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Beppe Grillo esce allo scoperto Decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro lo strapotere dei politici. C’è chi le condanna, chi cavalca la tigre e chi le appoggia. Fino a un certo punto... Sabato 8 settembre, a Bologna e in altre città d’Italia, decine di migliaia di persone sono scese in piazza, su indicazione del comico Beppe Grillo, per sostenere una proposta di legge d’iniziativa popolare che prevede: l’ineleggibilità di chi ha subito condanne penali, l’impossibilità a candidarsi per chi ha già svolto due mandati, l’elezione diretta dei rappresentanti da parte dei cittadini. La casta dei politici ha reagito, quasi unanimemente, prendendo le distanze dall’iniziativa: solo Di Pietro e Pecoraro Scanio (forse in cerca di visibilità) l’hanno sostenuta. E c’era da aspettarselo. I mezzi di comunicazione di massa invece, "stranamente" le hanno dato grande importanza, come non succede, per esempio, quando nelle piazze ci sono decine di migliaia di immigrati. Ma non l’hanno di certo sostenuta. Vediamo che cosa ha scritto in proposito "la Repubblica", il più importante giornale del centro-sinistra, che ha affidato il commento a caldo a Michele Serra (9 settembre) e le conclusioni addirittura al proprio padre fondatore Eugenio Scalfari (12 settembre). Secondo Serra «almeno due dei tre punti in oggetto (negare ai condannati il diritto di rappresentare il popolo, impedire alle segreterie dei partiti di nominare di straforo i candidati senza passare attraverso il vaglio degli elettori) sono molto difficilmente liquidabili come "qualunquisti". Esprimono, al contrario, un’insofferenza per larga parte condivisibile e condivisa da milioni di Italiani (...). E chiedono la partecipazione diretta dei cittadini alla scelta della propria classe dirigente. Più controverso il terzo punto, perchè non è detto che congedare un ottimo politico dopo sole due legislature coincida con il miglioramento della qualità professionale della classe politica (anzi)». Personalmente la penso in maniera diametralmente opposta: infatti, trascurando per il momento la questione relativa alle modalità di elezione dei rappresentanti (che meriterebbe un ragionamento a parte), come libertario ritengo ottima cosa la rotazione degli incarichi, mentre trovo assurdo che un cittadino che ha saldato i propri conti con la giustizia non possa essere eletto, cosa che, tra l’altro, taglierebbe fuori gran parte di coloro che, nel corso della loro vita, si sono battuti contro i potenti per i diritti delle classi subalterne. Decisamente più confuso l’articolo di Eugenio Scalfari, malgrado si apra dicendo: «Ho voluto aspettare qualche giorno prima di scrivere su Beppe Grillo e sul "grillismo". Ho letto le cronache, i commenti, le domande e le risposte. Ed ho riflettuto e ricordato». Molto male, come vedremo. Scalfari comincia con il classificare Grillo e i suoi seguaci tra gli anarco -sindacalisti. E «l’anarco-sindacalismo – scrive – è per definizione il nemico dell’autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l’insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia dove esistono forme di opposizione e di denuncia più efficaci e molto più civili di quella di radunarsi o marciare dietro cartelli con su scritto "Vaffanculo"». Prosegue poi prendendosela con Bertinotti, del Partito della Rifondazione Comunista, colpevole, secondo lui, di «cavalcare il "grillismo"» e di «esaltare "l’esistente" affermando che è inutile polemizzare con esso. Fossero vivi i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi – conclude – avrebbero di che rispondergli su questo delicatissimo argomento». Sembra strano che un uomo della sua cultura non sappia che gli anarcosindacalisti della Confederación Nacional del Trabajo spagnola (i più noti, fra i tanti) lottavano utilizzando efficacissimi scioperi, e non «marciando dietro cartelli con su scritto "Vaffanculo"», ed è ancor più strano che chiami come testimone contro quello che lui chiama anarcosindacalismo un personaggio come Carlo Rosselli, che dell’anarcosindacalismo si dichiarò entusiasta (vedi il celebre discorso "Oggi in Spagna, domani in Italia" pubblicato su Cenerentola n.53) e combattè il fascismo inquadrato nella colonna Ascaso, cioè nelle milizie della CNT. Non basta: attribuito il successo dell’iniziativa di Grillo all’utilizzo di internet, Scalfari si lancia in una lunga predica sui danni provocati al senso critico della popolazione dai mezzi di comunicazione di massa. E, così facendo, cade nel ridicolo: è proprio da quest’ultimi infatti, e in particolare dal più potente, la televisione, che Beppe Grillo è stato escluso; ed è proprio da quest’ultimi, e in particolare dai quotidiani, i cui messaggi vengono poi rilanciati dalla TV, che persone come Scalfari pontificano quotidianamente influenzando le opinioni del popolo italiano! Se i mass media fanno danni, la colpa è di chi li gestisce a suo piacimento. Non di chi ne rimane escluso! Termina poi il lungo articolo esaminando le tre proposte formulate da Grillo (che, peraltro, non sembra aver letto molto attentamente) e rifiutandole in blocco. Che dire? Riguardo alle proposte del comico genovese mi sono già espresso, sulle (ovvie) reazioni dei politici pure; resta da capire perchè mai i mezzi di comunicazione di massa (quelli che riportano la voce dei vari Scalfari) abbiano dato tanta importanza agli accadimenti. Probabilmente i padroni dell’economia (che lo sono anche dei giornali e delle televisioni) soffiano sul fuoco per ridimensionare il potere dei politici. Senza però dar troppa ragione alla piazza. Potrebbe diventare pericoloso... Luciano Nicolini
Subprime: incidente di percorso o crisi sistemica? Dall’inizio dell’estate la crisi dei mutui subprime USA sta tenendo in scacco i mercati finanziari di tutto il mondo. I mutui subprime sono prestiti, erogati da banche e finanziarie specializzate, a clientela contraddistinta da un elevato grado di rischio: persone a basso reddito, clienti già protestati, etc. Naturalmente per compensare la probabilità di mancata restituzione del denaro prestato, a tali clienti vengono applicati tassi particolarmente elevati. Inoltre, per avere una garanzia da far valere in caso di insolvenza, spesso a questi clienti viene imposta un’ipoteca sulla loro abitazione. E proprio qui sta l’innesco della crisi che si è manifestata questa estate. Infatti, il gioco funziona bene finché i prezzi delle abitazioni salgono. Ma, come sta avvenendo attualmente negli Stati Uniti, quando il valore delle case scende, le ipoteche messe sugli immobili cominciano a valere sempre meno. Improvvisamente, qualcuno si è accorto che i debitori, che non riescono a pagare la rata del prestito o del mutuo, hanno immobili che valgono meno. Sì, ma meno di cosa? Meno di quanto le banche hanno concesso loro. Risultato: gli istituti di credito non riusciranno ad avere indietro tutto il denaro prestato. Questo, come si può ben immaginare, già sarebbe un problema. A complicare la situazione, ci ha pensato la cosiddetta ingegneria finanziaria. Sui prestiti erogati ai clienti subprime, in analogia a quanto si fa comunemente con altri prestiti, sono stati costruiti dei titoli obbligazionari, venduti a numerosi operatori finanziari un po’ in tutto il mondo. Anche le agenzie di rating (quelle che dovrebbero valutare la solidità di chi emette un titolo) ci hanno messo il loro zampino, assegnando classificazione tripla A (titolo sicuro) anche a queste obbligazioni, che invece sono contrassegnate da pesanti rischi di insolvenza (come peraltro ci si sta rendendo conto adesso). Insomma, mentre i certificatori di qualità assicuravano che fossero di cemento di prima classe, le costruzioni degli "ingegneri finanziari" si stanno rivelando dei castelli di sabbia. In questo modo, il rischio implicito nell’insolvenza creditizia dei percettori di mutui in America è stato propagato un po’ in tutto il mondo.Bolle La domanda è: abbiamo a che fare con lo scoppio dell’ennesima bolla speculativa che rientrerà nel giro di qualche tempo, magari lasciando qualche vittima sul campo, o siamo di fronte ad una crisi che rischia di travolgere i sistemi economici mondiali? Secondo diversi osservatori, l’esplosione della questione subprime, anche se è probabile che si estenderà dai mutui ad altre forme di finanziamento, come le carte di credito, non dovrebbe rappresentare un pericolo fondamentale per l’economia nel suo complesso. Costoro basano i loro ragionamenti sul fatto che i crediti in sofferenza non dovrebbero superare il centinaio di miliardi di dollari, una bella cifra, ma non tale da compromettere un quadro congiunturale ben impostato, con le economie asiatiche ancora in pieno sviluppo e l’Europa che mostra una crescita non più correlata con quella USA. Inoltre, sostengono gli ottimisti, la lezione della depressione del 1929 è ormai ben impressa nel codice genetico delle banche centrali. Queste non si fanno cogliere di sorpresa e, a differenza di 80 anni fa, hanno a disposizione strumenti (anche concettuali) in grado di impedire il tracollo dei mercati finanziari. La dimostrazione sarebbe nelle decise azioni effettuate in agosto, quando Federal Reserve, Bank of Japan e Banca Centrale Europea sono intervenute, in coordinamento tra loro, immettendo liquidità sul mercato monetario e, nel caso della banca centrale USA, abbassando i tassi di interesse per ben due volte, l’ultima il 18 settembre. Insomma, il peggio sarebbe ormai passato, anche se si avranno ancora per qualche tempo perturbazioni sui mercati finanziari e se, non è da escludere, qualche operatore finanziario (si parla di una non meglio identificata grossa banca statunitense) potrebbe trovarsi a dover chiudere. Balle? Non manca, tuttavia, chi ritiene che la situazione sia più delicata di quanto stimato dagli ottimisti. Si fa notare come, in seguito alla crisi dei mutui subprime e alla conseguente chiusura di molte delle società finanziarie specializzate in questo segmento di clientela, si stia generando un’ondata di licenziamenti in tutti gli States. Si parla ormai di 100 mila lavoratori mandati via dalla mattina alla sera. Infatti, per la prima volta dopo molti anni, la statistica ufficiale mostra una diminuzione del numero degli occupati negli USA. In contemporanea, l’aumento dei tassi di interesse bancari e il calo dei valori degli immobili, oltre a far sorgere nuovi casi di insolvenza, comporterà inevitabilmente la riduzione dei consumi per una buon parte della popolazione americana. L’economia degli Stati Uniti è basata proprio sui consumi (spropositati) dei suoi cittadini. Se si fermasse la spesa delle famiglie si rischierebbe la stasi della prima economia mondiale. Che, a sua volta si ripercuoterebbe sui suoi principali partner commerciali: Cina, Europa, Giappone. Una stagnazione di questi paesi si estenderebbe velocemente a tutto il resto del pianeta. Insomma, i pessimisti prevedono tempi duri. Qualche sintomo poco tranquillizzante emerge da una analisi dei tassi di interesse: l’esplosione della crisi subprime ha determinato un fenomeno singolare: i titoli di stato sono subito apparsi come l’unico rifugio sicuro in mezzo alla tempesta e i massicci acquisti, facendone accrescere il valore, automaticamente hanno determinato un abbassamento dei loro rendimenti. Invece i tassi sul mercato interbancario, dove le banche si scambiano reciprocamente il denaro, sono schizzati verso l’alto (+50 centesimi nel giro di poche settimane). Il significato di questa impennata dei tassi è allarmante: le banche si fidano poco le une delle altre! D’altra parte, le stesse autorità di vigilanza ignorano chi ha acquistato titoli legati ad erogazioni di crediti subprime ed è quindi in situazione di pericolo di collasso. In questo contesto, la fila dei risparmiatori in angosciosa attesa di ritirare i propri depositi dalla Northern Rock, banca inglese specializzata nell’erogazione di mutui, rievoca i sinistri spettri della Grande Crisi del ’29. L’epilogo È difficile prevedere chi avrà ragione, se gli ottimisti o i pessimisti. Però, senza azzardare ardite previsioni, possiamo fare qualche riflessione sul tema. Il primo dato che va evidenziato è la precarietà dell’economia USA. Il quadro è, pressappoco, il seguente: un pauroso deficit con l’estero (siamo ormai intorno al 6,5% del Pil), un bilancio pubblico oberato dalle spese militari (gli Stati Uniti, da soli, pesano per circa la metà delle spese militari mondiali), un’attività economica basata su famiglie i cui consumi (forse la definizione più adatta sarebbe quella di "sprechi") sono finanziati con l’indebitamento, una discreta fetta degli abitanti priva di assistenza che vive in condizioni di miseria, la maggior incidenza mondiale della popolazione carceraria sui residenti. E, infine, alla luce di queste considerazioni, una moneta largamente sopravvalutata. È insano auspicare un tracollo degli Stati Uniti che, occorre esserne consapevoli, travolgerebbe tutti. Però, dal punto di vista della teoria economica, la cura più efficace per l’economia USA sarebbe una "buona" recessione. Così il forsennato consumismo americano rientrerebbe su livelli più sostenibili (anche dal punto di vista ecologico), la spesa militare si ridurrebbe (ne beneficerebbero anche gli altri paesi ...) e, forse, il tema di un maggior egualitarismo economico avrebbe qualche chance di diventare un punto del dibattito politico. Il dollaro, quindi, si piegherebbe di fronte alle monete di sistemi produttivi più equilibrati. Insomma, più che un "risanamento", agli USA servirebbe un "rinsavimento". Troppi e troppo profondi sono i problemi che attanagliano quella nazione. Naturalmente, la forza militare è, come stiamo sperimentando, in grado di allontanare nel tempo il momento della palese manifestazione delle contraddizioni che ho sommariamente esposte. Tuttavia, la potenza militare è, in definitiva, legata anch’essa allo stato di salute dell’economia, in un circolo a cui, oggi, per gli Stati Uniti, sembra sempre più adatto l’aggettivo "vizioso". Toni Iero Un esperimento di gestione operaia Sessantadue operai che guidano una fabbrica tessile. Un sistema di gestione che non viene calato dall’alto ma sorge all’interno del luogo di lavoro, tra le macchine, grazie ad assemblee e riunioni di settore. Non siamo in Argentina, ma a Bollate, periferia nord ovest di Milano, dove il 6 marzo 2006 la ex Timavo & Tivene si è trasformata in Syntess, fabbrica autogestita. «La decisione di tentare la strada dell’autogestione è nata in poche ore – spiega Paolo Castellano, responsabile del personale -. Dopo un weekend di fuoco in cui i vecchi proprietari ci hanno abbandonato, le alternative di fronte a cui ci siamo trovati erano accettare la cassa integrazione, oppure provarci. E noi abbiamo scelto la seconda». La Syntess non è una cooperativa, ma una società di capitali, nata grazie alla Provincia di Milano, che ha dato 200 mila euro destinati inizialmente ad un eventuale ricollocamento dei lavoratori, e al contributo degli stessi operai che hanno versato le loro quattordicesime, in tutto 30 mila euro. La fabbrica nasce nel 1958 su un’area di 25 mila metri quadri, 15 mila dei quali coperti, proprio nel centro di Bollate. E’ impegnata nella cosiddetta "nobilitazione tessile", il momento della lavorazione dei tessuti che precede il confezionamento dei capi. Lo stabile, comprende una parte di laboratorio chimico, e due di lavorazione: l’area tintoria e l’area finissaggio. Grandi macchine, alcune simili a lavatrici, altre a giganti ferri da stiro, che lavorano senza sosta. Si producono tessuti in cotone, materiale tessile per la biancheria intima, ma anche pail e tessuti felpati. A partire dagli anni Ottanta, quando a Bollate i dipendenti sono circa 250, la Timavo & Tivene, proprietaria anche di uno stabilimento in provincia di Treviso e uno in provincia di Bologna, è coinvolta nelle ripetute crisi del settore tessile. Dopo quella pesante del 2002, nel novembre 2004 la situazione precipita. I proprietari decidono di chiudere gli stabilimenti di Bologna e Bollate. Ma gli operai lombardi non ci stanno e iniziano a battersi per mantenere il posto di lavoro. Nel marzo 2005, grazie all’impegno di un vecchio socio, nasce la Tintoria di Bollate. I lavoratori, che dopo le ondate di diminuzione del personale negli anni sono rimasti una novantina, vengono assunti con contratti a termine di un anno e per alcuni mesi la nuova fabbrica mantiene un bilancio in attivo. Ma a novembre il nuovo crollo. Il vecchio socio, anziano e incerto sulle prospettive future, decide di abbandonare. A inizio marzo 2006, in concomitanza con la scadenza dell’anno di contratto a termine, sembra che la vecchia ditta Timavo & Tivene possa riprendere l’attività, ma all’ultimo straccia l’accordo. E così i lavoratori decidono di prendere la fabbrica in mano. Il tutto si sviluppa anche grazie al sostegno fondamentale della Filtea-Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Tessili) e del suo segretario generale di Milano, Giuseppe Augurusa, impegnato fin dall’inizio nelle trattative con la vecchia azienda e guida per gli operai nel momento della scelta. In un anno e mezzo di attività la Syntess ha ridotto il personale, per alleggerire i costi di gestione. Ma senza licenziamenti. Alcuni lavoratori sono stati ricollocati in altre fabbriche della zona, i più anziani hanno usufruito della possibilità del prepensionamento. Ora sono rimasti in sessantadue, la metà donne. «Non è stato semplice e non è semplice tuttora – continua Castellano -. Abbiamo dovuto riaccendere i macchinari dopo alcuni mesi di inattività e ritrovare la fiducia dei vecchi clienti, che in parte si erano già rivolti ad altre aziende». Il consiglio di amministrazione è composto da un amministratore esterno e da due lavoratori. Ma è tutto l’insieme degli operai-soci a partecipare alla gestione dell’azienda, tramite riunioni di settore a diverso livello. I primi mesi di attività i conti sono andati in positivo. Oggi la situazione è un po’ più critica, ma le difficoltà dipendono soprattutto dai brutti momenti che il settore tessile attraversa periodicamente. «Produciamo 5 mila chili di merce al giorno, a fronte di una potenzialità di 15 mila», dice un po’ preoccupato Castellano. Ma gli operai della Syntess hanno un progetto ben chiaro in mente, che comprende anche l’abbattimento dei costi energetici. E’ per questo che hanno cercato un partner che li potesse aiutare, sia dal punto di vista della capitalizzazione che da quello del risparmio di energia. E lo hanno trovato in TeSI, società di servizi energetici che è entrata nel capitale sociale della Syntess e ha costruito una nuova centrale energetica funzionante con il sistema di cogenerazione del vapore. Questo permetterà un risparmio notevole alla fabbrica, ma soprattutto la possibilità di vendere energia alla città di Bollate. «L’ostacolo più grande ora è far comprendere a tutti l’importanza di partecipare. Molti operai si sono responsabilizzati e lavorano bene. Ma ogni tanto capita che la produzione non sia fatta al meglio. E noi questo non ce lo possiamo permettere. A volte ci è toccato anche prendere dei provvedimenti disciplinari». Una visione che rende questi lavoratori, forse anche un po’ inconsapevolmente, esempi di un discorso sociale avanzato, fatto di responsabilità e partecipazione collettiva. «Oltre a un po’ di follia e a molto coraggio – prosegue Castellano – è necessario un gruppo di persone che sappia trascinare la lotta. Un gruppo che sia credibile all’interno della fabbrica ma anche nelle relazioni con l’esterno. Abbiamo avuto una certa visibilità mediatica, ora però l’importante è che venga dato un quadro legislativo alla nostra situazione, che per ora in Italia è unica, ma non è detto che lo rimarrà». Ilaria Leccardi
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