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La finanza regna "sovrana"

Finance is Sovereign

Ratzinger: di male in peggio

Le ultime trovate di Cofferati (e soci)

"Il cambiavalute e sua moglie" quadro di Quentin Metsys

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La finanza regna "sovrana"

In Italia, dal 1980 al 2007, la quota del PIL (prodotto interno lordo) attribuita al lavoro dipendente è passata dal 50% a meno del 43%

I detentori di capitale finanziario sono i veri vincitori del rivolgimento sociale innescato dalle cosiddette liberalizzazioni lanciate agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso dalla signora Tatcher nel Regno Unito e dal presidente Reagan negli Stati Uniti.

Le conseguenze della finanziarizzazione delle economie occidentali sono evidenti. Basta guardare come viene distribuito il reddito tra le classi sociali. In Italia, dal 1980 al 2007, la quota del prodotto interno lordo attribuita ai lavoratori dipendenti è passata dal 50% a meno del 43%. Se trasformiamo il dato asettico dei punti di Pil in denaro, ne verrebbe fuori che, distribuendo il reddito italiano prodotto nel 2007 secondo i pesi del 1980, ai lavoratori dipendenti sarebbero spettati ben 110 miliardi di euro in più di quello che hanno effettivamente percepito! Grosso modo, ognuno di noi avrebbe nelle proprie tasche circa 4.500 euro aggiuntivi. E questo è successo per decenni ... forse è meglio non pensarci.

Insomma, abbiamo assistito al trionfo della rendita che, senza danneggiare i profitti, si è presa una bella rivincita contro il potere di acquisto dei salari. Ricordo che, proprio alla fine degli anni ’70, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer e la Cgil di Luciano Lama invocavano la cosiddetta politica dei sacrifici. I lavoratori, secondo costoro, avrebbero dovuto accontentarsi di minori retribuzioni per contribuire al risanamento dello Stato. Li hanno accontentati a metà. I sacrifici ce li hanno fatti fare. Si sono “dimenticati” di risanare il bilancio pubblico, perchè i soldi se li sono presi diversi nuovi miliardari, alcuni di sinistra!

 Matematica finanziaria: 1 + 1 = 3

 In un articolo comparso su Le monde diplomatique e Znet l’11 novembre 2007 a firma di Ignacio Ramonet (“Il capitale di rischio avanza”) vengono descritte le modalità con cui i fondi di private equity operano nell’acquisizione di imprese. “Il principio guida è semplice: un gruppo di ricchi investitori compra un’azienda e la gestisce privatamente ... Per acquisire una compagnia che vale 100 unità il fondo investe di tasca propria una media di 30 unità e prende in prestito dalle banche le restanti 70 ... In 3 o 4 anni il fondo riorganizza la compagnia ... prendendosi parte o tutto il profitto per ripagare il debito. In seguito vende la compagnia per 200 unità ... con un guadagno del 300% in 4 anni.”

L’autore presenta questo genere di operazioni come l’ultima frontiera che il capitale finanziario sta battendo alla ricerca di sempre maggiori profitti. Ma è veramente questa la punta di diamante della finanza? È vero che in Europa siamo meno abituati a tali take over, è però altrettanto vero che le acquisizioni di imprese finalizzate ad estrarne utili di natura finanziaria è una pratica che risale ormai agli anni ’80.

Vi ricordate il film Pretty Woman (Stati Uniti, 1990)? È la storia di uno spregiudicato raider (impersonato da Richard Gere) la cui attività consiste nell’acquistare aziende per poi rivenderle a pezzi, lucrando quindi non sui prodotti fabbricati da tali imprese, bensì sulla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita.

Allo stesso genere appartenevano i junk bond, titoli spazzatura emessi da affaristi che si indebitavano per acquisire imprese, sempre al fine di guadagnare denaro dalla loro messa in vendita. Quindi l’articolo di Ramonet ci segnala niente di più che l’estendersi in Europa di comportamenti ormai ben consolidati nel mondo anglosassone. Niente di nuovo sotto il sole.

L’ammucchiata monetaria

 È su un altro fronte che, complici gli squilibri economici mondiali, sta emergendo una novità. Dagli inizi degli anni ’70 gli Stati Uniti hanno cominciato a registrare un crescente disavanzo nei   conti    con l’estero. Il record è stato segnato nel 2006, quando la bilancia commerciale americana ha segnato un deficit pari al 7% del Pil Usa. A prestare agli Americani tutti questi soldi hanno cominciato i produttori petroliferi del Golfo Persico, cui si sono aggiunti, a partire dagli anni ’90, i paesi asiatici con un forte saldo attivo nel commercio estero, Giappone e Cina in primis. Questo insieme eterogeneo di paesi ha investito una rilevante quota del proprio risparmio in titoli emessi dal Tesoro degli Stati Uniti. Per inciso, il buffo di questa situazione è che la Cina e le petromonarchie arabe, acquistando quote di debito pubblico degli Stati Uniti, in pratica, hanno finanziato le recenti avventure militari americane: il denaro per pagare le armi usate in Iraq l’hanno messo i Sauditi, così come le truppe americane che operano in Afghanistan, ai confini con la Cina, sono spesate con i soldi di Pechino! Magìa dei flussi finanziari internazionali!

La compenetrazione degli interessi cinesi e sauditi con quelli americani è talmente forte che i primi ad aver paura di una debacle economica degli Usa sono proprio loro. Certo, ogni tanto i dirigenti cinesi dichiarano l’intenzione di diversificare le loro riserve valutarie. Però finora non l’hanno fatto e, comunque, non potrà che essere un processo molto graduale. Si stima che Pechino abbia circa 1.400 miliardi di titoli in dollari. Un deprezzamento del biglietto verde dell’un per cento determina una perdita per i Cinesi di 14 miliardi di dollari. Meglio andarci cauti con queste cifre!

Questa ammucchiata monetaria ha tenuto in piedi l’economia mondiale per un trentennio. Ha permesso agli emiri arabi di finanziare i gruppi integralisti islamici continuando a vivere nell’opulenza e ha fatto emergere, pur con tutte le sue contraddizioni, il capitalcomunismo cinese. Nello stesso tempo, gli Americani, figli di un’economia reale sempre più strangolata dal capitale finanziario, hanno continuato a consumare prendendo i soldi a prestito. Ad agevolarli ci ha pensato Greenspan: fino a tutto il 2005 i tassi di interesse dei Fed Funds americani sono stati tenuti ai minimi storici. Bisognava sostenere l’economia, in particolare i consumi delle famiglie, a rischio a causa dello scoppio della bolla della New Economy.

Oh, epoca felice! I bassi tassi di interesse, oltre a rendere accettabili le rate da pagare sui mutui, hanno anche fatto salire il valore degli immobili. Su questo aumento della ricchezza patrimoniale delle famiglie gli avvoltoi finanziari si sono lanciati in picchiata. Ma con quello che vale adesso la vostra casa, perchè non chiedete un prestito per andare in vacanza ai Caraibi? E poi, non sarebbe ora di cambiare la vostra auto? Ci sono i nuovi Suv, bellissimi! Certo che avete i soldi. Il vostro salvadanaio è la casa che avete comprato con il mutuo. Il suo valore è salito ancora! Cosa aspettate? Non preoccupatevi e indebitatevi, i tassi sono bassi! È il sogno americano.

L’incubo americano

 Il gioco sembrava funzionare bene. Poi, la realtà ha ripreso il sopravvento. Il dannato prezzo del petrolio schizza verso l’alto. Nel 2001 un barile non arrivava a costare venti dollari. Oggi sfiora i cento. Allo stesso modo si comportano molte altre materie prime. È l’effetto dell’impressionante crescita economica asiatica. Cominciano a manifestarsi i primi sintomi inflazionistici. La Federal Reserve, come altre banche centrali, non ha scelta. Deve aumentare i tassi di interesse. Siamo all’inizio del 2006.

I rialzi dei tassi proseguono fino alla prima parte del 2007. Le rate da pagare sui mutui crescono. La crescita del valore degli immobili prima frena, poi si ferma del tutto. È agosto. Scoppia la bolla dei mutui subprime. Si scopre che una discreta quota dei mutuatari non riesce più a pagare le rate. Peggio per chi gli ha prestato i soldi! No, perchè i mutui sono stati trasformati in obbligazioni, vendute ad altre banche. Chi ha i titoli collegati ai mutui che non saranno rimborsati? Boh? Non ci si capisce più nulla. La crisi diventa bancaria. Gli istituti di credito non si fidano gli uni degli altri e smettono di prestarsi il denaro tra loro. Non c’è più liquidità sul mercato interbancario. Giù le borse. Giù il dollaro. Per l’economia degli Stati Uniti si apre la peggiore delle crisi: una crisi di credibilità.

Comincia l’incubo americano.

 Arrivano i nostri!

 Una dopo l’altra, le grandi banche Usa devono mettere nei bilanci le perdite previste. Miliardi di dollari. Le ripercussioni arrivano anche in Europa. Istituti di credito tedeschi, francesi e

 svizzeri sono i primi a farne le spese. La situazione è brutta. Le banche centrali inondano di liquidità i mercati, la Fed addirittura abbassa i tassi. Niente da fare. La merce che scarseggia sul mercato è la fiducia.

Sembra una situazione ormai destinata ad avvitarsi su sè stessa. Scoppia anche il caso delle carte di credito subprime, altri 900 miliardi di dollari a rischio. Ci mancavano solo quelle. E adesso, che si fa?

Poco prima di Natale, sotto l’albero, arrivano i primi regali. Arrivano i nostri a salvarci! La Banca Mondiale? Il Fondo Monetario Internazionale? No! Arabi e Cinesi.

Il fondo sovrano di Abu Dhabi compra quasi il 5% della maggiore banca occidentale, Citibank, per 7,5 miliardi di dollari. Temasek, un fondo sovrano di Singapore arriva a rilevare il 17,2% della Standard Chartered Bank. Ha il 2% della Barclays. Un altro fondo sovrano di Singapore, Gic, salva la banca svizzera Ubs, iniettando 9,7 miliardi di dollari.

China Investment Corporation, di proprietà del governo di Pechino, interviene con 5 miliardi di dollari in soccorso di Morgan Stanley. La Development Bank cinese possiede il 3% di Barclays. I fondi sovrani di Dubai sono presenti in Deutsche Bank e Hsbc.

Se è vero che nel momento di bisogno si riconoscono i veri amici, allora nessuno più di emiri arabi e “comunisti” cinesi può fregiarsi del titolo di amico degli Stati Uniti. Secondo stime di Morgan Stanley, nel 2007, i fondi sovrani hanno investito in istituzioni finanziarie estere oltre 70 miliardi di dollari. Si calcola che il patrimonio di questi enti governativi ammonti a 2.500 miliardi di dollari. Grazie al loro intervento le banche non falliscono. La quotazione del dollaro si stabilizza, l’euro non sfonda quota 1,5 e le borse smettono di cadere a precipizio. Forse la crisi non è finita. Ma adesso ci sono gli strumenti per affrontarla.

Certo, qualcosa sta cambiando. Il mondo non è più quello di prima della crisi subprime. I fondi sovrani sono le super potenze del capitalismo finanziario del XXI secolo. Il cambiamento della loro strategia è rilevante. I paesi ricchi di materie prime o grandi esportatori di manufatti stanno riducendo i loro investimenti in titoli di stato occidentali. Cominciano ad acquistare pezzi di economia e di finanza europea ed americana. Nell’acquisto di importanti quote azionarie delle più prestigiose istituzioni finanziarie occidentali da parte dei fondi sovrani vi sono almeno due curiosi paradossi:

* al centro dell’attuale fase della globalizzazione si stanno collocando delle realtà pubbliche, controllate dai governi. Alla faccia di chi credeva che l’intervento dello Stato nell’economia fosse terminato;

* i maghi del guadagno senza produzione, le società finanziarie, diventano di proprietà dei produttori ed esportatori di merci reali. Forse la strabiliante fuga nella realtà virtuale dell’ingegneria finanziaria sta per terminare.

Su tutto troneggia però una consapevolezza: la globalizzazione made in Usa è arrivata al capolinea.

 Toni Iero

Finance is Sovereign

(traduzione a cura di Coopit)

Holders of financial capital are the real winners in the social upheaval triggered by the so-called liberalization initiated at the start of the 1980s by Mrs Thatcher in the United Kingdom and President Reagan in the United States.

The consequences of the financialization of western economies are clear. You only need to see how income is distributed between the social classes. In Italy, from 1980 to 2007, the share of gross domestic product assigned to employees shifted from 50% to less than 43%. If the raw data regarding percentage GDP are transformed into money, the result would be that, distributing Italian income produced in 2007 according to the 1980 criteria, employees would be owed a good 110 billion euros more than they actually received! Broadly speaking, each one of us would have approximately 4,500 euros more in his or her pocket. And this has been happening for decades ... perhaps it is best not to think about it.

In short, we have witnessed the triumph of unearned income which, without damaging profits, has taken a fine revenge on the purchasing power of salaries. I remember, right at the end of the 70s, the Communist Party of Enrico Berlinguer and the CGIL of Luciano Lama pressing for the so-called policy of sacrifices. The workers, in their opinion, should be satisfied with lower wages in order to contribute to the economic recovery of the State. They got half of what they wanted. They obliged us to make the sacrifices. They "forgot" the recovery of the State finances, because the money went into the  pockets of various new millionaires, some from the political left!

Financial Mathematics: 1 + 1 = 3

An article which appeared on Le Monde Diplomatique and on Znet on 11 November 2007, signed by Ignacio Ramonet (Il Capitale di Rischio Avanza / Private equity is on the prowl), describes the methods used by private equity funds in the acquisition of companies. "The basic principle is simple: a group of wealthy investors buys up a company and manages it privately... To acquire a company worth 100 units, the fund invests an average of 30 units from its own pocket and borrows the remaining 70 from the banks... In 3 or 4 years the fund reorganises the company ... taking some or all of the profits to repay the debt. It then sells the company on for 200 units... with a 300% return in four years.”

The Author presents this type of transaction as the final frontier, attacked by financial capital in the search for ever higher profits. But is this really the cutting edge of finance? It is true that in Europe we are less used to these takeovers; however, it is equally true that the takeover of companies, directed at making financial profit, is a practice which goes back to the 80s.

Do you remember the film Pretty Woman (the United States, 1990)? It is the story of an unscrupulous raider (played by Richard Gere) whose activity consists of purchasing companies in order to then break them up and resell them, thus making a profit not from the products manufactured by these companies, but rather from the difference between the purchase and selling prices.

A similar type of transaction involved junk bonds, issued by dubious speculators who took out large loans to take over companies exclusively in order to earn money from their sale. Therefore, Ramonet's article states nothing more than the extension to Europe of a type of behaviour which is now well-established in the Anglo-Saxon world. Nothing new under the sun.

The Monetary Bunch

It is on another front where, helped by world economic imbalances, something new is emerging. Since the start of the 70s, the United States has been showing an increasing deficit in external accounts. The record came in 2006, when the American trade balance recorded a deficit equivalent to 7% of American GDP. The oil-producing states of the Persian Gulf were the first to lend the Americans all this money, followed by, from the 90s onwards, the East Asian countries with a large foreign trade surplus, chiefly Japan and China. This heterogeneous group of countries has invested a significant proportion of its savings in bonds issued by the United States Treasury. Incidentally, the irony of this situation is that China and the Arab oil monarchies, purchasing shares of the National Debt of the United States, in practice have financed the recent American military adventures: the money to pay for the arms used in Iraq came from the Saudis, and the American troops who operate in Afghanistan, on the border with China, are paid for with money from Beijing! International cash flow wizardry!

The interpenetration of Chinese and Saudi interests with American interests is so strong that they are the first to fear an economic catastrophe in the USA. Of course, every so often the Chinese leaders declare their intention of diversifying their foreign exchange reserves. However, so far they have not done this and, in any event, it could only be a very gradual process. It is estimated that China has approximately 1,400 billion dollars worth of US bonds. A drop in the value of the greenback of 1% produces a loss for the Chinese of 14 billion dollars. It is better to play safe when figures like these are involved!

This monetary bunch has kept the world economy on its feet for about thirty years. It has permitted the Arab emirs to finance Islamic fundamentalist groups whilst continuing to live in opulence and has led to the emergence, albeit with all its contradictions, of Chinese communist capitalism. At the same time, the Americans, the progeny of a real economy which is increasingly strangled by financial capital, have continued to consume, obtaining the money from credit. They have been assisted in this by Alan Greenspan: until the end of 2005, the American Fed Fund interest rates were kept at an all-time low. The economy had to be supported, in particular family consumption, at risk due to the bursting of the New Economy bubble.

Happy days! The low interest rates, in addition to making mortgage payments acceptable, also caused the value of property to rise. The financial vultures dived in on this increase in family wealth. Look, with what your house is worth now, why don't you ask for a loan to go to the Caribbean on holiday ? And then, isn't it time to change your car? There are the new SUVs, great cars! Of course you have the money. Your moneybox is the house which you have bought with a mortgage. Its value has gone up again! What are you waiting for? Don't worry about getting into debt, the interest rates are low! It is the American dream.

The American nightmare

The trick seemed to work well. Then reality regained the upper hand. The confounded price of crude oil squirted up. In 2001, a barrel didn't even fetch 20 dollars. Today it is close to one hundred. The same thing has happened to many other raw materials; it is the effect of the remarkable economic growth in Asia. The first signs of inflation were beginning to show. The Federal Reserve, like other central banks, had no choice. It had to increase interest rates. This was the beginning of 2006.

The increase in interest rates continued until the early part of 2007. The payments to be made on mortgages grew. The growth in property prices first began to slow down, then stopped entirely. It was August. The subprime mortgage bubble burst. It transpired that a considerable number  of mortgage holders were no longer able to make their payments. Still worse for those who lent them the money! No, because the mortgages were converted into bonds and debenture stock and sold to other banks. Was there anybody who had stocks or bonds linked to mortgages who would not be reimbursed? Don’t ask me! Nobody knew what was happening any more. It became a banking crisis. Credit institutions did not trust one another and ceased to lend each other money. There was no more liquidity on the interbank market. The stock exchanges went down. The dollar went down. For the  United States economy, the worse possible crisis opened up: a crisis of credibility.

The American nightmare began.

Here come the good guys!

One after the other, the big American banks had to show their expected losses in their balance sheets. Billions of dollars. The repercussions also reached Europe. German, French and Swiss credit institutions were the first to pay the price. The situation was terrible. The central banks flushed the markets with liquidity, the Fed even lowered interest rates. Nothing could be done. The commodity which was in short supply on the market was trust.

The situation now seemed destined to go into a spin. The case of the subprime credit cards also exploded, another 900 billion dollars at risk. Just what we needed. And now, what was to be done?

Just before Christmas, under the tree, the first presents arrived. The good guys are coming to save us! The World Bank? The International Monetary Fund? No! The Arabs and Chinese.

The Abu Dhabi sovereign fund bought almost 5% of the biggest western bank, Citibank, for 7.5 billion dollars. Temasek, a Singapore sovereign fund, came to take over 17.2% of the Standard Chartered Bank. It has 2% of Barclays. Another Singapore sovereign fund, Gic, saved the Swiss bank UBS, injecting 9.7 billion dollars.

The China Investment Corporation, owned by the Beijing government, supported Morgan Stanley with 5 billion dollars. The Chinese Development Bank possesses 3% of Barclays. The Dubai sovereign funds have shareholdings in Deutsche Bank and HSBC.

If it is true that a friend in need is a friend indeed, then nobody more than the Arab emirs and Chinese "communists" can be termed a friend of the United States. According to Morgan Stanley estimates, in 2007, sovereign funds invested over 70 billion dollars in overseas financial institutions. It is calculated that the assets of these government bodies amount to 2,500 billion dollars. Thanks to their intervention, the banks did not collapse. The dollar exchange rate stabilised, the  euro did not break the 1.5 barrier and the stock exchanges ceased to tumble. Perhaps the crisis is not over. But now the tools are in place to deal with it.

Of course, something is changing. The world is no longer what it was before the subprime crisis. The sovereign funds are the superpowers of financial capitalism in the 21st century. The change in their strategy is significant. Countries rich in raw materials or big exporters of manufactured goods are reducing their investments in western government bonds. They are beginning to acquire pieces of European and American economies and finance. In the acquisition of important shareholdings in the most prestigious western financial institutions by sovereign funds, there are at least two curious paradoxes:

·   Public bodies, controlled by governments, are taking their seat at the centre of the current phase of globalization, in the face of those who thought that State intervention in the economy had finished;

·    The wizards of profit without production, the finance corporations, become the property of the producers and exporters of real goods. Perhaps the astonishing flight into the virtual reality of financial engineering is about to finish.

However, overshadowing all this, one thing is quite clear; this is the end of the line for American-dominated globalization.

Toni Iero

 

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Ratzinger: di male in peggio

Al lettore anche assolutamente laico, magari laicista, agnostico o ateo, di Cenerentola non può certamente sfuggire il fatto che, comunque si veda la cosa, ogni nuovo intervento della “Santa Sede”, e a maggior ragione ogni enciclica papale (considerata impegnativa per il credente), incide sulla vita di tutti noi, credenti o meno. Da anni, se non da decenni (dall’avvento di papa Wojtyla) l'integralismo, cioè la volontà di guidare anche la vita politica e sociale in modo sempre più dirigista ed esclusivista, è evidente; è evidente, d’altronde, anche la volontà che una fede sempre più fideistica (ottenuta per mezzo della sola fede, la ragione non serve granché), diventata chiara nel sostegno dato ai movimenti neocatecumenali, carismatici  e a quelli d’impegno integralista nel sociale, contro le realtà ecclesiali di base che comunque analizzavano la Bibbia criticamente, si sia sempre più spostata a destra con Joseph Ratzinger.

Questa nuova enciclica, “Spe salvi” (salvi in virtù della fede), datata fine novembre 2007, che contiene accenni anche alla speranza laica, anzi alle speranze laiche, citando Bacon, Kant, Marx, si propone di demolire ogni possibilità d’accesso laico alla speranza, meglio, alla sua realizzazione. Contro ogni orizzontalismo da teologia della liberazione, per cui le speranze verrebbero costruite a livello sociale (non tanto e comunque mai solo politico) dalla base e non dalla gerarchia, contro ogni speranza solo umana, Ratzinger afferma, in modo perentorio, che “il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale - rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in  lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-KochBa”.

Lasciamo perdere Spartaco e il valore - comunque non trascurabile - della sua rivolta, ma offendere così gli zeloti e tutti i ribelli ebrei di altre epoche (fino alla distruzione del tempio, 70 d.C.) appare quantomeno offensivo anche verso l’ebraismo. Chissà che qualche lettore ebreo attento non voglia mettere i puntini o i riflettori sulle i del documento. Ma soprattutto queste affermazioni vanno contro quei cristiani che, sull’onda del principio speranza di Ernst Bloch, ricavato dalla sua lettura “atea” della Bibbia, ma rafforzato e ripreso da Juergen Moltmann (e non solo), erano approdati alla teologia della speranza e della storia, alle teologie della liberazione.

Il testo ratzingeriano è sicuramente molto più articolato di quanto non si evinca da questa breve analisi, ma a chi scrive premeva l’accentuazione delle problematiche sociali-politiche (dire che la chiesa non fa politica è nefandezza, ma prima ancora sciocchezza bella e buona).

Sicuramente, con l’attacco all’ONU e al suo “relativismo”, in paesi a maggioranza cattolica e forse anche altrove (negli USA dei neo-cons), affermazioni quali quelle di Ratzinger sono almeno preoccupanti, data l’incidenza che avranno. 

 

Eugen Galasso

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Le ultime trovate di Cofferati (e soci)

Il suo stipendio sarebbe passato da 250.000 a “soli” 132.000 euro l’anno. Per questo il presidente dell’Atc, Francesco Sutti, lascerà la guida dell’azienda degli autobus di Bologna. Già a luglio, dopo l’annuncio del taglio imposto dal governo agli stipendi dei dirigenti pubblici,  aveva rinunciato polemicamente a percepire il compenso.

Ma la cosa più assurda è la posizione del sindaco Cofferati, secondo cui l’addio  è dovuto a una “brutta legge”, grazie alla quale difficilmente le amministrazioni locali potranno accaparrarsi i dirigenti migliori, attratti dagli stipendi dei privati.

Ma, davvero crede che nell’Atc non ci siano persone capaci di dirigere l’azienda?

E se così fosse: da chi, e in base a quali criteri, sono state assunte?

In Regione, invece, dopo il taglio da 120.000 a “soli” 54.000 euro l’anno, Claudio Ferrari, presidente di Ferrovie Emilia-Romagna, è stato assunto dal suo stesso consiglio di amministrazione come dirigente. Con uno stipendio più alto: 90.000 euro.

 

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