Barra di navigazione

Le multe, il terrorismo, l'arroganza e la paura

9 novembre: sciopero generale

Miss Italia, il lato A, il lato B, Dacia Maraini e le semplificazioni della sinistra

Non c'è pace senza giustizia - Foto Mario Rebeschini

sei in Cenerentola>archivio>numero96>attualità

Le multe, il terrorismo, l’arroganza e la paura

Il governo, soddisfatto della partecipazione popolare alle primarie del Partito Democratico, dice di aver sconfitto l’antipolitica (cioè gli amici di Beppe Grillo)

L’arroganza del potere

Bologna, primavera 2007: l’amministrazione comunale decide di cambiare le modalità di preavviso per il lavaggio delle strade. D’ora in avanti non metterà più i consueti avvisi lungo i marciapiedi. Scriverà quali sono i giorni di pulizia sui grandi cartelli, già pieni di geroglifici incomprensibili, posti all’inizio delle vie del centro storico. La novità viene segnalata attraverso volantini infilati sotto ai tergicristalli delle automobili in sosta.

Bologna, autunno 2007: centinaia di automobilisti vengono multati: in pochi avevano parcheggiato durante i giorni del volantinaggio e, passata l’estate, pochi di essi si sono ricordati della novità. Le multe sono di importo considerevole perchè, oltre alla sosta vietata, gli automobilisti devono pagare il carro attrezzi e l’affitto dell’area nella quale le vetture sono state trasportate.

(In Cina, del resto, ai condannati a morte veniva fatto pagare, prima della fucilazione, il costo della pallottola; e non a caso il sindaco di Bologna è chiamato "Il cinese"...)

La gente è furibonda: fioccano le proteste e nascono comitati (subito appoggiati dal centro-destra) che si oppongono al pagamento. Dopo qualche giorno, l’assessore ammette che, forse, c’è stato qualche errore nelle modalità di comunicazione. Forse...

Una cosa è certa: sono anni che il comune di Bologna incamera enormi quantità di denaro attraverso le multe. Multe che colpiscono chi non possiede un garage (e si trova, talvolta, costretto a parcheggiare fuori dai pochi spazi consentiti), chi non possiede il navigatore satellitare (e non è quindi preavvertito della presenza di rilevatori di velocità), chi non possiede una macchina con autista e torna a casa dopo aver innaffiato la cena con qualche bicchiere di vino; in breve: chi non possiede.

Anzichè fornire servizi pagati dai cittadini in proporzione al reddito, vengono forniti servizi pagati dagli automobilisti in proporzione inversa al reddito: chi meno ha più paga; e si tratta di multe che incidono pesantemente sul bilancio mensile.

Segrate, provincia di Milano, 12 ottobre: si viene a sapere che i semafori sono tarati in modo da far durare pochissimo il giallo e incrementare il numero delle multe. E non ci guadagna soltanto il Comune; guadagna anche la ditta privata che ha provveduto al lavoro (il 25% su ogni multa).

Poi si lamentano se c’è chi scende in piazza gridando "Vaffanculo"!

14 ottobre: centinaia di migliaia di persone, in tutt’Italia si recano ai seggi per partecipare alle primarie del Partito Democratico.

Il governo esulta e dichiara: "abbiamo sconfitto l’antipolitica!" (cioè gli amici di Beppe Grillo). Che lo creda realmente?

Ne dubito.

A meno che faccia come quei rivoluzionari che esultano quando aumenta il numero delle astensioni, convinti che dietro a ognuna di esse ci sia un sovversivo pronto ad insorgere contro le istituzioni...

La paura del potere

Mi pare francamente improbabile che il governo pensi davvero quel che dice. Ho invece l’impressione che chi è andato a votare alle primarie l’abbia fatto senza crederci troppo; e che, in alto, lo si sappia benissimo.

Nessuna promessa di novità da parte dei governanti può convincere chi, da anni, è abituato a constatare, quotidianamente, come, in questo paese, quasi tutto sia, in buona parte, "pilotato": concorsi, appalti, concessione delle licenze, adesso persino la possibilità di frequentare l’università...

Certo, ha ragione Romano Prodi, quando afferma che gli Italiani che si lamentano dell’andazzo non sono meglio di chi li governa. Ma se questo è vero, è vero anche che, a fine mese, i primi non hanno gli stessi margini di manovra dei secondi. E si stanno stufando di coloro che, nel frattempo, se ne vanno in gita con l’aereo pagato dai contribuenti.

I governanti lo sanno bene, tanto da cercare continuamente di giustificare il loro potere, fondato sul timore diffuso di perdere quel poco che si possiede, con la necessità della difesa da un nemico "esterno" ma onnipresente "fra noi", un nemico, la cui descrizione somiglia pericolosamente a quella dell’immigrato, un nemico pronto a derubarci, scipparci, aggredirci, dal quale solo il loro stato sarebbe in grado di difenderci.

Sarà un caso, ma non passa giorno senza che i giornali facciano del terrorismo gridando che in questi ultimi anni è diminuita la "sicurezza", e incitino i cittadini a chiedere più stato, più repressione, più polizia, più galere: il potere ha paura e cerca di farsi legittimare dalla paura dei cittadini.

Eppure, se ciascuno di noi, anzichè credere alle sciocchezze dei quotidiani di regime, si rifacesse alla propria esperienza, non ci vorrebbe molto per comprendere che tale diminuzione della "sicurezza" è una bufala.

Personalmente non sono mai stato scippato in vita mia; nessuno ha mai vuotato la mia abitazione; sono stato aggredito una volta sola, trentacinque anni fa, a causa delle mie idee, da una squadraccia fascista.

Certo, nel complesso, sono stato fortunato; ma chi, tra i lettori meno fortunati di me, può affermare di aver subìto più scippi, furti e aggressioni negli ultimi dieci anni, rispetto ai dieci anni precedenti? Ben pochi, immagino. E allora?

Allora, forse, è il caso di comprendere che non c’è stata alcuna diminuzione della "sicurezza", e che, se si vogliono diminuire i rischi (connessi peraltro a qualsiasi convivenza), non occorre più repressione, più stato, ma più condivisione, più società civile.

Credo sia il caso di sottolinearlo, senza nascondere il fatto che "condivisione" può anche significare, per molti di coloro che vivono all’interno delle società occidentali, sacrificare qualcosa di ciò che, in termini di beni di consumo, si è faticosamente conquistato.

Luciano Nicolini

Inizio pagina

 

9 novembre: sciopero generale

Le organizzazioni sindacali CUB, SdL Intercategoriale, Confederazione Cobas, CIB Unicobas, Slai Cobas, A.L. Cobas, USI-AIT hanno proclamato lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per l’intera giornata del 9 novembre. Lo sciopero è indetto contro l’accordo su precarietà, welfare e pensioni del 23 luglio 2007, per la redistribuzione del reddito, la difesa ed il rilancio del sistema previdenziale pubblico e dello stato sociale, l’aggancio delle pensioni alle dinamiche inflattive e retributive, per salari europei, rinnovi contrattuali veri, lavoro stabile e tutelato e diritto al reddito, contro la guerra e per il taglio drastico delle spese militari.

Redazionale

Inizio pagina

Miss Italia, il lato A, il lato B, Dacia Maraini e le semplificazioni della sinistra

Come tutti gli anni si è svolto, a Salsomaggiore, il concorso per l’elezione di Miss Italia. E quest’anno alcuni fra i giudici hanno chiesto di poter giudicare le concorrenti anche dal "lato B", ovverosia, guardandole da dietro. La cosa ha fatto gridare allo scandalo i moralisti: tra questi, Dacia Maraini.

«Ci voleva il fattore B – ha scritto sul "Corriere della sera" del 25 settembre – per rendere palese quello che molti vanno dicendo da anni. Non so quanti articoli ho scritto su Miss Italia, ogni anno di questa stagione. Tanto da annoiarmi delle mie stesse parole. Ma l’indignazione mia e di altri, contro questo fenomeno da baraccone, non ha mai scalfito la tradizionale parata delle aspiranti stelle e stelline.(....) Oggi probabilmente qualcosa sta cambiando e vale la pena di parlarne. Il fattore B ha fatto implodere questa brutta manifestazione di provincialismo. Forse era giusto che fosse così. Era giusto che le cose mutassero per una incrinatura interna e non per le critiche dall’esterno. La protesta di Loretta Goggi ha coinciso con la questione "sedere" ovvero "culo" delle aspiranti miss.

L’ipocrisia nazionale finora aveva permesso che la gara delle miss si svolgesse come una manifestazione di gusto datato, ma bonario: una tradizione paesana, innocua e amabile come la corsa delle biciclette, come la sagra delle tagliatelle, come la gara dei prosciutti più gustosi, eccetera. Il fatto che alcuni fra i giudici abbiano chiesto, coerentemente con la linea di fondo della competizione, di giudicare le miss anche dal fondoschiena, ha finalmente messo in evidenza quello che diciamo da anni: che il concorso delle miss, promosso come una gentile gara fra signorine di buoni sentimenti, è un’indecente esibizione che umilia le donne tutte, messe in vetrina come pezzi di carne da macello.

Per le ragazze, spinte da madri compiacenti e frustrate, si tratta semplicemente di un trampolino di lancio. Sanno, per triste esperienza delle loro sorelle maggiori, che il futuro di una ragazza, anche bella, non ha molti sbocchi. Cosa le aspetta in linea di massima? Un lavoro servile, un guadagno misero, un marito che farà carriera a loro spese, dei figli che occuperanno tirannicamente tutto il loro tempo, poca libertà e poca espressione di sè. Mentre chi si metterà in evidenza per le sue belle forme, soprattutto nel mondo dello spettacolo, avrà la strada spianata: potrà fare la modella, entrare nel cinema, debuttare nella pubblicità. (...) Il futuro si apre davanti alle miss Italia come una fonte di guadagno e quindi di libertà. Il fatto che tante ragazze si presentino, spinte dalle loro famiglie, sta proprio a dimostrare che nel mondo in cui viviamo, la possibilità per una donna di esprimersi, di guadagnare secondo i suoi meriti e di vivere in proprio, è scarsissima. Molto più facile e rapida la strada della seduzione convenzionale attraverso il linguaggio del corpo, della bellezza fatta consumo. Perciò accorrono. Non se ne può fare loro una colpa. Ma ai dirigenti della televisione di Stato, agli organizzatori, ai giudici, ai presentatori si può dire: siete complici di un sistema ripugnante che tende a perpetuare la mercificazione del corpo femminile, il suo destino di preda, di oggetto d’acquisto, con libertà di stupro.

Non è un caso che la presentatrice si sia ribellata – non per il fattore B si intende – ma per essere stata umiliata in una lunga attesa imprevista. La sua mortificazione ha coinciso, anche se involontariamente, con la umiliazione di tante ragazze costrette in ridottissimi costumi da bagno, su ridicoli tacchi alti, con un numero sul petto, a sfilare su e giù come facevano (e fanno ancora purtroppo) le schiave nel mercato del sesso».

Un pezzo ben scritto, non c’è che dire. Peccato che le cose non stiano così come la nota femminista le racconta. Infatti, non solo è lecito sospettare che le richieste dei giudici (come del resto la protesta di Loretta Goggi) fossero state pianificate per rendere più movimentata la trasmissione, ma appare evidente a tutti che la condizione della donna, nelle moderne società "occidentali", è piuttosto diversa da come viene descritta nell’articolo.

Intendiamoci: sono perfettamente convinto che, almeno in prima approssimazione, le donne, in tutte le società (comprese quelle occidentali), siano sottomesse ai maschi e, come libertario, trovo la cosa assolutamente inaccettabile. Mi limito a osservare che se da un lato (il lato A?) è vero che il concorso delle miss non è «una gentile gara fra signorine di buoni sentimenti», ma semplicemente «un trampolino di lancio», dall’altro (il lato B?) non è vero che "il futuro di una ragazza, anche bella" sia rappresentato da "un lavoro servile, un guadagno misero, un marito che farà carriera a loro spese, dei figli che occuperanno tirannicamente tutto il suo tempo, poca libertà e poca espressione di sè". Nelle nostre società occidentali non è più così da un pezzo. Quante giovani donne, oggi, sfruttano la loro bellezza (senza necessariamente prostituirsi) per ottenere un lavoro tutt’altro che servile e, grazie ai lauti guadagni, affrancarsi anche da quello domestico e di cura? Quante «hanno fatto carriera a spese»... del marito? Quante affidano ad altri la cura e l’educazione della propria prole? E quante, al contrario, «occupano tirannicamente», e senza che nessuno lo abbia loro chiesto, tutto il tempo dei figli e (soprattutto) delle figlie?

Tante. E chi si trova a leggere l’articolo della Maraini lo sa perfettamente.

Il che non significa, lo ribadisco, che l’oppressione dela donna da parte del maschio non esista più. Esiste, eccome! Significa soltanto che raccontare cose che chiunque può verificare essere false (o, quantomeno, esagerate) può servire a scrivere un articolo elegante, o apparentemente logico, ma non a persuadere il lettore. Il quale sa anche perfettamente che, piaccia o meno alla Maraini, molte giovani donne non trovano affatto umiliante sfilare «in ridottissimi costumi da bagno, su ridicoli tacchi alti, con un numero sul petto».

Non dico queste cose per il gusto maschilista di denigrare chi si pronuncia, controcorrente, a favore dell’emancipazione femminile. Non le dico neppure per dare man forte a chi, come Barbara Palombelli, ha spudoratamente sostenuto (su "La stampa" del 28 settembre) che il concorso è «una delle poche vetrine pulite che si offrono alle giovani che intendono studiare e lavorare utilizzando anche un corretto portamento, un sorriso e un aspetto gradevole» e che chi lo condanna è mosso soltanto dall’invidia per la «fresca e serena giovinezza» delle concorrenti. Le dico perchè mi sembra che l’atteggiamento della femminista Maraini somigli molto, troppo, al mio e a quello di gran parte dei militanti della sinistra.

Mi spiego meglio: anche noi, come la Maraini, siamo mossi dall’intento di favorire l’emancipazione dei deboli; e anche noi, nel cercare di spiegare la realtà, tendiamo a semplificarla fino a renderla irriconoscibile.

E senz’altro vero, ad esempio, che la classe operaia è oppressa e sfruttata, ma è altrettanto vero che, oggi, all’interno del nostro paese, esistono anche operai che se la passano abbastanza bene e, quando ne hanno l’opportunità, non si fanno alcun problema a sfruttare altri lavoratori (quali badanti e colf).

E’ senz’altro vero che il consumismo è, in prima approssimazione, una trappola per mettere la mordacchia al popolo, ma è altrettanto vero che gli oggetti di consumo, soprattutto se belli, piacciono a quasi tutti, e che ridicolizzare chi li desidera rischia di diventare una forma di snobismo.

E’ senz’altro vero che i paesi del "sud del mondo" sono sfruttati dai capitalisti dei paesi ricchi, ma è altrettanto vero che non è quella la sola causa del sottosviluppo, e che non è appoggiando qualsiasi movimento che si dichiari genericamente antimperialista che si risolverà il problema.

E’ senz’altro vero, infine, e vengo al tema che più mi sta a cuore, quello della pace, che se i paesi ricchi riducessero drasticamente le spese militari ci sarebbero più denari a disposizione per la scuola, la sanità e le pensioni, ma è altrettanto vero che un disarmo unilaterale dei paesi ricchi avrebbe come conseguenza il mutamento dei rapporti di forza internazionali e, conseguentemente, un impoverimento di tutti i loro abitanti, non solo dei capitalisti. Questo la gente lo ha capito benissimo, e spiega perchè chiuda entrambi gli occhi di fronte alla brutalità della guerra e accetti di rendersi complice di cose che, a parole, condanna.

In conclusione: le semplificazioni possono essere utili, perchè ci aiutano a comprendere il mondo nel quale viviamo, ma sono anche piuttosto pericolose, soprattutto quando si tratta di semplificazioni operate da persone vissute in tempi assai diversi dal nostro. Il rischio, nell’utilizzarle, è quello di uscirsene con affermazioni che chiunque è in grado di confutare, e di indurre chi ci ascolta a buttar via il bambino insieme all’acqua del bagno.

Luciano Nicolini

Inizio pagina