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La tragicomica vicenda della mostra su “arte e omosessualità”, voluta da Vittorio Sgarbi, censurata da Letizia Moratti e, in sostanza, soppressa dallo stesso comune di Milano che l’aveva promossa, porta a fare alcune riflessioni sul “comunalismo” C’erano tempi nei quali la censura si dava molto da fare: il film “Totò e Carolina” di Mario Monicelli, ad esempio, era una vera e propria bomba, perchè metteva in bocca al comico napoletano frasi che potevano risvegliare e diffondere quella coscienza di classe che il regime fascista aveva quasi cancellato. Correva l’anno 1954. E il film uscì solo l’anno successivo, dopo oltre 50 interventi, per un totale di 200 metri di pellicola eliminati. Reso completamente inoffensivo. Oggi di queste cose non c’è più bisogno. I giornali e la televisione sono quasi completamente controllati da forze politiche che, sia pure con sfumature diverse, esaltano il capitalismo e si genuflettono di fronte ai vescovi: al cinema, e all’interno delle mostre, si può dunque dire quasi tutto. Eppure c’è chi non rinuncia al gusto di censurare. All’inizio di luglio Letizia Moratti, sindaco di Milano, pur di non dispiacere alla chiesa cattolica, ha censurato molte tra le opere che avrebbero dovuto essere esposte nella mostra su “arte e omosessualità”, voluta dal suo assessore alla cultura, l’eccentrico Vittorio Sgarbi. Questo, infuriato, ha deciso che, piuttosto che piegarsi a un simile sopruso, era meglio non farla. La Moratti, è ovvio, come tutte le persone che vogliono mettere le mutande al mondo, si è resa ridicola. Su questo Sgarbi ha perfettamente ragione. Ma, mi domando, è opportuno che un comune promuova manifestazioni artistiche? Il comune, almeno in prima approssimazione, dovrebbe occuparsi dei beni comuni: l’acquedotto, le strade, la rete elettrica, la distribuzione del gas, i trasporti, lo smaltimento dei rifiuti, la manutenzione dei parchi e dei monumenti, e via dicendo. Oltre a ciò potrebbe occuparsi dell’istruzione, dell’assistenza, della previdenza, di tutto ciò che richiede cioè un impegno solidale della comunità. In un’ottica libertaria poi, potremmo dire che dovrebbe occuparsi di tutto ciò che richiede uno sforzo collettivo e non è necessario pianificare su scala più ampia. E in questo senso, ovviamente, non ci sarebbe nulla di male nel fatto che si occupasse anche di promozione culturale ma, a mio parere, lo dovrebbe fare, innanzitutto, attraverso l’erogazione di servizi.Perchè dico questo? Perchè nella realtà, invece, le cose stanno andando nella direzione opposta: i servizi più essenziali (gestione di acquedotti, distribuzione del gas, trasporti, smaltimento dei rifiuti, manutenzione) vengono privatizzati, e i comuni si occupano di altro, ad esempio di cultura, distribuendo soldi a destra e a manca. Capita così che, con il denaro pubblico, si finanzino manifestazioni per le quali la maggior parte dei contribuenti non spenderebbe un soldo o, al contrario, che la maggior parte dei contribuenti gradisce ma offendono la sensibilità di una o più minoranze. Cose entrambe piuttosto spiacevoli che (e in questo qualche ragione l’ha pure la Moratti) sarebbe bene evitare. Non sarebbe meglio se il comune, si occupasse soltanto della gestione dei beni della collettività? Nient’affatto, dirà qualcuno: se così facesse, all’interno della società capitalistica in cui, lo si voglia o no, viviamo, troverebbero finanziamenti soltanto le manifestazioni gradite ai potenti; e poi, quale che sia la società in cui si vive, esistono manifestazioni che, per la loro dimensione, possono essere organizzate solo attraverso uno sforzo dell’intera comunità. Per non parlare del fatto che solo uno sforzo collettivo della comunità può assicurare agli operatori del settore la tranquillità economica necessaria per idearle, progettarle e portarle a termine. Per quanto riguarda la prima obiezione, è ben vero che, all’interno di una società capitalistica, trovano finanziamenti solo le manifestazioni gradite ai potenti; è però altrettanto vero che, all’interno di tale società, una giunta comunale eletta dalla maggioranza (largamente influenzata dai mass media) difficilmente darà spazio a produzioni culturali alternative: nella maggior parte dei casi non farà che impinguare ulteriormente gli intellettuali di regime. Circa la seconda obiezione, è ben vero che esistono manifestazioni che possono essere organizzate solo attraverso uno sforzo collettivo dell’intera comunità, e che è bene la comunità continui a finanziare (pensiamo, ad esempio, all’opera lirica, per citare qualcosa che non amo molto), ma è altrettanto vero che si tratta di poche manifestazioni, da quasi tutti riconosciute come patrimonio culturale collettivo e che difficilmente (soprattutto per via della loro dimensione storica) offendono la sensibilità di qualcuno. E’ da segnalare, tuttavia, che all’interno di tali ambiti, è difficile si sviluppino operazioni culturali realmente innovative. Perciò se, da un lato, appare opportuno che i comuni continuino a finanziare un certo tipo di manifestazioni entrate a far parte del patrimonio culturale collettivo, dall’altro sarebbe bene puntassero, piuttosto, sull’erogazione di servizi utili a chiunque intenda promuovere iniziative culturali. Mi spiego meglio: potrebbero mettere a disposizione sale di prova e sale di incisione per i musicisti, locali per le esposizioni, tipografie e distributori a basso costo per chi scrive, teatri e piazze per gli attori, costumi e ambientazioni per chi si occupa di cinema, e via dicendo. Tutto a disposizione di tutti, a prescindere dalle amicizie e dai riconoscimenti ufficiali. In tal modo nessuno più avrebbe modo di lamentarsi che il denaro pubblico venga speso per questa o quella iniziativa (l’acquedotto viene utilizzata da chi propaganda la castità come da chi propaganda il sesso sfrenato, e nessuno lo trova strano); inoltre, tutti avrebbero la possibilità di esprimersi senza censure. Cesserebbero dunque le liti tra le Moratti e gli Sgarbi e, se mai ci fosse da litigare per l’utilizzo di un servizio o di uno spazio pubblico, almeno avremmo il piacere di veder litigare qualcuno che non fa parte del solito giro di intellettuali collegati ai potenti.
Luciano Nicolini
Gli opinionisti s’interrogano sul nuovo protagonismo russo. Ma le dichiarazioni dei generali, in Russia e in Europa, come negli Stati Uniti d’America, forniscono risposte inequivocabili La decisione del governo russo di far riprendere (sia pure simbolicamente) i pattugliamenti aerei interrotti in coincidenza con la fine della “guerra fredda”, lo svolgimento di ulteriori manovre militari congiunte russo-cinesi, il dichiarato intento di mettere le mani sulle risorse energetiche del polo nord hanno fatto parlare, nel corso dell’estate, di un nuovo protagonismo russo. Che cosa avranno in mente gli eredi dell’URSS? – si chiedono, inquieti, gli opinionisti. Lo ha spiegato, pochi mesi fa, il generale Makhmut Gareev, cui Vladimir Putin ha affidato il compito di elaborare una nuova strategia per la sicurezza nazionale: “I fattori ecologici ed energetici rappresenteranno, nei dieci o quindici anni a venire, la causa principale dei conflitti politici e militari. Alcuni stati cercheranno di prendere il controllo delle risorse energetiche – come è avvenuto in Irak - e gli altri non avranno che da scegliere tra perire e resistere. Tenuto conto di questi aspetti la comunità mondiale si troverà, presto o tardi, di fronte alla necessità di limitare, in una certa misura, di regolamentare e di trasformare qualitativamente il volume e il carattere della produzione”. Ciò nonostante “la lotta per le risorse raggiungerà il parossismo”. E, dunque, “non si potrà escludere la possibilità di uno scontro militare”. Più chiaro di così! Le analisi degli strateghi russi coincidono in maniera impressionante con quelle, più volte riportate su Cenerentola, elaborate dai loro avversari statunitensi, e con quelle, assai più moderate nei toni, che compaiono nei documenti ufficiali dell’Unione Europea. La Cina, intanto, tace, e si rafforza.
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