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Il bipolarismo spinge i poli verso il centro, nel tentativo di conquistare quella piccola fetta di elettorato che, come si suol dire, "fa la differenza" Quando, all’indomani della liberazione dai nazifascisti, il paese si diede una costituzione repubblicana, gli Italiani si trovarono di fronte alla scelta del sistema elettorale: proporzionale o maggioritario? Nel sistema proporzionale puro, come è noto, ogni testa vale un voto e, grazie al recupero dei voti non utilizzati nelle singole circoscrizioni elettorali, c’è possibilità per tutti i partiti di essere rappresentati in parlamento. Questi potranno successivamente coalizzarsi in tutti i modi pensabili, generando (teoricamente) instabilità. Il sistema maggioritario puro, invece, assegna un solo seggio a ogni circoscrizione, costringendo i partiti, se vogliono eleggere i loro rappresentanti, a coalizzarsi prima delle votazioni, in modo da poter raggiungere la maggioranza. Ciò implica lo spreco di moltissimi voti, e dà scarse possibilità ai partiti minori di avere una rappresentanza in parlamento. Teoricamente dovrebbe garantire una maggior stabilità alla coalizione uscita vincitrice. Venne scelto un sistema (quasi) proporzionale. E’ tuttavia legittimo dubitare, visto che il paese non era costituito da fini costituzionalisti, che la motivazione reale della scelta fosse quella di garantire a tutti una rappresentanza. Certo, in tal senso spingevano le forze più libertarie tra quelle che avevano partecipato alla resistenza ma, con ogni probabilità, spingeva anche chi voleva che il potere rimanesse saldamente nelle mani della Democrazia Cristiana. L’Italia, conquistata a caro prezzo dalle truppe statunitensi, era poco più che una colonia, e i nuovi padroni, per motivi di politica internazionale, volevano esser certi che il governo non cadesse nelle mani dei partiti di sinistra, controllati dall’Unione Sovietica, né dei fascisti (perlomeno, non lo voleva la lobbie ebraica). Il sistema proporzionale era l’ideale per impedirlo: in un paese in cui la chiesa cattolica disponeva di un grosso pacchetto elettorale, un aumento dei voti fascisti sarebbe stato assorbito associando al governo le forze più presentabili tra quelle collocate a destra della DC, un aumento dei voti della sinistra associando le meno legate a Mosca. Nel caso non fosse bastato, è chiaro, i governi statunitensi erano pronti a foraggiare l’estrema destra ed effettuare un golpe; ma non fu necessario: il sistema funzionò.Vivevamo, è il caso di dirlo, in una "democrazia bloccata", come oggi ammettono tranquillamente anche quei politici che all’epoca lo negavano spudoratamente. Poco dopo la caduta dei regimi dell’est europeo, guarda caso, passammo a un sistema (quasi) maggioritario. Certo, erano ormai lontani gli slanci libertari di parte della resistenza, e il mito dell’eguaglianza era stato sostituito, nel corso dei terribili anni ’80, da quello del decisionismo. Ma, visto che nel paese i fini costituzionalisti continuavano a scarseggiare, è probabile che altre siano state le motivazioni di tale scelta. La sinistra istituzionale sperava, attraverso il bipolarismo indotto dal sistema maggioritario, di poter accedere, finalmente, alle stanze del potere; e in effetti, con il governo D’Alema, c’è riuscita. La destra pure; e in effetti è riuscita, grazie a Berlusconi, a occupare posti chiave nel governo nazionale. I centristi sapevano, sulla base di ciò che accade da un bel pezzo negli USA, che il bipolarismo spinge i poli verso il centro, nel tentativo di conquistare quella piccola fetta di elettorato che, come si suol dire, "fa la differenza". E così ci troviamo, nuovamente, a vivere all’interno di una "democrazia bloccata": non più nel senso che non permette l’alternanza nei posti di potere (agli USA la cosa non è più necessaria), nel senso che scoraggia ogni tentativo di tradurre in provvedimenti legislativi le spinte di sinistra (e, ovviamente, anche quelle di destra) che provengono dalla società. Al contrario: per quanto possa apparire strano, quest’ultime avevano maggiori ricadute nell’ambito del sistema proporzionale che, come abbiamo visto, era caratterizzato dalla rincorsa "del centro verso le ali", piuttosto che nell’ambito del sistema maggioritario, caratterizzato da quella "dei poli verso il centro". Tutto ciò ha portato a un progressivo distacco dei cittadini dalla politica, reso evidente dalla quasi totale scomparsa della militanza nei partiti, oltre che dall’aumento delle astensioni. Di questo fenomeno alcuni, fra i libertari, si rallegrano: l’aumentata distanza tra i cittadini e la politica – dicono - apre nuove possibilità a chi ha sempre sostenuto la scarsa utilità di servirsi degli strumenti della "democrazia bloccata" e la necessità di mobilitarsi, piuttosto, in prima persona, sul terreno della lotta. E ci esortano ad affiancare quei movimenti che già praticano tale terreno (il movimento contro la TAV in Valsusa, quello contro l’ampliamento della base NATO a Vicenza), con l’intento di favorirne la maturazione in senso dichiaratamente anticapitalista e antiautoritario.Lo abbiamo già fatto, e lo faremo ancora: un po’ perchè riteniamo giusti in sè gli obiettivi che si sono dati tali movimenti; un po’ perchè riteniamo effettivamente possibile che, all’interno di un contesto di lotta, un certo numero di persone possa maturare quella coscienza anticapitalista ed antiautoritaria di cui si parlava. Tuttavia ci sembra opportuno segnalare che la presa di distanza dei movimenti reali dai partiti politici non è un fenomeno del tutto nuovo (accadeva anche nella "prima repubblica") e che la maturazione di coloro che a questi movimenti partecipano è un fatto tutt’altro che automatico. Più interessante, tra le conseguenze della crisi della militanza nei partiti politici, ci sembra l’aumento della militanza in associazioni quali Amnesty International, Greenpeace o Emergency, un tempo viste come troppo settoriali, o distanti dai problemi locali, ed ora invece vissute come unica alternativa credibile ai giochetti di palazzo dei partiti e trasformate, dai giovani che vi aderiscono, in senso più generalista (dal punto di vista delle tematiche affrontate) e più localista (dal punto di vista degli obiettivi concreti dell’intervento). Non vogliamo qui esprimere un giudizio su tale tendenza (non necessariamente positiva), ci limitiamo a segnalare che è forse questa (piuttosto che il fiorire dei movimenti contro le grandi opere pubbliche) la conseguenza più diretta della crisi della militanza nei partiti, e che è forse qui, piuttosto che all’interno di quei movimenti, che si stanno sperimentando nuovi metodi di intervento e si sta formando una nuova generazione di militanti socialisti e libertari. Redazionale
Al "papa operaio" (come al "presidente operaio") i lavoratori interessano ben poco Chi avesse avuto dubbi sul papato di Benedetto XVI, "umile operaio nella vigna del Signore" (dal discorso d’intronizzazione, aprile 2005) dovrà ricredersi: questo papa, decisamente introverso e poco comunicativo, ha fatto un flop nel suo viaggio brasiliano, sia negli incontri ufficiali (con Lula da Silva e altri), sia nel rapporto con il "popolo di Dio" (sempre più cattolici diventano protestanti, soprattutto pentecostali - un’emorragia inarrestabile). Ma ciò che più spaventa sono i suoi discorsi, sempre meno sociali, sempre più vicini a un conservatorismo teologico e pastorale di stile "pacelliano" (à la Pio XII), quindi nettamente preconciliare. E, oltre a ciò, bisognerà pur rilevare altri elementi: la condanna (per ora non sospensione a divinis) delle opere di Joan Sobrino, teologo della liberazione, il sapore reazionario delle omelie e dei discorsi fatti in Brasile, a Roma, dappertutto. Dopo un’enciclica assolutamente "spirituale" e incapace di prendere di petto il problema della giustizia sociale ("Deus caritas est") del 2006, dopo la "Vorlesung" (lezione) a Ratisbona (settembre 2006), non tanto anti-islamica quanto anti-ecumenica (contro un buon rapporto con le altre chiese cristiane, ad eccezione di quella ortodossa, ma anche là con riserve...), Ratzinger, già cardinale prefetto per la Congregazione per la dottrina della fede (ex-Sant’Uffizio...), non perde occasione per "pacellizzare" (appunto à la Pio XII) la chiesa, emarginando ogni realtà altra non fedele al "Dio, patria, famiglia". Ora, poi, nel giugno 2007 ad Aparecida, la Conferenza ecclesiale per l’evangelizzazione dell’America Latina, dopo alcune sessioni "progressiste" (Puebla e Medellin), in cui la "opzione preferenziale per i poveri e gli esclusi" era stata affermata con forza, l’ha sì ribadita, ma a livello cristologico, privandola di fatto di ogni valenza sociale. E anche in occasione della visita in Vaticano, il 9 giugno 2007, non è dato sapere se Ratzinger si sia rivolto criticamente a Bush per le guerre in corso (Iraq, Afghanistan, Somalia), anzi, sembra proprio che questo papa, forse anche perché tedesco e sospettato di filo-nazismo in anni giovanili (certo è che fu volontario in guerra, nell’aviazione militare) voglia dimostrarsi completamente filo-USA. E non si dica che Woytila, almeno in questo, non era diverso: le sue rampogne contro la guerra, magari retoriche e un po’ scontate, sincere e sentite lo erano, spaventando chi (Opus Dei e Comunione e Liberazione, ma anche altri gruppi ecclesiali conservatori e reazionari) ne aveva caldeggiato l’elezione. Dalla padella alla brace, dirà qualcuno, con efficace metafora proverbiale (detto da chi non stima alcun proverbio); sicuramente, un cambio di rotta in peggio, verso derive sempre più lefebvriane (il dialogo con gli scismatici anti-conciliari è ripreso alla grande, sia detto non solo per inciso).
Eugen Galasso
Modena: due giorni di anarchia Nei giorni 16 e 17 giugno si è svolta a Marzaglia, presso Modena, come preannunciato sullo scorso numero di Cenerentola, la due giorni anarchica indetta dalla redazione del periodico Senzagoverno. L’ha ospitata lo spazio sociale anarchico Libera, promotore, insieme ad esso, dell’iniziativa. L’incontro – ha spiegato Andrea Papi – è nato dalla necessità di coordinare meglio le attività dei libertari in una fase che, a suo parere, offre parecchie possibilità di crescita al movimento. La rinuncia al pacifismo da parte della sinistra parlamentare ha infatti cancellato l’illusione che molti avevano di poter trovare in essa una rappresentanza politica. E’ dunque più che mai necessario tenersi in contatto permanente ed elaborare una strategia d’intervento che dia senso alle scelte dei singoli: passare dalla protesta alla proposta. Marco Gastoni, della Coordinadora, che con alcuni articoli sulla Rivista anarchica aveva aperto il dibattito, ha parlato di “coordinazione” come “armonizzazione di elementi diversi”, chiarendo ulteriormente il senso della proposta: occorre far emergere dall’anonimato il lavoro che gli anarchici svolgono sul territorio, ma occorre anche “definire i principi di base” dell’iniziativa. Convinto della proposta è apparso Stefano D’Errico dell’Unicobas. A suo parere, in questo momento i libertari “sono costretti ad organizzarsi” e a porsi la questione della politica, il problema del progetto sociale che si intende realizzare, il problema delle alleanze, particolarmente spinoso in un paese diviso tra cattofascisti, cattocomunisti e cattolici veri e propri. Meno convinto Massimo Varengo della Federazione Anarchica Milanese che, dopo essersi definito “esterno al progetto”, ha sottolineato come l’organizzazione di cui fa parte faccia riferimento al programma adottato nel 1920 dall’Unione Anarchica Italiana, redatto da Errico Malatesta. Per quanto riguarda la fase attuale, ritiene fondamentale impegnarsi, senza mitizzarli, nei movimenti di base sorti in difesa del territorio (Scanzano, Valsusa, Vicenza etc.). Pippo Gurrieri, della Federazione Anarchica Siciliana, si è dichiarato invece piuttosto ottimista. Quando si è voluto – ha detto – si è riusciti a muoversi in modo solidale e, per quanto possibile, a incidere sulla società. L’importante è che il coordinamento si costruisca intorno a proposte concrete. Simile, per molti versi, la posizione del Circolo Binazzi di La Spezia, che ha relazionato circa le proprie recenti esperienze di lotta per la difesa del territorio. Numerosi, e appassionati, gli interventi degli efficientissimi ospiti, i compagni di Libera, che, nel sostenere la necessità di un coordinamento tra tutti i libertari, hanno proposto, tra le altre cose, la realizzazione di una università anarchica, assai simile, nel progetto, all’università libertaria realizzata nel 1999 (ma dopo poco abbandonata) dall’Unione Sindacale Italiana. Dopo ampia discussione, i partecipanti all’incontro, nel ribadire la solidarietà a Libera, minacciata di sfratto per via dei lavori di costruzione del nuovo autodromo, hanno stabilito: - di creare un sito web finalizzato al dibattito interno al movimento; - di definire meglio, a breve termine, il progetto di università libertaria; - di trasformare in progetto, sempre a breve termine, l’idea di costituire una comunità di anziani non autosufficienti supportata dal movimento; - di ritrovarsi, a medio termine, per fare il punto della situazione.
Luciano Nicolini |
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