Barra di navigazione

I tempi stanno cambiando

9 novembre: buona la partecipazione allo sciopero generale

Per un pugno di dollari

Bologna 8 novembre 2007: manifestazione davanti all'ufficio stranieri (foto R. Serra/Iguana Press)

sei in Cenerentola>archivio>numero97>attualità

I tempi stanno cambiando

I paesi occidentali si riempiono di immigrati. La Cina sta conquistando i mercati mondiali. Lo strapotere del governo statunitense scricchiola. E la destra avanza...

The times they are a-changin’ (i tempi stanno cambiando). Così cantava il giovane Bob Dylan negli anni ‘60, quando un’intera generazione si era convinta che il futuro sarebbe stato diverso e migliore.

I tempi sono, in effetti, cambiati, ma lentamente, e spesso non nella direzione sperata.

Oggi, canzoni del genere non le canta più nessuno. Ma i tempi stanno cambiando, e molto in fretta.

Quei paesi occidentali che avevano retto all’urto di milioni di giovani, che pretendevano di   trasformarli, sono ora invasi da milioni di immigrati, provenienti dalle nazioni più povere; immigrati che, per ora, pretendono soltanto un tozzo di pane ma presto, giustamente, pretenderanno molto di più. E nel frattempo altri paesi in via di rapido sviluppo, come la Cina e l’India, stanno conquistando i mercati mondiali.

Abbiamo già scritto più volte, su questa rivista, che le aggressioni contro l’Afghanistan e contro l’Irak, non rappresentano altro che il tentativo del governo degli Stati Uniti di fermare la crescita dei nuovi concorrenti, impedendo loro l’accesso alle risorse energetiche più ambite: si tratta di un tentativo, finora, riuscito. Ma a quale prezzo!

Riteniamo non sia un caso che il governo statunitense, impantanato in Asia, si sia ridotto a trattare con un personaggio come Chavez, del quale solo pochi anni fa si sarebbe sbarazzato nel giro di 24 ore. Lo strapotere militare gli consente ancora di dominare il pianeta, ma non è più tale da permettergli di intervenire contemporaneamente in tutti i continenti.

La crisi innescata dai mutui subprime, la svalutazione del dollaro nei confronti dell’euro, il rialzo del prezzo del petrolio, per quanto amplificati dalla speculazione finanziaria, sono sintomi del declino dell’impero americano e, con esso, della potenza dei paesi occidentali, inclusi quelli che al momento se ne stanno avvantaggiando. Il relativo benessere nel quale vive la maggior parte della loro popolazione difficilmente potrà durare a lungo: si tratta infatti di un benessere in larga parte dovuto agli elevati consumi; consumi cui le popolazioni dei paesi poveri e, con maggior forza, quelle dei paesi in via di rapido sviluppo desiderano poter accedere.

In tale contesto, all’interno dei paesi occidentali, la destra avanza. Ovvio: non c’è più un forte movimento operaio che reclama l’eguaglianza con la borghesia, c’è una maggioranza della popolazione terrorizzata dall’ipotesi di dover rinunciare ai livelli di consumi che ha conquistato e a cui si è abituata. Il desiderio di conservare prevale su quello di cambiare. Gran parte dei giovani degli anni ’60 e ’70 si sono trasformati in attempati conservatori. E quelli    delle    generazioni successive, nella gran maggioranza, il problema di cambiare il mondo non se lo sono mai posto.

Qualcuno ripone le speranze di un futuro migliore negli immigrati, in coloro che, più di ogni altro, hanno interesse a modificare lo stato presente. Peccato che molti di essi provengano da paesi nei quali le idee socialiste, o l’idea stessa di libertà, non hanno mai attecchito seriamente. Non tutti hanno goduto dei benéfici effetti della rivoluzione francese. E se non si parte da quelli, se non si mettono in dubbio l’autorità dei capi politici e religiosi e la sacralità della famiglia, è difficile costruire il socialismo nella libertà.

Non che nei paesi occidentali le idee della rivoluzione francese siano state pienamente interiorizzate: c’è chi, addirittura, vorrebbe il ritorno dei re; chi si spaccia orgogliosamente per nobile; chi si genuflette davanti al papa e chi, anche tra i compagni, allude in termini positivi alla figura del “padre di famiglia” (vedi l’articolo dell’amico Terracciano a pag. 7). Ma i più, almeno a parole, rivendicano il diritto di pensare con la propria testa e agire di conseguenza; il che non è comune presso i popoli che hanno avuto percorsi storici differenti.

Tutto ciò mi porta a fare alcune considerazioni:

1) E’ molto improbabile che, almeno a breve termine, la sinistra possa essere maggioritaria. Occorre rassegnarsi, almeno per un po’ di tempo, ad essere minoranza. L’operazione portata avanti da chi, come la sinistra istituzionale, cerca di appropriarsi di idee conservatrici per mantenere la maggioranza nei parlamenti è, con ogni probabilità, destinata a fallire (a meno che elimini dai suoi programmi qualsiasi riferimento ai valori di libertà, uguaglianza e solidarietà rendendosi indistinguibile dalla destra).

2) E’ più che mai necessario, nell’ambito della sinistra, evitare di beccarsi l’un l’altro come i polli di Renzo. Il che non significa si debba andar d’accordo con chi si sta allontanando da tali valori o con chi, come gli stalinisti, se ne è allontanato da un pezzo, bensì che occorre, assolutamente, cercare di evitare comportamenti settari o, peggio, offensivi. La litigiosità della sinistra, di certo, non  rafforza le sue ragioni.

3) Al di là di questo, occorre studiare seriamente come intervenire all’interno di una situazione in rapida evoluzione. Quando cambia il teatro delle operazioni devono cambiare anche le strategie.

Nel nostro piccolo, ci stiamo provando. La rivista Cenerentola è nata, e continua a vivere, anche per svolgere una funzione di aggiornamento, interpretazione e proposta libertaria sull’evoluzione della società contemporanea.

Aggiornamento significa far conoscere, in tempo utile, quali sono i mutamenti in corso (gli articoli contenuti nelle pagine 4 e 5, ad esempio, sono stati riprodotti con questa intenzione); interpretazione tentare di capirne le cause e le conseguenze (come abbiamo cercato di fare in questo e in altri editoriali); per la proposta libertaria contiamo sul contributo dei lettori. Scriveteci: vi chiediamo soltanto di essere quanto più possibile chiari e di evitare d’essere troppo generici.

 

Luciano Nicolini

Inizio pagina

 

9 novembre: buona la partecipazione allo sciopero generale

E’ stato effettuato, il 9 novembre, lo sciopero generale nazionale proclamato da CUB, SdL Intercategoriale, Confederazione Cobas, CIB Unicobas, Slai Cobas, A.L. Cobas e USI-AIT.

Decine di migliaia di persone hanno dato vita a più di trenta manifestazioni contro la guerra, contro l’accordo su precarietà, welfare e pensioni del 23 luglio 2007, per il taglio delle spese militari, la redistribuzione del reddito, la difesa e il rilancio del sistema previdenziale pubblico e dello stato sociale, l’aggancio delle pensioni alle dinamiche inflattive e retributive, consistenti aumenti salariali, lavoro stabile e tutelato.

Particolare attenzione ha posto l’USI-AIT sul rispetto della dignità dei lavoratori migranti, il diritto al rilascio del permesso di soggiorno, la cessazione delle pratiche vessatorie nei loro confronti e la parificazione nei diritti con i lavoratori italiani.

Non sono ancora disponibili i dati sulla partecipazione dei lavoratori allo sciopero. Si stima tuttavia che possa aver partecipato all’agitazione un milione di persone. Buona anche, una volta tanto, la copertura mediatica: il coinvolgimento dei lavoratori dei settori della sanità, della scuola e dei trasporti ha fatto sì che non potesse essere ignorata dai quotidiani e dalle televisioni.

Non si può certo affermare si sia trattato di una dimostrazione di forza. E’ apparso però evidente che quando il sindacalismo conflittuale si muove in maniera unitaria riesce a far sentire il suo peso e a dar voce alle rivendicazioni dei lavoratori.

I partiti di centro sinistra che governano il paese, nel frattempo, si occupano di tutt’altro: a Roma, in parlamento, cercano di non scontentare troppo la destra; a Bologna mandano i vigili urbani a multare una commerciante che stava vendendo falli di cioccolato (la notizia ha occupato per giorni le prime pagine dei quotidiani...); a Napoli, addirittura, vietano di fumare all’interno dei parchi pubblici: ci sembrava proprio che il fumo all’aria aperta fosse il vero problema di quella città.

Redazionale

Inizio pagina

Per un pugno di dollari

Il dollaro Usa è sempre stato, nella letteratura, nel cinema e nella cultura popolare il simbolo stesso della ricchezza. Anche l’edizione italiana di Topolino ci mostra un Paperon de’ Paperoni che fa il bagno nel suo deposito pieno di dollari, non di lire.

La supremazia della moneta americana nacque all’inizio del ‘900, quando l’economia statunitense si presentò al mondo in tutta la sua ampiezza e con un notevole tasso di crescita. Con il declino delle potenze colonialiste europee e, dopo la seconda guerra mondiale, con l’Europa ridotta ad un cumulo di macerie, gli Stati Uniti e la sua moneta sono arrivati definitivamente sugli altari della finanza mondiale. Questa situazione venne ratificata dagli accordi di Bretton Woods, che fissavano due parità. La prima tra il dollaro e l’oro (convertibilità del dollaro nel metallo prezioso per eccellenza). La seconda tra le valute dei principali paesi industrializzati e il dollaro. Era il cosiddetto regime dei cambi fissi.

Il sistema di Bretton Woods venne superato nel 1971, quando il presidente Nixon dichiarò unilateralmente la fine della piena convertibilità tra dollaro e oro. Da quel momento il sistema dei cambi fissi tra le monete saltò e si entrò nel regime di cambi flessibili, tuttora in vigore.

All’inizio degli anni settanta, si consolidò un nuovo equilibrio internazionale informale, alla base del quale stavano accordi riservati, negoziati direttamente dall’allora segretario di Stato Henry Kissinger con i produttori di petrolio medio orientali, Arabia Saudita in primis. Gli arabi si impegnavano ad utilizzare i crescenti proventi delle esportazioni petrolifere per acquistare titoli di Stato americani. In cambio gli Stati Uniti garantivano la stabilità politica della regione, anche con la permanenza della V flotta della US Navy nel Golfo Persico. Tali ingenti flussi di petrodollari hanno permesso al biglietto verde di mantenere invariata la sua preminenza in campo monetario.

A partire dalla fine del XX secolo, il dollaro ha potuto contare, oltre che sui produttori petroliferi, anche sul sostegno offerto dalle dinamiche economie asiatiche. Si stima che oggi la Cina da sola possieda oltre 1.400 miliardi di dollari nelle sue riserve valutarie. In questo nuovo sistema, definito Bretton Woods II, sono i paesi emergenti a farsi garanti del valore del biglietto verde.

Negli ultimi tempi le cattive notizie per il dollaro sono sempre più numerose. Diversi esponenti cinesi hanno dichiarato pubblicamente l’intenzione di diversificare le enormi riserve valutarie del colosso asiatico. Comunque, con effetto immediato, un grosso contratto sottoscritto dai cinesi con la francese Areva, per la costruzione di nuove centrali nucleari, è stato ancorato all’euro. Buona parte dei paesi produttori petroliferi del Golfo Persico (però non l’Arabia Saudita) ha previsto che le sue monete abbandonino la parità fissa con il dollaro, per passare ad un aggancio con un paniere composto da diverse valute. I presidenti di Brasile e Argentina hanno annunciato che dal 2008 gli scambi tra i due stati saranno regolati direttamente nelle valute locali, senza computo in dollari. In un arco temporale di cinque anni, la Russia intende farsi pagare il proprio petrolio in rubli e non in dollari, come invece avviene attualmente. Curiosità emblematica dei tempi, la top model Gisele Bündchen ha chiesto che i propri contratti siano denominati in euro.

Insomma, anche il cosiddetto Bretton Woods II sta entrando in crisi. I grandi detentori di titoli denominati in dollari, Cina, Giappone e i paesi produttori di petrolio sono sempre più preoccupati dal deprezzamento della valuta Usa, che comporta minusvalenze nelle loro riserve. D’altra parte, il deterioramento del saldo della bilancia commerciale Usa con l’estero ha ormai raggiunto livelli insostenibili (nel 2006 ha sfiorato il 7% del Pil americano).

A questi fattori si è poi aggiunto, con effetti dirompenti, lo scoppio della bolla dei mutui subprime. Che ha trasformato il calo del dollaro in una crisi di credibilità. Anche perché, per evitare che la caduta registrata in questi mesi nei mercati finanziari contagi l’economia, la Fed ha operato (e si prevede continui a farlo) un significativo ribasso dei tassi di interesse, destinato a creare ulteriori problemi al dollaro. Tecnicamente è una scappatoia per scaricare una parte dei costi della crisi subprime all’estero. Solo che, questa volta, gli investitori (asiatici e arabi in testa) non sembrano interessati a comprare dei titoli con rendimenti in calo ed espressi in una moneta in forte deprezzamento. Li obbligheranno ad acquistare Treasury Bond con la forza?

Toni Iero

 

Inizio pagina