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Nella valle di Elah

Sleuth - Gli insospettabili

4 mesi 3 settimane 2 giorni

Shrek terzo

Charlize Theron - Foto Luca Baroncini 2007
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Nella valle di Elah

di Paul Haggis  con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon uscita prevista: 23 novembre 2007

Si sa, in America i panni sporchi si lavano al cinema. E così, mentre là fuori la realtà continua a seguire le regole insensate del potere, il regista e sceneggiatore Paul Haggis dà sfogo a un grido di disperazione contro la guerra, evidenziando lo sbandamento che la “terra delle opportunità” ha palesemente preso. Come spesso accade nelle opere di Haggis, però, la padronanza del mezzo cinematografico si scontra con qualche stereotipo di troppo (la madre interpretata da Susan Sarandon è ai limiti della macchietta, così come le ruvide dinamiche dell’America di provincia, dall’ambiente militare a quello investigativo passando per il peep-show), ma soprattutto con una tesi importante da dimostrare.

A ben vedere la metafora biblica da cui deriva il titolo, con il piccolo Davide vittorioso contro il gigante Golia, è inserita forzatamente, seppur con mestiere, per ben due volte, in modo da spiegare il messaggio del film. L’effetto didascalia è stemperato, anche in questo caso come di frequente capita nelle opere in cui è coinvolto Haggis, dalla forza dei personaggi e dalla bravura degli interpreti (Tommy Lee Jones lavora di sottrazione ed è una sublime maschera di dolore e incapacità di comprendere). Siamo dalle parti di un cinema molto classico, con contrasti efficaci proprio per la dissimulata schematicità con cui sono impostati. I personaggi arrivano alla fine della sceneggiatura diversi da come sono partiti, dimostrando di avere imparato (e noi con loro) la lezione: il patriottico dovrà rivedere le sue convinzioni e l’investigatrice scontrosa dovrà ammorbidire il suo approccio alla vita. Ma tutto lo script è permeato da uno spirito didattico attraverso piccole tracce (il bambino che deve superare la paura del buio, la ferita da rasoio che non vuole smettere di sanguinare) che concorrono a sostanziare il potente “j'accuse” con cui si conclude il film. Sicuramente efficace, proprio perchè costruito con abilità, ma non così fluido come sembra in apparenza.

 Luca Baroncini

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Sleuth - Gli insospettabili

 

di Kenneth Branagh  con Michael Caine, Jude Law  uscita prevista: 9 novembre 2007

Se “la cultura non è il forte degli Italiani”, come sottolinea uno dei due protagonisti, ricchissimo scrittore di romanzi gialli, inglese fino al midollo, forse il “british humour” non è roba per tutti. Sciocchi campanilismi a parte, il film da camera imbastito dall’infaticabile e curioso Kenneth Branagh non riesce a conquistare.

Remake de “Gli insospettabili” di Joseph L. Mankiewicz, in cui Michael Caine interpretava il ruolo del giovane, il film è un thriller ovattato interamente concentrato sulla sfida tra due uomini. In palio c’è una donna, amante del più giovane e moglie del più vecchio, che pur non vedendosi mai incombe sul destino dei due protagonisti. Quello che inizia come un gioco finirà, però, tragicamente.

Il maggior problema del film non è tanto nella teatralità della messa in scena. Nonostante due soli personaggi e l’ambientazione in un’unica casa, infatti, Branagh riesce a imprimere dinamismo alle sequenze sfruttando, fino ad abusarne, le algide e fantasiose scenografie di Tim Harvey. Ciò che crea un distacco crescente, e via via incolmabile, è la sceneggiatura di Harold Pinter, la cui letterarietà finisce per pesare come un macigno. Il confronto tra i due uomini inizia pungente e sottile, giocato per lo più su un’ironia  che  mette  a segno qualche felice battuta, ma la sfida assume toni sempre più grotteschi, con le reazioni dei personaggi che da imponderabili si fanno meccaniche. Si giunge così alla parte conclusiva (una sorta di terzo atto, quello della resa dei conti dopo i reciproci sberleffi) con poco mordente, arrivando a prevedere non tanto gli eventi, quanto le dinamiche psicologiche che li dominano. Il vivace confronto tra i personaggi diventa per forza di cose anche una gara tra attori. A vincere è sicuramente la vecchia guardia, con un  Michael Caine dal consueto e inappuntabile aplomb, e dal forte carisma, che si mangia le iperboli di un gigioneggiante Jude Law (anche produttore esecutivo).

 

Luca Baroncini

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 4 mesi 3 settimane 2 giorni

 

di Cristian Mungiu con Adi Carauleanu, Luminita Gheorghiu, Vlad Ivanov  

Una studentessa rumena, nella triste Bucarest del dittatore “rosso” Nicolae Ceausescu, vuole abortire. Lo fa, con la complicità (anche tragica, essendo l’amica costretta a tutto per aiutarla) di una collega, in un albergo, clandestinamente, dove un tipaccio le inserisce una sonda nella vagina. Finchè il feto (ecco perchè i numeri del titolo) viene espluso...

Nella fredda, nebbiosa, poco illuminata Bucarest ceauseschiana, anno 1987, inverno, Mungiu, eccelso regista poco meno che quarantenne, ambienta la vicenda che ha fatto incavolare - di brutto – l’Osservatore romano, il Rude Pravo vaticano, che ha parlato di offesa alla dignità della vita, di irrisione all’espulsione del feto etc.

Invece la prospettiva di Mengiu è tragica, non irride mai al fatto, anzi. La presentazione naturalistica di questo pezzo di carne sanguinolento, ma  quasi ancora vivo-pulsante, non è certo un facile inno ad aborto e abortismo, riflette una visione non giudicante ma critica dell’atto e del “fatto”, mostrandoci le contraddizioni di un regime folle, di fascismo rosso, tra campi di lavoro, neurocomunismo, anzi “comunismo” psicotico (dove virgoletto solo il sostantivo, non a caso), in cui il natalismo si associava ad un ateismo di stato imposto anche con la brutalità più assoluta.

Fotografia efficacemente “sporca”, uso della camera in spalla, presa diretta riflettono un cinema povero tuttora, come la società (la Romania è uno dei paesi più poveri dell’Est europeo). Un film scomodo che, con il suo naturalismo dolente (colà, e non solo, il naturalismo, se autentico, è ancora efficace), la sua rude tragedia in una vita senza prospettive sembra veramente dirci molto, oggi come all’epoca; quando di Romania s’iniziò a parlare solo a fine 1989, quando Ceausescu cadde - fu “giustiziato”, soffocato dal suo vice in una sorta di congiura di palazzo... 

Il film non fa proclami sociali e/o politici, ma dalla vicenda privata della ragazza si può passare agevolmente a tutto un contesto orribile, tremendo in ogni senso. Un film spiacevole senza essere grandguignolesco,  dolente e crudo senza indulgenze o sconti per nessuno, salvo che per le ragazze protagoniste, che non sono né eroine, né martiri, ma agiscono in base a costrizioni sociali ed economiche. 

Eugen Galasso

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Shrek terzo

 

film d’animazione,regia: Chris Miller e Raman Hui  

 Difficile che un “sequel” risulti migliore del primo film (o del secondo, d’accordo, nel caso di Shrek). Qui invece funziona, con Shrek mostro.  Scene più curate, con il gioco molto bello tra cinema d’animazione e teatro di figura, scenografie, teatro e cinema in relazione (vecchio tema, che affascinò André Bazin ma anche tutta l’estetologia successiva a riguardo, genialmente risolto nel cinema d’attori con François Truffaut, Carmelo Bene, Kenneth Branagh, molto raramente nel cinema d’animazione).

Shrek l’orco buono (e verde) è alle prese con la nascita di un figlio e i suoi relativi tormenti (avere un orco come papà, essere a sua volta un orco etc.), ma anche con la successione al trono di “Molto molto lontano”, dove un impostore vorrebbe succedere al legittimo principe, in realtà buono e sempre disponibile (una sorta di coordinatore fourierista, più che un re, come il defunto “re ranocchio”). Di cotte e di crude, a livello scenico, con il tema libertario del potere; ma soprattutto nello smontare le scene barocche, mostrandole nella loro bellezza ma anche nella loro falsità/vacuità, Miller e Hui farebbero la felicità di Debord e Vaneighem, mostrando come la “società dello spettacolo” macini tutto e crei uno schermo vacuo e incapace di far confrontare le persone con i loro reali problemi.

Nell’edizione italiana rimangono per fortuna le musiche originali (da Camille de Saint-Saens ai Led Zeppelin, ma anche il comico duetto Eddie Murphy - Antonio Banderas), vanno però perse alcune “voci parlanti” (Murphy, Julie Christie, altre) che  nell’originale “Shrek the Third”   sono molto incisive ed efficaci. Rimane, invece, anche in italiano, come “gatto con gli stivali”, Banderas,  il  cui  ottimo  italiano, dall’accento ultra-spagnolo quanto piacevole, è imperdibile. Non facciamoci soverchie illusioni ma, almeno a tratti, il film è veramente “l’immaginazione al potere”.   Cosa non da poco.  

Eugen Galasso

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