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La pietra del tempo

La Diva del l'Empire (Vecchia Europa sotto la luna n.3)

Franz Kafka, Amerika

Scene da Amerika del Freies Theater Bozen
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La pietra del tempo

 della compagnia di teatro “terra terra”, regia e drammaturgia di Giovanni Zurzolo

Cardeto, parco storico, di fortilizi militari già napoleonici in Ancona, ora sopra il cimitero ebraico, 1804, tra papalini, Francesi, Austriaci. Ci sono delatori, spie, quasi spie, personaggi vari, soprattutto donne di casa e lavoratrici che però arrotondano in altro modo (immaginate quale...) cercando di carpire segreti, una sonnambula, il mito di Dafne, amori, miseria e soprattutto la “memoria dei vinti”, degli oppressi sempre umiliati e offesi dai differenti poteri.

Dopo il trittico marchigiano (“Racconti in riva all’argine”; “Arlucea Arlucea”, “Le lavandaie e i panni sporchi”), “La pietra del tempo”, che ne è in qualche modo la quarta parte, forma un quadrittico non solo ideale, rappresenta una prosecuzione netta di un teatro storico-politico ben contestualizzato e radicato nella realtà locale.

Ogni attore/attrice, come sempre negli spettacoli di “terra  terra” e Zurzolo (l’organizzazione  qui  è  de “L’Acchiappasogni”, ma con l’apporto della municipalità anconetana nonché de        “Il Marchingegno”), scrive la sua parte, obbedendo a un canovaccio condiviso, opera di Zurzolo ma anche del collettivo degli attori e dei musicisti.

Un solo rimpianto: la rappresentazione è radicata ad Ancona e al Cardeto, non è quindi proponibile altrove, se non a prezzo di modifiche che sarebbero, attualmente, impensabili.

Eugen Galasso

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La Diva de l’Empire (Vecchia Europa sotto la luna n. 3)

ideato, diretto e interpretato da Violetta Chiarini, collaborazione musicale di Antonello Vannucchi

Violetta Chiarini, attrice e cantante vera (non canta da attrice, canta veramente; per usare uno slogan), da anni lavora sulla musica della prima metà dello scorso secolo; da persona colta e intelligente, prima concepisce-scrive uno spettacolo, poi lo mette in scena con grande efficacia mimica, gestuale, vocale (in ogni senso, quindi anche e soprattutto musicale), senza risparmiarsi mai in scena. Ogni canzone, ma anche ogni testo recitato (qui ci sono, tra gli altri, Lorca, Proust, Palazzeschi, Wilde, Trilussa) è una scena a parte.

Siparietti divertentissimi, come sempre peraltro, con il maestro pianista Vannucchi, serio sempre, salvo appunto nei siparietti, con i suoi “messaggi dall’aldilà” con i “billets doux” dei citati grandi poeti e scrittori.

Violetta nella sua prestanza anche fisica (le sue scollature, le allusioni erotiche) e ginnica, marca la distanza tra i due tempi: il primo atto, quello “europeo”, dal punto di vista degli abiti di scena è in rosso, il secondo, quello made in Italy, vede la prevalenza del nero.

Comunque, rispetto al precedente  “Telefoni   bianchi  e giubbe grigioverdi”, che era più storico-politico, qui prevale l’interiorità, il sentimento, in tutto lo spettro che il sentimento consente, dalla derisione (in specie autoderisione) alla tragedia, ovviamente passando per le sfumature intermedie. I brani proposti, che appunto vanno da fine 1800 al 1930 (più o meno) sono comunque fortemente espressivi, rappresentativi di un’epoca, di uno spirito del tempo

A novembre la Chiarini è stata al Ghione di Roma con una nuova versione di “Telefoni bianchi e giubbe grigioverdi” (ne abbiamo parlato su Cenerentola n. 87), ma presto incombono (positivamente, certo) “Ci ho da fare” e “Cerco casa”, testo tragicomico il primo, comico il secondo.

Eugen Galasso

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Franz Kafka, Amerika

 riduzione teatrale e regia di Reinhard Auer, realizzazione Freies Theater Bozen, con Gabi Langes, Fred Strittmatter  (vedi anche Cenerentola n. 92)

La filologia kafkiana è complessa: lo scrittore ebreo praghese (era solo un po’ di origini tedesche) scrisse in lingua tedesca tre romanzi, tutti e tre incompiuti, e vari racconti, invece pubblicati. Laureato in giurisprudenza, procuratore, specie presso compagnie assicurative, Kafka da giovane prese parte alle lotte politico-sociali (era vicino all’anarchismo e ai movimenti di liberazione cechi contro il kaiser), in seguito si dedicò alla scrittura. Ecco allora Amerika, primo romanzo, in cui Karl, sedicenne inviato là forse perchè aveva messo incinta una domestica, fa il “lift” in un hotel, poi, dopo varie avventure con il ricco zio d’America, si trova a lavorare nel grande teatro naturale d’Oklahoma.

La resa del FTB, unico gruppo professionistico sud-tirolese, pochissimo amato dagli indigeni in quanto decisamente di sinistra, è estremamente efficace. Auer, la Langes (da anni abituata a ruoli maschili, come nel teatro greco classico, che peraltro frequenta con successo) ce ne danno una lettura dura, veloce, frammentaria, assolutamente disincantata, dove lo zio è un affarista, dove le insidie per Karl “americano”, anzi naturalizzato tale, si nascondono dappertutto.

L’estensore di questa nota ha visto lo spettacolo (che è in tedesco) a Trento, dove la conoscenza di tale lingua non è certo diffusa. Eppure l’effetto sul pubblico c’è stato, il che dimostra l’appeal teatrale dell’operazione.

 

Eugen Galasso

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