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Schermi di giugno

Guida alle uscite cinematografiche di quasi estate

Quentin Tarantino (foto Luca Baroncini)

La canzone più triste del mondo

L'estate di mio fratello

  

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Schermi di giugno

Guida alle uscite cinematografiche di quasi estate

Riusciranno esercenti e distributori a fronteggiare il solleone, da sempre nemico del cinema (almeno in Italia) e a fare in modo che lo spettatore abbandoni sdraio e ombrellone per tuffarsi in uno schermo nel buio di una sala? Sicuramente non sarà facile, perché la pigrizia degli Italiani nei mesi più caldi è atavica, ma la programmazione di giugno offre spunti di interesse in grado di accontentare sia lo spettatore occasionale che il cinefilo accanito.

Il successo di "Spiderman 3" ha spinto la "20th Century Fox" ad anticipare al 15 giugno l’uscita di I Fantastici 4 e Silver Surfer, già programmata per fine agosto, permettendo alla seconda puntata dei supereroi della Marvel di invadere i cinema italiani in contemporanea con il resto del mondo. Questa volta il celebre quartetto, ancora sotto la guida di Tim Story e con lo stesso cast, scoprirà l’esistenza di altri esseri dotati di super poteri e dovrà fronteggiare il potente e malvagio Silver Surfer, proveniente dal pianeta Galactus. Altra uscita globale, che beneficerà della presentazione al festival di Cannes, è Ocean’s Thirteen, nuovo capitolo con nuove truffe per la banda di imbroglioni capitanata da Danny Ocean. Il successo, dato il cast di stelle (tra gli altri, George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon e la nuova entrata Al Pacino), è assicurato, anche se un dubbio si insinua legittimo: dopo un primo film non irresistibile ma simpaticamente scanzonato e un secondo episodio il cui unico divertimento era quello degli interpreti in vacanza in Italia, davvero c’è qualcuno che ha ancora voglia di trovarsi a pensare ai fatti suoi mentre sullo schermo regna sovrana la noia? Sempre per restare nell’ambito del festival di Cannes, dove è stato presentato in concorso, il 1° giugno arriverà Grindhouse - Death Proof di Quentin Tarantino. In realtà il progetto era assai più ambizioso e in America, con un’accoglienza molto al di sotto delle aspettative, il film è uscito insieme a quello di Robert Rodriguez, intitolato "Planet Terror" (per un totale di 3 ore e 10 di proiezione), per omaggiare la tradizione cinematografica dei "Grindhouse". In Europa il termine non dice molto, mentre negli Stati Uniti fa riferimento a quei film programmati a gruppi di due o tre alla volta nei Drive In o nei cinema di periferia negli anni Sessanta/Settanta. Il genere includeva trash, violenza, sesso, insomma emozioni forti e spesso le pellicole, girate a basso costo e a livello artigianale, venivano proiettate con bobine rovinate e con l’audio fuori sincrono. In un’epoca in cui tutto viene rivalutato, però, il pubblico, almeno quello americano, non ha apprezzato l’operazione e i due film, per il mercato europeo, verranno fatti uscire separatamente (per l’occasione sono stati rimpolpati in modo da raggiungere una durata congrua). Se per Tarantino è andata bene, però, con l’ammissione in concorso al più prestigioso festival europeo, a Rodriguez è andata peggio. L’uscita del suo episodio, infatti, non beneficerà del traino di alcun festival ed è prevista ad autunno inoltrato.

Ma giugno sarà anche il mese di opere più piccole, se non altro a livello di budget. Esce infatti, sempre il 1° del mese, U.S.A. contro John Lennon (The U.S. vs John Lennon), il documentario di David Leaf e John Scheinfeld in cui si ripercorrono dieci anni della vita di John Lennon per approfondire il suo passaggio da idolo delle folle ad attivista convinto contro la guerra. C’è interesse anche intorno a L’uomo di vetro di Stefano Incerti, tratto dalla vera storia di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia, che, arrestato nell’agosto del ‘72 con l’accusa di essere l’autore del sequestro Cassina e rilasciato dopo 43 giorni, cade in depressione fino a essere ricoverato in una clinica psichiatrica.

C’è poi spazio per altri due kolossal, uno americano e uno europeo. Il primo è Transformers, l’ennesimo giocattolone di Michael Bay incentrato sulla battaglia di due specie aliene che finisce per coinvolgere anche la Terra che ha la sfortuna di trovarsi sulla traiettoria dell’itinerante conflitto spaziale. L’altro è l’iberico Alatriste, di Agustín Díaz Yanes e con la star Viggo Mortensen, ambientato nella Spagna del XVII secolo. In patria il pubblico ha gradito, nonostante la stroncatura pressoché unanime della critica. Ma se in giugno volete andare al cinema una volta sola e godere di un’esperienza unica nel suo genere, non dovete perdere La canzone più triste del mondo di Guy Maddin.

Luca Baroncini

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La canzone più triste del mondo

di Guy Maddin con Mark McKinney, Isabella Rossellini, Maria de Medeiros

 uscita prevista: 8/6/2007

Ne abbiamo già parlato quattro anni fa, proprio sulle pagine di Cenerentola, ma la distribuzione se ne accorge solo oggi. Il film del canadese Guy Maddin è stato infatti presentato con successo al Festival di Venezia del 2003 nella sezione “Nuovi territori”, quella più avanguardistica. E in effetti, definire “La canzone più triste del mondo” come un semplice film sarebbe riduttivo. Si tratta infatti di un riuscito esperimento o, ancora meglio, di un progetto artistico. Il soggetto di Kazuo Ishiguro (l’autore di “Quel che resta del giorno”), attraverso il filtro folle e visionario di Maddin, diventa un curioso viaggio nella fantasia.

La storia è già sfiziosa di suo. Siamo nel 1933, gli anni della Grande Depressione, nella cittadina canadese di Winnipeg. Un impresario di Broadway, ormai fallito, e la sua fidanzata ritornano in città proprio quando si tiene una gara per scegliere la canzone più triste del mondo. I punti di forza dell’opera, però, sono nella caratterizzazione dei personaggi e nella personalità dello stile. Impossibile non cedere al fascino di una sensuale Isabella Rossellini nei panni di una cattivissima dark lady con due protesi di vetro ripiene di birra al posto delle gambe, o al candore con cui l’eterea Maria de Medeiros riesce a pronunciare battute come “Lei è americana? No, ninfomane!”.

Quanto allo stile, Guy Maddin rielabora il passato per parlare al presente. Non a caso il suo cinema è stato definito post-moderno (in un’intervista ha dichiarato “Non so esattamente cosa significhi, in ogni caso me ne scuso!”), proprio per la capacità del regista canadese di imprimere su fotogrammi anticati un frullato di cinema muto, musical hollywoodiani, espressionismo tedesco, reportage d’epoca e comiche.

 
Ma Maddin non si accontenta di abbandonarsi al giochino delle citazioni, tanto in voga oggi, in cui ogni film si compiace di occhieggiarne mille altri. Il suo è un modo personale di reinventare la narrazione cinematografica. Nella totale libertà creativa dell’autore c’è spazio anche per un discorso politico sui giochi di potere e sullo sfruttamento delle etnie più sottosviluppate. Tanta la carne al fuoco, quindi, calibrata però con originalità ed estro. L’impatto può essere pesante, forse disorientante e magari non convincere appieno, ma in mezzo a storie tutte uguali raccontate nello stesso identico modo, vale la pena di provare qualcosa di completamente diverso.

 

Luca Baroncini

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L'estate di mio fratello

di Pietro Reggiani con Davide Veronese, Tommaso Ferro

Piccolo gioiello del cinema italiano, con forti ancoramenti  territoriali  e qualche spruzzata di dialetto (veronese), “L’estate di mio  fratello” è la storia, tra sogno, realtà, paure, illusioni, di un figlio unico, di nove anni, cui improvvisamente, d’estate, si presenta la possibilità, sperata quanto temuta, di un fratellino. Poi, invece, le cose vanno altrimenti, ma...

Non è solo il problema del figlio unico, volendo, anche quello dell’amico immaginario che ogni bambino,  in genere non a 9-10 anni ma prima, si crea per esorcizzare paure e crearne altre più facilmente superabili.

Reggiani, quarantenne o poco più, al suo primo film, l’ha realizzato qualche anno fa, tuttavia non è mai uscito, perché poco “commerciale”. Invece questa pellicola intelligente e toccante, di ispirazione anche  truffautiana, che forse ha il suo unico difetto nella presa diretta (non sempre realmente funzionale a uno sviluppo narrativo che esige più rigore), meriterebbe di essere premiata più di tanto cinema paludato e applaudito. Ha infatti il merito di proporre problemi che, in Italia, la cinematografia non vuole più affrontare. Speriamo che un domani, ma anche oggi, regista e attori possano trovare adeguato riconoscimento.

Sicuramente, senza cedere a grossolane semplificazioni (non esiste “il figlio unico”, esistono persone che sono figli unici e nella vita si comportano in modo totalmente diverso tra loro), “L’estate di mio fratello”, anche in virtù dell’uso intelligente del montaggio, dell’alternanza tra sequenze a colori e in bianco e nero,  insieme ai film recenti di Monicelli, Olmi, Avati, ci spiega come il cinema italiano possa ancora avere un senso.

Pasolini, Fellini, Antonioni, Ferreri e Visconti erano altra cosa, d’accordo, ma... con i tempi che corrono, film come questo meritano  molto, comunque.  

 

Eugen Galasso

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