.

Il linguaggio mi sembra comunque assai elaborato e tale da riservarsi ad un pubblico più abituato al linguaggio filosofico (e questo soprattutto per quanto riguarda l’ottimo lavoro di Adamo!), così richiederà un ulteriore sforzo che ne faciliti finalmente una divulgazione necessaria!

Camillo Berneri era un anarchico relativista, come lui stesso preferisce inquadrare l’anarchismo, ed era anche un anarchico agnostico, ovverosia un anarchico che non si lasciava impressionare né da ideologie né tanto meno da principi. Il fatto che considerasse poi gli anarchici quali Liberali all’interno della Internazionale, già questo dovrebbe aprire gli occhi sulla sua iconoclastia.

La polemica con Max Sartin lo pose di fronte ad un ateo, che col suo dogmatismo non riuscì mai a capire la differenza tra un principio ed una opinione, contribuendo in tal modo a proseguire in quell’opera di oscurantismo nei confronti dell’anarchismo e che porterà l’anarchismo stesso fuori dalla società, fuori dal confronto, nel più allarmante isolazionismo ed emarginazione. Il Sartin, come la maggior parte dei compagni, purtroppo non si rese neppure conto del fatto che lo Stato si stava sempre più connotando come una realtà amministrativa, più che politica e che quindi il principio caro all’anarchismo “ateo” dello Stato nemico a tutti i costi ed anche in quanto tale, era ormai un principio da sottoporre, anche questo al vaglio di nuove esperienze.

Se questa giornata di studi sul pensiero del nostro compagno Camillo Berneri non avrà una ricaduta sulla individuazione di mezzi adeguati alla realtà odierna e tali da considerare le elezioni comunali come uno strumento amministrativo delle nostre vite e delle nostre necessità, significherà che questa autopsia si concluderà ancora con una nuova sepoltura, una nuova censura sul suo pensiero, relegando l’anarchismo ancora una volta nel ridotto di stantii celebrazionismi ed autoreferenzialità, in compagnia del fuso e dell’arcolaio.

 

Alfredo Mazzucchelli

 

Che la struttura sociale, nel suo insieme, si sia evoluta, è un dato incontestabile. Come è incontestabile che anche le “forme” dello Stato abbiano subito mutazioni idonee a modificarne la percezione e, di conseguenza, la sua capacità impositiva. Ma, secondo noi, si tratta solo di forme. E non di sostanza, che è quella di sempre, quella che combattiamo da sempre e che anche Berneri, con l’intelligenza dell’eresia, ha sempre combattuto. Come in Spagna, del resto, quando cercò di contrastare, nei limiti del possibile, quelle che considerava le “tresche” degli anarchici con le istituzioni governative.

Indubbiamente una delle grandi lezioni di Berneri, che Alfredo Mazzucchelli ha colto pienamente, è stata quella di non cedere alle tentazioni di una ortodossia che è stata spesso mal digerita proprio dai suoi più tenaci propugnatori. La lezione contro il “cretinismo” anarchico, come qualche volta ebbe a definirlo, è sicuramente ancora uno dei suoi lasciti più preziosi e importanti.

Questo però non deve impedirci di cogliere la sostanziale differenza che, ancora oggi, e sempre più a maggior ragione, corre fra la tattica, intesa come il momento del confronto con la realtà immediata e quindi adattabile e malleabile, e la strategia, intesa come il rapporto, ultimo e necessario, fra mezzi da usare e fine proposto. E come tale, inevitabilmente rinchiusa in ambiti che non possono essere sorpassati.

Qui risiede, a nostro parere, la sostanza dell’anarchismo che continuiamo a propugnare, convinti che se dovessimo cedere sul piano della coerenza fra mezzi e fini, non solo faremmo torto a quello che Malatesta ha dimostrato essere la nostra maggiore forza, ma anche alla lezione dello stesso Camillo Berneri. Oggi, lo vediamo quotidianamente, la coerenza in ambito sociale è solo merce di scambio, oltretutto di scarsissimo valore. Uno straccio che vola fra i tanti.

Potrebbe sembrare, a volte, che essere coerenti fino in fondo possa costituire un limite. Ma se anche lo fosse, sarebbe il limite che ci permette di continuare con le nostre proposte e le nostre idee.

 

Massimo Ortalli

 

La lettura degli interventi “a proposito di Berneri” pubblicati sull’ultimo numero della Rivista anarchica mi ha lasciato piuttosto perplesso.

Condivido il giudizio positivo dato da Mazzucchelli sul convegno di Reggio Emilia e lo estenderei a quello, più recente, di Arezzo (ma ne abbiamo già abbondantemente riferito sui numeri 59 e 92 di Cenerentola). Rimango invece, a dir poco, sconcertato dalle sue conclusioni: “se questa giornata di studi sul pensiero del nostro compagno non avrà una ricaduta sulla individuazione di mezzi adeguati alla realtà odierna e tali da considerare le elezioni comunali come uno strumento amministrativo delle nostre vite e delle nostre necessità – scrive infatti Mazzucchelli - significherà che questa autopsia si concluderà ancora con una nuova sepoltura, una nuova censura sul suo pensiero”.

Non ho parole! Non mi risulta che l’attribuzione di valore alle elezioni comunali sia mai stata al centro del pensiero berneriano. Mi pare che altre, e ben più importanti, fossero le cose per le quali ha  sacrificato la propria vita…

Non sono tuttavia soddisfatto neppure dalla replica di Ortalli. Egli, infatti, dopo aver sottolineato la “sostanziale differenza che (…) corre fra la tattica, intesa come il momento del confronto con la realtà immediata e quindi adattabile e malleabile, e la strategia, intesa come il rapporto, ultimo e necessario, fra mezzi da usare e fine proposto” (senza ricordare che Berneri, spesso, usa i termini “tattica” e “strategia” invertendone i significati), conclude, in buona sostanza, che la tattica può essere modificata, mentre la strategia, contrario, deve rimanere immutata.

Non condivido quest’opinione: a mio parere, il problema costituito dalla partecipazione a organismi politici (siano essi consigli comunali o altri) non si risolve efficacemente accettandola (eventualmente) come scelta tattica e scartandola come scelta strategica. Così facendo, si corre il rischio di  accettarla (perchè questo ci viene chiesto dalle persone che hanno fiducia in noi e nelle nostre proposte; e a questo spesso porta il succedersi degli eventi), per poi gestirla in modo acritico, finendo per cadere negli stessi errori degli altri che, in buona fede, hanno imboccato lo stesso cammino. Ciò che occorre, a mio parere, è proprio un ragionamento strategico su quando, come e a quali organismi politici accettare di partecipare.

Sul quando, pur sapendo di muovermi su un terreno assai scivoloso, mi verrebbe da dire: “quando proprio non se ne può fare a meno”, quando cioè la presenza libertaria organizzata risulti necessaria per garantire le conquiste di un movimento reale e largamente maggioritario. 

Più complesso è ragionare intorno al come: è chiaro che un’eventuale partecipazione non potrebbe che essere effettuata a rotazione e con deleghe vincolanti (ma la rotazione, di per sè, non ci metterebbe al riparo dal rischio rappresentato dal costituirsi di una “casta” di politicanti); meno chiaro in che modo, all’interno di tali organismi, i libertari dovrebbero comportarsi: limitarsi a votare provvedimenti abrogativi? (Ma le abrogazioni, spesso, fanno entrare in vigore altre leggi, magari peggiori di quelle abrogate…). Facendo varare provvedimenti che rimandano le decisioni alla base? (Ai quartieri, nel caso citato dei consigli comunali, o direttamente al popolo, tramite referendum).

Ancora più complesso, infine, è capire a quali organismi politici sia (eventualmente) opportuno partecipare. A differenza di ciò che pensano molti compagni, non sono affatto sicuro che, in un contesto come l’Italia (che, in buona sostanza, non è un paese federalista), partecipare agli organismi comunali sia meno inopportuno che partecipare a quelli statali.

In conclusione: il problema è complesso, e meriterebbe, a mio parere, di essere affrontato seriamente (cioè a partire dall’analisi delle esperienze concrete) e in termini strategici,  non soltanto tattici.

                 Luciano Nicolini

 

E già che siamo in argomento, ne approfittiamo per pubblicare anche questo breve contributo di Galasso su un tema, quello della posizione di Berneri rispetto alla religione, che è stato richiamato, brevemente, nell’intervento iniziale di Mazzucchelli.

Talora la lettura di un manoscritto è altra cosa rispetto a quella del testo pubblicato. Tempo fa ho avuto occasione di studiare un testo (peraltro ripreso in C. Berneri, Scritti scelti, Milano, Zero in condotta, “Irrazionalismo e anarchismo”) nell’originale manoscritto, conservato presso l’Archivio Famiglia Berneri di Reggio Emilia. 

Il testo ha il fascino delle cancellature (la “fatica del concetto”, diceva tale Georg W.F. Hegel, soprattutto nel togliere incisi inutili, zeppe concettuali) ma anche dei francesismi, poi “normalizzati” dagli editori di “Scritti scelti”, quali Bakounine, Kropotkine, Staline etc...

Fascino d’antan, forse, ma anche fascino di un testo, che Berneri scrive nel 1936, durante la guerra per la libertà spagnola. Ora, il testo parte della distinzione tra irrazionale e irrazionalismo, dove l’ “irrazionale”è l’illogico, mentre l’irrazionalismo, nel senso di Berneri (che comunque viene dopo Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard, negli anni di Bergson e Blondel) sa che oltre il conosciuto /il conoscibile c’è il non conosciuto/non ancora conoscibile, riprendendo l’ “ignoramus”, che non non è un assoluto “ignorabimus” (al futuro, cioè non sapremo, ignoreremo) di Du Bois-Reymond, scienziato e pensatore tedesco, se pure di origini francesi.

Contro Du Bois-Reymond si accanì, dice giustamente Berneri, la vulgata scientista (“positivismo scientificista” scrive il pensatore libertario) che nell’anarchismo, nel libertarismo, anche in vasti settori del  marxismo trovò seguaci acritici. Egli parla anche di “materialisti della Chiesa materialista”, di “semplicismo dei semicolti”, di “idolatria scientificista”.

Oggi, dopo le voragini epistemologiche aperte in matematica, dopo la messa in discussione di parametri assoluti nelle scienze in genere, sappiamo che spesso è meglio procedere “per tentativi ed errori”, per approssimazioni, che ogni teoria scientifica può essere “falsificata” (Popper), che nulla si può affermare come definitivo.

Ma Berneri, che non parlava solo ad anarchici, socialisti, libertari (pur se soprattutto a loro), si spingeva più in là: “Fino a quando la materia rimarrà per me un mistero, in quel mistero vi è posto per Dio. Non conosco Dio, non lo affermo, ma non lo nego”. Affermazioni che chi scrive, già corresponsabile,  circa 25 anni fa,  con Massimo Pistis, Giovanni Spedicati, Walter Poppi e qualche altro di “DMCD” - “Cristianesimo anarchico”,  movimento e rivista, sottoscriverebbe ancor oggi in pieno, pur avendo rivisto quasi tutto, di quel periodo.

Camillo Berneri vede i legami tra dogmatismo (materialista, ma al limite anche agnostico, scettico) e autoritarismo: “Il razionalismo conduce all’utopismo autoritario, al giacobinismo”. Ecco perché, con tutti i suoi limiti, comunque non enormi (Berneri, tra l’altro, non ebbe mai il tempo di mettersi a tavolino per scrivere sistematicamente; non fu “professore”, per tutto il tempo dedicato a militanza e guerra civile, specie in Spagna), il grande autore libertario e socialista fu anche tra i primi a parlare della psicanalisi, una scienza non “certificata”, una scienza che non può lavorare con l’ “x-y-z”(anche quello discutibile, come già detto, peraltro), che non pontifica con verità assolute, ma ascolta, osserva, interpreta sogni, fantasie, quel “lato oscuro” che ancora oggi affascina, incanta, spaventa; quella “metà” che corrisponde alla poesia, alla creatività, all’arte, alla bellezza come all’orrore dell’abisso. Una società non solo “calcolante” deve tenerne conto, in particolare quella componente che fa della libertà e della giustizia i suoi cavalli di battaglia.  

 Eugen Galasso

 

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