3° Biografia  Festival  - Bologna 6-10 giugno 2007

Le vite degli altri

Judith Belushi Pisano - Foto Luca Baroncini 2007

Il flauto magico

  

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3° Biografilm Festival Bologna – 6/10 giugno 2007

"Le vite degli altri"

Il titolo prende spunto dal bel film tedesco attualmente nelle sale di Florian Henckel Von Donnersmarck, premiato quest’anno con l’Oscar, perché riassume perfettamente lo spirito del Biografilm Festival. Si tratta infatti del primo festival dedicato alle biografie e ai racconti di vita, giunto alla terza edizione. Ancora una volta la direzione artistica di Andrea Romeo sfida, con cinque intense giornate, i primi caldi e l’impermeabilità di un pubblico sempre più viziato dalla vacuità televisiva e dalla programmazione commerciale delle multisale.

Ad accogliere spettatori e curiosi alla "Manifattura delle Arti" è uno spettacolare tappeto rosso, realizzato da Mauro Tinti e Alessandro Vriz sul modello del poster del Festival (con la foto di Amalie Rotschild "Ragazzo sulla staccionata al Festival di Woodstock"): un invito a partire per un appassionante viaggio tra le vite raccontate dal Festival. "Le vite degli altri", appunto, che grazie alla condivisione diventano un po’ anche nostre. Si comincia con un sontuoso galà inaugurale incentrato sul caratterista Stephen Toblowsky e si termina con un’intervista - spettacolo al re del liscio Raoul Casadei, sul palco con i Pulp Dogs in versione mariachis. In mezzo film, teatro, incontri e tanta musica.

Tra i film delude un po’ l’anteprima di Reign Over Me di Mike Binder che prova, invano, a fondere la commedia con la tragedia (il protagonista ha visto la famiglia morire nell’attacco al World Trade Center), mentre è grande il successo per The Cats of Mirikitani di Linda Hattendorf, che ottiene il premio Audience Award attribuito dal pubblico. Il film, già premiato al Tribeca Film Festival, racconta con originalità la commovente vita del giapponese Jimmy Mirikitani, un anziano artista che nelle sue opere vendute all’ombra delle Twin Towers rielabora un passato di sofferenza attraverso immagini in cui ritornano la devastazione di Hiroshima, i campi di internamento in America e tanti gatti colorati. La musica comprende film su grandi artisti come David Bowie, nella sua ultima esibizione live come "Ziggy Stardust" ripresa dal palco dell’Hammersmith Odeon Theatre di Londra, i Depeche Mode, in un documentario che li filma nel viaggio verso Rose Bowl in California, centounesima e ultima tappa di una colossale tournée mondiale, e Leonard Cohen, in un ritratto che alterna il tributo all’artista alla Sydney Opera House con interviste e originali dietro le quinte. Molti gli incontri, interessanti e ricchi di stimoli, ma difficile rendersi ubiqui e seguire tutti i richiami delle tracce di vita disseminate dal festival.

Omaggio a Gianni Minà

In un festival dedicato alle storie di vita è doveroso un tributo a uno dei più infaticabili "biografi" italiani, autore di centinaia di reportage e documentari per quotidiani, periodici e tv. Gianni Minà incontra con la consueta pacatezza il pubblico bolognese nei tre momenti organizzati dal festival che lo vedono presentare tre puntate della serie "Storie", trasmesse in televisione negli anni ’90. Si parte con la lunga intervista a Luis Sepulveda, in cui l’affermato scrittore cileno parla della sua appartenenza alla guardia personale di Allende, della sua cattura nei giorni del golpe del ’73, della moglie Carmen (seviziata per sei mesi e poi abbandonata nella discarica di Santiago del Cile perché creduta morta), del suo percorso letterario fino al grande successo raggiunto con la favola "La gabbianella e il gatto" scritta per i suoi figli. Si prosegue con l’intervista al magistrato Antonio Caponnetto, siciliano d’origine, toscano d’adozione, ritornato a Palermo negli anni ’80 come capo dell’Ufficio Istruzione e creatore del "pool antimafia". Un tentativo di uscire dalla logica dei crimini individuali per considerare le attività illegali dell’intera organizzazione mafiosa. Si termina con l’incontro tra Minà e i genitori di Ilaria Alpi, la giornalista italiana uccisa in Somalia nel 1994 insieme all’operatore Miran Hrovatin per avere scoperto traffici di armi e rifiuti tossici. Particolarmente inquietante il momento in cui la madre, Luciana, scopre in diretta che i bagagli della figlia, sigillati al momento dell’imbarco sull’aereo insieme al corpo di Ilaria, all’arrivo a Ciampino sono stati manomessi. Tre storie importanti per non dimenticare e mantenersi vigili sul presente. Nell’incontro con il pubblico Minà si confessa a ruota libera parlando di censura ("Non solo Santoro, Luttazzi e Grillo, sono fuori dalla tv di stato: "Storie" è stata la mia ultima trasmissione"), del modo di fare informazione ("Si impone il canone della velocità che sfiora la notizia accontentando, così, solo il censore e l’incapace"), della televisione ("C’era un tempo in cui la R.A.I. sentiva ancora di essere un organo di divulgazione e non un registratore di cassa che ammannisce il pubblico per meri fini economici") e conclude ricordando che "raccontare queste storie è sempre stato e sarà per me un impegno civile".

Incontro con Judith Belushi Pisano

Chi non ricorda gli sgangherati toga party di "Animal House" o l’uomo "in missione per conto di Dio" nel film culto "The Blues Brothers"?

John Belushi è stato un’icona della comicità irriverente nei primi anni ’80 grazie a una forte presenza scenica e a un eclettismo che gli permetteva di spaziare dalla musica al cinema. A 25 anni dalla morte a soli 33 anni, per un mix letale di eroina e cocaina, il Biografilm Festival lo celebra con l’aiuto della ex moglie Judith, autrice di "Belushi, una biografia", scritto a quattro mani con Tanner Colby proprio per rendere giustizia all’ex-marito, più ricordato per gli eccessi che per il talento. Judith è stata l’anima gemella di John e ha condiviso con lui gli anni del college, gli inizi a Chicago, la ribalta in televisione nel "Saturday Night Live", fino all’ascesa hollywoodiana.

Alla conferenza stampa Judith si presenta disponibile e sorridente e comincia dagli inizi. «Quando avevo 15 anni, e lui 17, già suonava la batteria (aveva iniziato a 12). A metà degli anni ’60 il mondo si divideva in due: o Beatles o Rolling Stones e John era assolutamente Stones. Suonava in un gruppo, in chiesa, ovunque, e la musica era la sua passione più forte. I componenti del gruppo, però, non lo lasciavano cantare e lui si sfogava ascoltando la radio e cantandoci sopra. Quando sentiva Joe Cocker dava tutto se stesso. Grazie al gruppo teatrale "The Second City" sviluppò una personale imitazione di Joe Cocker che gli aprì le porte al gruppo satirico "National Lampoon". Dopo tre anni, e dopo avere conosciuto Dan Aykroyd a Toronto, è stata la volta del "Saturday Night Live", lo show televisivo più innovativo della Nbc, in cui i due raggiunsero un successo strepitoso». Nel ripercorrere la carriera cinematografica di Belushi, Judith ricorda che per "Animal House", del 1978, «la sceneggiatura è stata scritta dai National Lampoon con un ruolo su misura per la fisicità di John, mentre il successivo "The Blues Brothers" deriva dai personaggi creati da John insieme a Dan Aykroyd e dal loro intenso sodalizio musicale. Il suo sogno era interpretare un personaggio cattivo, ad esempio un mafioso sopra le righe, ma gli piaceva far ridere e sarebbe sicuramente ritornato a un ruolo comico».

Dal pubblico qualcuno vuole sapere come Judith vive il suo rapporto con il passato, con un nuovo compagno e una nuova famiglia, e Judith afferma serenamente che «Mio marito Victor Pisano non teme il passato perché sa che amo lui ed è con lui la mia vita. Ho tre figliastre e un figlio di 16 anni. Non è che in casa si parli spesso di John, ma mio figlio sa che sono stata sposata a un’icona. Ha deciso lui di vedere i suoi film senza che fossi io a proporglieli. Diciamo che anche se non ne parliamo spesso, John è presente tra noi e nei nostri pensieri. Ad esempio nella segreteria telefonica di mio figlio c’è una canzone di John». Judith si sofferma poi sulla biografia "Chi tocca muore", scritta nel 1985 da Bob Woodward e concentrata per lo più sugli eccessi di John. «È stata la voglia di fare chiarezza a spingermi a scrivere una biografia, perché il materiale elaborato da Woodward era tanto dettagliato quanto fuorviante. John faceva uso di droga ed era autodistruttivo, ma era anche un attore appassionato e l’amico che tutti avrebbero voluto. In lui c’erano tre anime, quindi, non una soltanto». A chi le domanda se era difficile vivere con lui, Judith risponde che «non era difficile lui, ma il contesto in cui viveva, le tante cose che gli giravano intorno. Con il tempo aveva imparato anche ad aiutarmi nella vita domestica, e nella gestione della nostra vita sociale era un vero tornado».

L’incontro si conclude tornando alle origini del mito. «John era di origine albanese», spiega Judith, «il padre Adam abbandonò il suo villaggio natio Qytezë nel 1934 all’età di 16 anni, mentre la madre Agnes era nata in America in Pennsylvania. Non parlava molto delle sue origini. È cresciuto a Chicago in un quartiere albanese, poi si sono trasferiti e tutti credevano che fosse italiano a causa della sua carnagione scura e lui faceva credere che fosse così. All’inizio si sentiva un emarginato, ma presto la sua fama di combinaguai lo mise al centro dell’attenzione». Prima dei saluti finali Judith confessa le passioni cinematografiche di John. «Non esistevano ancora le videocassette, ma il film che più amava vedere era "Fronte del porto" con Marlon Brando».

Luca Baroncini

 

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Il flauto magico

di Kenneth Branagh con Joseph Kaiser, Amy Carson, Benjamin Jay Davis

Abituato a tessere adattamenti shakespeariani, Kenneth Branagh si butta per la prima volta nell’opera lirica, portando sul grande schermo "Il flauto magico" di Mozart. Come per tutti i film-opera, le incognite erano sulla carta notevoli, ma il risultato ha il dono della leggerezza e probabilmente non scontenterà troppo i puristi, con qualche possibilità di avvicinare anche i più giovani, o comunque chi vede l’opera come un oggetto ostico di difficile fruizione.

L’azione è trasposta da una sorta di Medioevo fantastico alla Prima Guerra Mondiale e la lingua tedesca diventa, con l’aiuto dello scrittore britannico Stephen Fry, un suadente inglese. Ancora una volta Branagh dimostra passione per la materia e, nonostante si dichiari neofita, porta avanti un’idea di cinema ben precisa, finalizzata all’incontro di un grande classico con l’intrattenimento. Il risultato seduce per la scorrevolezza con cui si seguono le prove che il prode Tamino deve superare per liberare la figlia della Regina della Notte dalle grinfie dell’infido Sarastro e fare in modo che la pace regni sovrana (alla filosofia illuminista e alla simbologia massonica del testo originale è subentrato un più attuale inno alla pace globale).

L’inizio è davvero travolgente, con un virtuosistico piano-sequenza, aiutato dalle nuove tecnologie, di squisita fattura che, sulle note dell’ouverture, presenta con brio e respiro epico il quadro storico della vicenda. La parte finale è invece meno brillante, forse anche a causa della necessità di far quadrare il racconto rispettando tempi e fatti dell’originale. Non aiuta nemmeno l’abuso di computer grafica, che strizza l’occhio con gusto discutibile alla modernità (i voli non proprio fluidi dei personaggi, una grande bocca rossa di sintesi a simboleggiare le lusinghe dell’amore). Qualche cedimento che non inficia l’obiettivo del filantropo Peter Moores, sostenitore del progetto, e cioè "Fare uscire l’opera fuori dai teatri". Uno scopo raggiunto grazie alla capacità di Branagh di padroneggiare il classico mozartiano con contagioso divertimento.

Luca Baroncini

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