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Venezia 64 - Lido di Venezia - (9 agosto - 8 settembre 2007)

Il leone della discordia

Michael Clayton

 

  

Joan Chen, protagonista di "Lust, Caution" (foto Luca Baroncini 2007)
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Il leone della discordia

Polemiche per tutti, quest’anno: il verdetto della giuria (composta per l’occasione del Giubileo da soli registi e presieduta dal cinese Zhang Yimou) ha lasciato i più perplessi; il cinema italiano ha scontentato quasi tutti; l’organizzazione ha retto l’impatto mediatico ma non senza disequilibri nella programmazione; il pubblico si è lamentato per l’impossibilità di trovare biglietti; i prezzi del Lido hanno raggiunto livelli da usura. Addirittura a festival finito, alcuni rappresentanti di Forza Italia hanno lanciato invettive contro il regista Vincenzo Marra "colpevole", nel film L’ora di punta, di "offrire un’immagine negativa del paese, in particolare della Guardia di Finanza". Tralasciando la sterilità di quest’ultima polemica (come se un film dovesse essere uno spot a favore o contro qualcosa e non semplicemente una storia da raccontare), per chi è stato al Lido, e ha vissuto la manifestazione giorno per giorno, si è trattato di un festival in linea con i precedenti e con la guida di Marco Müller, al quarto e ultimo anno del suo mandato: molti divi, italiani allo sbaraglio (ma si suppone che le pressioni siano state tante), troppi film dall’oriente con poco da dire, un’organizzazione più snella (meno controlli agli accessi) ma sempre un po’ caotica (troppe sovrapposizioni e una concentrazione di film di richiamo a inizio festival, con le ultime giornate un po’ vuote di eventi) e nessun film del cuore. Ma andiamo per ordine, e cominciamo … dalla fine.

Il verdetto della giuria

Vince a sorpresa il Leone d’Oro Lust, Caution il film di Ang Lee, al secondo Leone dopo quello ottenuto nel 2005 per "Brokeback Mountain", che torna al Lido con una torbida storia di guerra, spie, intrighi, mogli, amanti, sesso e passione, ambientata nella Shanghai degli anni Quaranta occupata dai giapponesi. Passato nell’indifferenza nei primi giorni, il film di Lee ha battuto la concorrenza di 12, di Nikita Michalkov, ma soprattutto di La Graine et le mulet di Abdellatif Kechiche, dato da tutti per favorito. Il primo, per cui la giuria ha inventato un Leone d’Oro Speciale per l’insieme dell’opera, è il rifacimento russo di "La parola ai giurati" di Sidney Lumet. Dodici giurati devono giudicare un ragazzo accusato di parricidio, il problema è che il giovane è ceceno e l’uomo ucciso russo. Michalkov utilizza il soggetto per parlare con acume della situazione politica del suo paese. Da alcuni denigrato, perché ritenuto schematico, 12 gode di una regia prodigiosa che fa scorrere in un baleno le quasi tre ore di proiezione ambientate per la maggior parte in una palestra. Il film di Kechiche si è invece dovuto accontentare del Premio Speciale della Giuria e del Premio Marcello Mastroianni per il talento della giovane interprete Hafsia Herzi. Ribattezzato "il film del couscous", La graine et le mulet racconta i preparativi di una cena voluta dal sessantunenne Slimane per sostenere il suo progetto. Rimasto disoccupato, l’uomo decide infatti di trasformare un peschereccio acquistato per diecimila euro in un ristorante. Il regista franco-tunisino si sofferma sui volti dei tanti personaggi e riprende con estrema naturalezza momenti di vita quotidiana che smontano, più di tanti pistolotti edificanti, gli stereotipi sulle comunità arabe. Ma il Premio Speciale della Giuria è andato ex aequo anche a Io non sono qui di Todd Haynes, il film su Bob Dylan che rischia di essere rivolto unicamente ai cultori del cantante e ai conoscitori della storia americana. Bob Dylan è raccontato infatti attraverso sei differenti personaggi che incarnano altrettanti periodi della sua vita, ma i diversi segmenti si intersecano in un puzzle che alla lunga (e due ore e un quarto sono tante) finisce per rintronare senza comunicare granché. Le riserve continuano con i premi attribuiti agli attori. Cate Blanchett, Coppa Volpi per Io non sono qui, è molto brava, ma il suo personaggio, che rappresenterebbe l’aspetto femminile del Dylan rock, risulta alquanto oscuro. Curioso poi, che in un festival dominato dai ruoli maschili, a essere premiata come migliore attrice sia una donna che interpreta un uomo. Quanto a Brad Pitt, Coppa Volpi per L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, nel film è sicuramente in parte, ma nelle opere presentate si è visto di meglio, dal dolente Tommy Lee Jones di In the Valley of Elah di Paul Haggis, al sornione Michael Caine di Sleuth di Kenneth Branagh. Suscita qualche perplessità anche il Leone d’Argento per la Migliore Regia a Brian De Palma. Non è certo in discussione il talento del regista americano, quanto l’ambiguità del suo sguardo in Redacted. Lo spunto è un terribile fatto di cronaca: il caso di cinque militari americani che nel marzo del 2006, in un villaggio iracheno, hanno abusato di una ragazzina di 14 anni prima di bruciarla e di uccidere i suoi familiari. A una parte di fiction si affiancano senza soluzione di continuità immagini tratte da Internet, Youtube, blog di un soldato americano, documentari, spezzoni di telegiornali e notiziari. Per lo spettatore è impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Una sorta di manipolazione della realtà efficace nel risultato, che arriva a scuotere, ma ingannevole nell’utilizzo della tecnica.

Il cinema italiano

Bisognerebbe ridimensionare il fenomeno tutto italiano di piangersi continuamente addosso. In questo senso la stampa nazionale, con risate sguaiate durante le proiezioni e fischi finali a coprire i timidi applausi, ha sicuramente esagerato. Non che i film in concorso fossero capolavori, ma nemmeno tutti da buttare o parenti della televisione come va di moda dire. Occorre quindi fare dei distinguo. Quello che osa di più a livello stilistico è Paolo Franchi con Nessuna qualità agli eroi, incentrato sull’elaborazione e il superamento di un senso di colpa, ma è anche il meno riuscito, proprio perché eccessivamente pretenzioso. L’ora di punta di Vincenzo Marra racconta, abusando di luoghi comuni, l’ascesa di un ambizioso ragazzo di provincia disposto a tutto pur di difendere il potere e i soldi conquistati con l’inganno. La cosa curiosa è che la critica ha amato il precedente film di Marra "Vento di terra" che aveva esattamente gli stessi difetti: una messa in scena essenziale e rigorosa ma una sceneggiatura didascalica e prevedibile. Diverso il discorso per Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati, accusato di parlare ancora una volta della mafia con uno stile televisivo. Intanto non si capisce perché ci dobbiamo sorbire infiniti film americani, sul Vietnam prima e sull’Iraq ora (e chissà quanti in futuro), e non possiamo parlare ancora una volta dei mali nazionali irrisolti. Inoltre il film di Porporati non è il solito film sulla mafia: nessuna via crucis del dolore con gesto eroico annesso, nessuna "mano sulla città" ad assicurare prosecuzione al crimine, nessun consolatorio mea culpa delle istituzioni che potrebbero fare e invece non fanno. Sotto l’occhio della macchina da presa, con una messa in scena tradizionale ma non per questo inefficace, c’è lo sguardo dall’interno di una realtà nota, con tutte le possibili sfumature di una vita qualunque. Tra l’altro Luigi Lo Cascio è molto credibile nel rendere contraddizioni e conflitti del protagonista. Diciamo che se il film fosse passato in una sezione collaterale nessuno ne avrebbe detto male, ma essendo in concorso tutti si aspettavano arte e non un film "semplicemente" dignitoso. Grande invece il successo per Non pensarci, il film di Gianni Zanasi prodotto dalla bolognese I.T.C. Movie che racconta un malessere contemporaneo filtrandolo attraverso lo sguardo di un trentaseienne, il bravo Valerio Mastandrea, che torna in famiglia dopo avere tentato la strada del chitarrista rock. Qualche sana risata (cosa sempre più rara in un festival) e un retrogusto amarognolo. Tiepido invece il riscontro per l’atteso La ragazza del lago di Andrea Molaioli, cupo ritratto di provincia dove le indagini del carismatico Toni Servillo girano un po’ a vuoto e non appassionano.

I più belli

Nessun film del cuore, ma opere interessanti. Oltre ai già citati 12 e La graine et le mulet, impossibile non lasciarsi sedurre dai "tableaux vivant" con cui Peter Greenaway, in Nightwatching, racconta i preparativi per "La ronda di notte", l’opera di Rembrandt che segna l’apice della carriera del pittore e l’inizio della rovina. Molto criticato, e forse difficile da apprezzare nella fretta con cui in un festival si passa da una sala all’altra, è invece da riscoprire il film del neozelandese Andrew Dominik su Jesse James …, lento nel ritmo ma teso nelle interazioni dei personaggi e con un impianto visivo straordinario. Ricco di stimoli anche Disengagement, l’opera di Amos Gitai che unisce una vicenda intima (l’incontro di due fratellastri al capezzale del padre deceduto) con la Storia (lo sgombero militare dei coloni israeliani dalla striscia di Gaza deciso dal governo Sharon nel 2005) e gode dell’interpretazione di una intensa Juliette Binoche. Nelle sezioni minori, colpisce Sous les bombes, di Philippe Aractingi, per l’ambientazione reale in Libano subito dopo l’attacco israeliano contro Hezbollah nell’estate del 2006. Vedere i bombardamenti e le terribili conseguenze distruttive che determinano e capire che non dipendono dalla bravura del mago degli effetti speciali, produce una sensazione di forte disagio e finisce per colpire più della storia in sé, in cui il dolore di una madre che si trova coinvolta suo malgrado in un conflitto assurdo trova consolazione nel tenero rapporto, prima di solidarietà e poi di affetto, con un taxista.

I più brutti

Wes Anderson non è autore da mezze misure: o si ama o si odia. Rientrando, con le dovute sfumature, nella seconda categoria, ogni suo film diventa un percorso a ostacoli dove a farsi strada, e a divenire via via più bruciante, è un unico interrogativo: perché sono qui? The Darjeeling Limited è quindi l’ennesimo caso in cui il grottesco non offre appigli alla comunicazione. Tra gli altri film che si sono sopportati, almeno un paio di orientali: lo sfinente Help Me Eros, in cui Lee Kang Sheng, discepolo di Tsai Ming Liang, ne copia lo sguardo liquido, fisso ed enigmatico senza riuscire a replicarne le suggestioni. Ma anche il superfluo Sukiyaki Western Django, omaggio di Miike Takashi, con il beneplacito di Quentin Tarantino, (che interpreta il narratore Piringo in un breve cameo), allo "spaghetti western", a cui la mostra ha dedicato una retrospettiva (non particolarmente seguita, forse anche a causa dell’assenza dello stesso Tarantino, rimasto in America per un improvviso mal di schiena).

I divi

Tante le stelle del cinema che hanno percorso la passerella raccogliendo applausi e concedendo autografi ai fan. Il più acclamato dalle ragazzine è stato sicuramente Johnny Depp, in toccata e fuga al Lido solo per consegnare il Leone d’Oro a Tim Burton. La palma del piacione spetta invece, prevedibilmente, a George Clooney. Le signore adoranti gli hanno perdonato anche la figuraccia in conferenza stampa. Alla domanda "Lei così liberal, impegnato, in lotta contro le multinazionali anche nell’ultimo film, come convive con il ruolo di testimonial della Nestlé?", la sua risposta, un po’ seccata, è stata "Non sono un testimonial, e devo scusarmi per come mi guadagno da vivere? È una domanda irritante, mi dispiace ma non so rispondere!" Folla oceanica anche per la coppia più bella del mondo Brad Pitt/Angelina Jolie e curiosità per una delle poche volte al Lido di Woody Allen, accompagnato da Ewan McGregor e Colin Farrell per Cassandra’s Dream. Grande clamore pure per Richard Gere, che ha presentato, oltre al film su Bob Dylan, l’action-movie impegnato The Hunting Party ambientato in Bosnia. Molte le presenze maschili, assai ridotte invece quelle femminili.

Visto il forfait di Scarlett Johansson, a dominare la scena è stata la statuaria Charlize Theron, pratogonista di In the Valley of Elah, l’altro film sulla guerra in Iraq diretto da Paul Haggis che in molti avrebbero voluto tra i premiati.

Luca Baroncini

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Michael Clayton

di Tony Gilroy con George Clooney, Tilda Swinton, Sydney Pollack uscita prevista: 5 ottobre 2007

Il divo impegnato attualmente più in auge si cimenta con l’ennesima lotta contro lo strapotere delle multinazionali. Questa volta i cattivi sono rappresentati da un colosso che non ha tenuto conto, pur essendone a conoscenza, dei gravi danni provocati da un vendutissimo diserbante. I buoni invece non ci sono. Dall’altra parte della barricata, infatti, ognuno, protagonista compreso, ha le sue buone ragioni per difendere il proprio posto al sole.

Nessuna novità, insomma, nel solido thriller militante imbastito da Tony Gilroy, già sceneggiatore della trilogia con Matt Damon cominciata con "The Bourne Identity", se non un ruolo con più ombre del solito per la star George Clooney. Se l’impianto tutto sommato funziona, a farne le spese è soprattutto il coinvolgimento a causa di una eccessiva verbosità che sembra un’eterna premessa all’azione. In questo senso la sceneggiatura è oliata, ma enfatizza a dismisura conflitti visti e stravisti. La fatica, per lo spettatore, deriva principalmente dal fatto che i personaggi ne sanno sempre più di lui e che un quadro esaustivo si ottiene solo a posteriori.

Interpreti in parte, dallo sgualcito Clooney alla sempre carismatica Tilda Swinton, ma il film finirà per scontentare un po’ tutti. Chi predilige l’impegno si troverà davanti a una storia molto stereotipata di redenzione e vittoria della formica sul gigante (a quando un film con una multinazionale senza ombre?); chi pensa all’azione, sarà sommerso da dialoghi non così pregnanti e chi si accontenta dell’intrattenimento si troverà qualche lezioncina di troppo a cui obbligatoriamente assistere. È stato comunque definito da Alberto Crespi, critico dell’Unità, "il film che puoi tranquillamente consigliare a un amico senza rischiare di perderlo".

Luca Baroncini

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