Sicurezza, legalità, coraggio e tolleranza

Partito democratico?

Guerra all'Irak e guerra di classe

Compensi e politica

Colombia: paese potenzialmente ricco, ma "sfortunato"

Bologna, piazza Maggiore (Foto G.B. Salbaroli)
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Sicurezza, legalità, coraggio e tolleranza

L’articolo che di seguito riproduciamo è stato pubblicato mercoledì 16 maggio, a firma di Mario Bovina, sulle pagine bolognesi di "la Repubblica". Lo condividiamo interamente. E ci sembra valido anche per molte altre città dell’Italia settentrionale.

 
"Sicurezza" e "legalità" sono diventate ormai parole inascoltabili, suoni a cui corrispondono concetti deformi, perchè volutamente deformati dall’abuso isterico o malandrino che ne fanno cittadini ignavi e intolleranti e politici cinici, senza visione e senza futuro. I cittadini di Bologna vivono, senza ombra di dubbio, in uno dei luoghi di spazio e di tempo più sicuri e più legali di ogni spazio e di ogni tempo. Ma muoiono di paura, si consumano d’angoscia, si liquefanno per l’insicurezza, battono i denti dal terrore. E si lamentano, piangono, protestano singolarmente o in coro. E invocano una impensabile sicurezza assoluta per ogni gesto delle loro preziosissime e intangibili esistenze. Pretendono, in nome di non si sa quali diritti acquisiti, una vita "plana", senza rischio alcuno, senza increspature, senza fastidi e senza inestetismi.

Di giorno sfruttano senza pietà muratori magrebini senza documenti e senza garanzie, godendo della loro illegalità e non curandosi della loro insicurezza, ma alle diciassette vorrebbero vederli sparire dalla loro vista o sbiancarsi come Michael Jackson. Di notte, per "farsi un cinemino", abbandonano i nonni o i malati a indispensabili badanti rumene o ucraine sottopagate e senza diritti e di giorno ne umiliano i figli a scuola, vietando ai propri inamidati e stucchevoli pargoletti di frequentarli, per paura di chissà quali contagi. Di giorno e di notte incamerano esosi canoni di locazione da studenti fuori sede, ma dopo le ventuno, visto che questi non hanno più i soldi per andare al ristorante o per consumare birre a sei euro l’una, li vorrebbero zitti zitti a casa a guardare la televisione (purchè a basso volume).

E i politici? L’importante, per loro, non è, ovviamente, tentare di risvegliare la città da questa deprimente catalessi, spiegare ai mosci petroniani che in linea di massima non c’è nulla da aver paura e che, comunque, qualche paura è parte ineliminabile della vita e che, anzichè tremare come foglie nei loro angolini, potrebbero ragionare, rendersi attivi, interloquire con i giovani e tentare almeno di inquadrare le persone che hanno di fronte, conoscere gli stranieri e apprezzarne le diversità.

I politici hanno intravisto il "bel cavallino" della paura e lo foraggiano per poi cavalcarlo cinicamente con promesse di sicurezza e legalità, da ottenersi sempre e comunque con provvedimenti nei confronti dei più deboli, che contribuiscono ad alimentare un clima di tensione e intolleranza, che deprimono, anzichè stimolare, la cittadinanza, ponendola in supina e immobile attesa di una vita senza rischi che "non est de hoc mundo", nella speranza di riuscire un giorno a mentire con sufficiente dispiegamento di mezzi da fare credere al cinquantuno per cento dei cittadini di avere ottenuto, coi loro vuoti proclami, qualche risultato.

Bisognerebbe cambiare decisamente rotta. Rispolverare una virtù desueta come il coraggio, che servirebbe per individuare le paure infondate e contrastare e magari superare con intelligenza e dignità quelle che non si possono eliminare. Praticare con convinzione la tolleranza da offrire agli altri e da pretendere, con calma e fermezza, dagli altri.

Mario Bovina

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Partito democratico?

Nell’arena politica italiana la questione che tiene banco è la costituzione del Partito Democratico. Si tratta di una nuova formazione politica, in cui dovrebbero confluire i Democratici di Sinistra e la cosiddetta Margherita. Il nuovo raggruppamento rappresenterebbe la componente maggioritaria dell’attuale coalizione governativa.

Le reazioni a questa novità sono state per lo più positive, anche da parte degli esponenti dell’opposizione di centro – destra. Se è vero che una corrente minoritaria dei Ds, capitanata da Mussi, si è dissociata da questa iniziativa, è altrettanto concreta la soddisfazione dei partiti che affermano porsi alla "sinistra" dei Ds (Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista), a cui è venuta l’acquolina in bocca pensando alla possibilità di raccogliere i voti di quella parte dell’elettorato diessino nostalgico di bandiere rosse, falci e martelli.

Quasi tutti contenti, quindi. La sinistra istituzionale italiana è di fronte alla grande svolta?

Zombie a sinistra

In realtà, la mia opinione è che la sinistra, specialmente in Italia, stia vivendo una condizione un po’ surreale. È come un pugile che abbia ricevuto un gancio al mento e, pur riuscendo a non cadere, si muove in stato confusionale. Spesso facendosi male da solo.

Il gancio al mento, in effetti, c’è stato. Solo che risale, ormai, a quasi 18 anni fa: la caduta del Muro di Berlino, che ha rappresentato la morte del comunismo autoritario come idea di liberazione. Si tratta, naturalmente, di una data simbolica. Un riferimento convenzionale. Ci si poteva arrivare anche prima. Infatti, erano molti quelli che non credevano che i regimi dell’est europeo fossero il paradiso dei lavoratori, come veniva propagandato in occidente dai partiti comunisti indigeni. Però le migliaia di persone che, in quell’autunno del 1989, spontaneamente e pacificamente si sono recate a distruggere l’emblema di un regime odioso ed odiato ha certamente avuto una valenza paradigmatica di enorme portata. Ne è prova il fatto che, nel giro di due anni, la pressione popolare ha portato al crollo di tutti i "comunismi" europei, fino all’epilogo del dicembre del 1991, quando la bandiera rossa con la falce e il martello è stata definitivamente ammainata anche dalle cupole del Cremlino.

La prima reazione a tali avvenimenti è stata la più classica e prevedibile: è stato un complotto. Si sono sentite le teorie più strampalate alla ricerca dei colpevoli: la massoneria, gli ebrei, il papa polacco, fino a giustificare la caduta dei regimi "socialisti" a causa dell’incidente di Chernobil (una bomba atomica sull’Ucraina, granaio dell’Unione Sovietica. Come se in Occidente non ci fossero mai stati incidenti nucleari!). Poi, un po’ alla volta, si è cominciato ad ammettere, a mezza bocca, che sì, forse, in fondo, quelle società non erano poi il massimo, non solo dal punto di vista della libertà dei cittadini, ma anche per quanto riguarda la capacità di produrre e distribuire benessere alla popolazione.

Davanti ad un fallimento così clamoroso ci si sarebbe aspettato che la sinistra aprisse un serio dibattito al suo interno. Che si cercasse di identificare i virus presenti in un’ideologia responsabile di alcune delle più sanguinose dittature del 20° secolo: dalle purghe staliniane, ai 30 milioni di morti in Cina all’epoca del "grande balzo" di Mao, fino al primatista dello sterminio, il "compagno" Pol Pot. Era logico, inoltre, attendersi un profluvio di analisi sui tremendi errori in grado di far crollare una delle maggiori potenze che il mondo avesse mai visto. Anche perché non si sarebbe dovuti partire da zero. Vi erano posizioni, all’interno della sinistra, non allineate agli ordini (e ai finanziamenti) di Mosca. Purtroppo, non è successo niente di tutto questo. Il caso del Partito Comunista Italiano, la maggiore forza della sinistra italiana, è emblematico.

Falce e martello?

Vernice e pennello!

Ci sono voluti tre anni, dopo la caduta del Muro di Berlino, per decidersi a cambiare il nome del partito. Nello statuto si è tolto il riferimento al marxismo – leninismo. La falce e il martello sono stati mimetizzati dietro un albero e si è pubblicamente manifestata contentezza e soddisfazione per la fine del comunismo. Vedere dei comunisti gioire per il crollo del comunismo è stato lo spettacolo più grottesco cui mi sia mai capitato di assistere. Il secondo è, senza dubbio, quello dei ministri che manifestano in piazza contro le decisioni del governo di cui fanno parte. Curioso notare come, in buona parte, si tratti delle stesse persone!

L’obiettivo dell’operazione Pci – Pds era dare una mano di vernice socialdemocratica ad un’impalcatura stalinista. L’impresa non è riuscita per due motivi. Il primo ha a che fare con la professionalità. Fino all’altro ieri il termine "socialdemocratico" era considerato un’offesa dalla maggioranza dei dirigenti e dei militanti del vecchio Pci. Capite come fosse piuttosto arduo improvvisare una politica socialdemocratica da parte di chi aveva sempre manifestato un profondo disgusto verso quelle posizioni politiche. Il secondo motivo è stata la sfortuna. Eh sì, a volte anche le migliori intuizioni si risolvono in insuccessi quando sono attuate nei momenti sbagliati. Improvvisarsi socialdemocratici in tempi di globalizzazione è un po’ come costruire impianti sciistici a bassa quota durante una fase di riscaldamento planetario. Però ci hanno provato. Si sono illusi che bastasse aderire al partito socialista europeo, fare professione di fede atlantica (Nato) e recarsi in pellegrinaggio finanziario alla City di Londra e a Wall Street a New York. Hanno anche partecipato ad una guerra a fianco degli Stati Uniti di Clinton (e, per riuscirci, hanno dovuto mandare a casa Prodi con la complicità del "pacifista" Diliberto). Ma, non c’è stato niente da fare: nonostante tutto il pregevole impegno profuso, la palla socialdemocratica gli è sfuggita dalle mani ...

Bella democrazia!

Che cosa implica la fusione tra gli ex comunisti dei Ds e gli ex democristiani della Margherita? Lo chiarisce bene un articolo apparso, dopo la sconfitta della candidata socialista Segolene Royal alle elezioni presidenziali francesi, sul Il Sole – 24 Ore dell’ 8 maggio a firma di Franco Debenedetti, senatore ed autorevole esponente dei Ds. Il titolo è eloquente "Socialismo, identità perdente". Alcuni passaggi chiariscono bene il pensiero dell’autore.

" … la sconfitta di Ségolène Royal è un aiuto al Partito democratico". Perché dobbiamo essere contenti della vittoria del candidato del centro – destra in Francia è spiegato poche righe dopo "… la sconfitta di Sègolène, dimostra che il valore di quel marchio (il socialismo) è nettamente sopravvalutato … Adesso si tratta di fare un ulteriore passo: rendersi conto che quella del socialismo non solo non è più una bandiera necessaria per vincere ma può essere causa di sconfitta …".

Questa lettura chiarisce bene il percorso intrapreso. E conferma che adesso si fugge anche dalla socialdemocrazia. Quel termine … socialismo … insomma, meglio perderlo che trovarlo. Hanno tentato con lo stalinismo, l’eurocomunismo (qualcuno se lo ricorda ancora?), la socialdemocrazia. Adesso occorre una strada (e un nome) nuova. Quale? Suvvia, siamo in Italia, proviamo con qualcosa che funziona sempre: i cattolici.

La nascita del partito democratico sarebbe comunque un passaggio importante, anche se non condivisibile, se fosse frutto di una riflessione critica e di una netta condanna dell’esperienza autoritaria del socialismo. Il problema è che, in realtà, la scelta di fondersi con la Margherita è l’ennesimo episodio di un trasformismo tattico ben connaturato alla sinistra marxista. Al di là dei travagli psicologici degli ingenui nostalgici dei simboli del comunismo, dietro questa operazione traspare chiaramente la necessità elettorale (ben espressa da Debenedetti) e l’ambizione di condividere le poltrone che contano (non solo quelle parlamentari, ma anche, e soprattutto, quelle dei consigli di amministrazione delle principali imprese e banche italiane).

Provaci ancora Stalin

Abbiamo visto la travagliata strada della principale organizzazione della sinistra italiana. E gli altri? I partiti alla sinistra dei Ds? In questo momento vanno d’accordo come non mai, accomunati dalla speranza di trovare spazi e voti nel vuoto venutosi a creare. Tuttavia anche queste organizzazioni non possono sottrarsi alla stessa domanda. Che cosa hanno da proporci? Qual è l’ipotesi di società che hanno in progetto di realizzare? A giudicare dai nomi verrebbe da pensare: il comunismo (nell’unica versione che conoscono: quella autoritaria). Sembra incredibile. Possibile che pensino davvero di statalizzare tutte le imprese? Di costituire un’unica banca statale? Di imporre dall’alto piani quinquennali? Di togliere la terra da coltivare ai grassi e ingordi contadini per assegnarla ai kolkoz? Di facilitare la partecipazione alla vita politica dei cittadini, oggi frastornati dalla presenza di una ventina di litigiosi partiti, facendoli votare per un partito unico? Di sciogliere i consigli comunali, provinciali e regionali per sostituirli con organismi dominati da funzionari del partito? Sono convinto che a molti di questi post stalinisti tale programma non dispiacerebbe affatto. Però, è più probabile che la sinistra radicale proverà, a sua volta, ad acchiappare quell’imprendibile palla della socialdemocrazia che i fratelli maggiori diessini non sono riusciti ad afferrare …

Tra queste organizzazioni e il Pci-Pds-Ds non vi è una differenza qualitativa, ma solo uno sfasamento nei tempi di evoluzione. Sono più indietro del loro fratello maggiore e ne stanno ripercorrendo fedelmente il percorso. È un quadro cui si adatta la classica definizione "la situazione è grave, ma non è seria"!

In definitiva la grande svolta della sinistra, sbandierata da tanti mezzi d’informazione, altro non è che l’ennesimo ripiegamento di una forza che non ha più una precisa ragione di esistere, se non quella di perpetuare sé stessa e le posizioni di privilegio costruite nel tempo dai suoi esponenti (politici ed economici). Così come l’operazione che, con tutta probabilità, si svolgerà alla sinistra del Partito Democratico, rappresenta una mistificazione destinata a recuperare parte della conflittualità sociale a tutto vantaggio di un manipolo di stalinisti pronti a far pesare i loro voti in cambio di qualche poltrona nelle istituzioni.

La strada per arrivare a costituire una sinistra moderna, libertaria ed antistatale è ancora molto lunga e non passa dalle parti dell’autoritarismo marxista, che rimane tale anche quando si traveste da socialdemocrazia o, più ambiguamente, da democrazia.

Toni Iero

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Guerra all’Irak e guerra di classe

Secondo i dati forniti dall’Eurispes, i morti sul lavoro in Italia, a partire dall’aprile 2003, sono stati 5.252. I militari della "coalizione" che hanno perso la vita in Irak nello stesso periodo, invece, sono stati 3.520.

La guerra di classe contro i lavoratori, in Italia, miete più vittime di quante ne miete la resistenza irachena tra le truppe occidentali. Diverso sarebbe il conto se si considerassero anche i morti iracheni: quando c’è tempesta, dice la saggezza popolare, gli stracci sono i primi a volare.

E come stracci, nella tempesta scatenata dal capitalismo, sono volate anche quelle 5.252 persone che hanno perso la vita sul luogo di lavoro. Tragiche fatalità? Difficile crederlo, visto che ben l’85% di queste pare fosse impiegato presso imprese che avevano affidati dei subappalti. Vittime, nella maggior parte dei casi, della quotidiana guerra di classe.

Poco meno del 70% dei lavoratori deceduti ha perso la vita per cadute dall’alto nel settore dell’edilizia; in agricoltura per il ribaltamento del trattore; nei trasporti a causa di incidenti stradali.

(redazionale)

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Compensi e politica

Nel nostro paese, ogni tanto, si scopre l’acqua calda: da qualche settimana i giornali tuonano contro i "costi della politica" e, soprattutto, contro i compensi dei politici, ritenuti troppo elevati.

Non possiamo che condividere...

Di diverso parere è Adriana Scaramuzzino, vicesindaco del Comune di Bologna, che ha scritto a "la Repubblica" in data 23 maggio:

"Leggo (...) che la mia indennità di 7.185 euro mensili lordi appare generosa per un amministratore, in qualità di vicesindaco, e comprendo come i dati riportati dall’autorevole quotidiano Il Sole 24 Ore e da voi ripresi possano colpire i lettori. Ho voluto perciò scrivervi, affinchè fosse noto che nel luglio 2004, quando accettai l’incarico di vicesindaco, non chiesi neppure quali sarebbero stati i miei emolumenti. All’epoca il mio stipendio era di euro 7.588,65 lordi, oltre a 1.800 euro per indennità, per tredici mensilità annue, in qualità di magistrato di Cassazione. Se fossi rimasta in magistratura, in questi tre anni avrei avuto oggi, sempre per tredici mensilità, uno stipendio complessivo di oltre 11.000 euro lordi mensili. Sono pochi? Sono molti? Certo non feci i conti allora, perchè mi sembrava doveroso, una volta chiamata, lavorare per la mia città, oltre che per i miei concittadini, per i quali ero già impegnata nel delicato ruolo di Giudice Tutelare. Non faccio i conti neppure ora, perchè sono convinta che certi incarichi o si accettano e si portano avanti con entusiasmo, oppure non si accettano. Certo non è il guadagno che mi induce ad utilizzare diversi fine settimana per seguire le iniziative che si svolgono in città e neppure per guadagno presenzio a consigli di quartiere, manifestazioni di vario genere che si svolgono spesso di sera. Non è neppure per guadagno che partecipo ad incontri con amministratori e tecnici di altre città italiane per l’Anci, recandomi solo il tempo strettamente necessario per le riunioni, partendo all’alba e rientrando spesso in tempo per seguire i lavori del Consiglio Comunale o per le Commissioni. (...)"

Povera Scaramuzzino!

Le tocca pure di rimetterci!

Se fosse rimasta in magistratura, oltre a far meno fatica, avrebbe guadagnato di più, e ora le tocca sentir dire che i suoi compensi sono esagerati...

Evidentemente, in Italia, i politici non sono i soli a guadagnare troppo.

(redazionale)

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Colombia: paese potenzialmente ricco, ma “sfortunato”

Se c’è un paese ricco soltanto in potenza (materie prime, ma anche l’agricoltura, se differentemente praticata) questa è la Colombia: grande il doppio della Francia, è ridotta al non sfruttamento delle proprie risorse (tra l’altro oro e platino), mentre la principale materia esportata è diventata la "polvere bianca", la cocaina.

E si ritrova stretta nella lotta senza quartiere tra la guerriglia (la FARC, su posizioni marxiste-leniste, con venature ancor più inquietanti), fra l’altro con nessuna possibilità di vittoria, e chi invece detiene da decenni il potere, in modo oligarchico (dominio dei pochi), cioè el Partido Conservador.

Gestito da un vero comitato d’affari, un tempo costituito da detentori dei latifondi, ora da speculatori e trafficanti inseriti nelle multinazionali, il partito di maggioranza,  cerca di impadronirsi ancora una volta del potere: Alvaro Uribe, attuale presidente, al secondo mandato (non può essere rieletto, ma ha fondate possibilità di passare la carica ad altro conservatore), è grande amico di Bush, che in occasione della recente visita in Colombia (8-12 marzo) non ha avuto problemi a dire: "Sono fiero di definirla amico e alleato strategico".

Del resto, con il Plàn Colombia e i suoi addentellati, che teoricamente mirano solo a sradicare le piantagioni di coca, mentre in realtà hanno ben altre finalità, il paese, a differenza di Venezuela, Cuba, in parte Argentina e Brasile, è sempre stato fin troppo filo-USA (nel 1903 gli vendette Panama "per un piatto di lenticchie" ...) e si rivela ancora una volta timoroso di rompere l’alleanza con il suo finanziatore o, meglio, con il finanziatore di quel potere oligarchico che altrimenti non avrebbe ragione d’esistere.

C’è, in realtà, un altro grande partito, quello Liberàl (ideologicamente tra repubblicani e socialisti, per dirla all’europea; aderisce all’Internazionale socialista), nonchè un aggregato tipo Sinistra Unita (per completezza aggiungeremo i gruppi libertari, il cui peso effettivo è però insignificante), ma le possibilità di affermazione elettorale sono, per il 2010, limitate, mentre, nella culla della teologia della liberazione, la guerra civile prosegue con migliaia di vittime ogni mese, peraltro  regolarmente ignorate dai mass-media, e con un immiserimento della parte più povera della popolazione, causato dal "liberismo" sfrenato del governo (in Colombia tutto è stato privatizzato).

La lotta di fondo è, ancora una volta, tra la FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) e "los Para" cioè i paramilitari (Autodefensa  Unida de Colombia - AUC), ma anche il peso della microcriminalità è notevole, e si aggiunge a quella principale...

Per smentire le voci fondate di collusioni tra governo conservatore e AUC, in occasione della recente visita di scambio d’inizio aprile tra Michelle Bachelet, presidente socialista del Cile, e don Alvaro Uribe, quest’ultimo, rispondendo a domande pressanti dei giornalisti, ha risposto gridando: "Yò  no soy el presidente de los Para!". (Non sono il presidente dei paramilitari!).

Se negli anni 1960 (lo dimostrano testi di geografia politica dell’epoca) si parlava della Colombia come di un’ "Ellade sudamericana", pur a fronte di una situazione di analfabetismo di più di  metà della popolazione (attualmente, tra l’altro, la situazione non è molto diversa), oggi simili affermazioni sarebbero semplicemente grottesche. Morti ammazzati, morti per fame (soprattutto negri, mulatti, chollos, cioè indios) ma anche una situazione la cui "evoluzione" può andare verso il caudillismo di sinistra à la Chavez solo nel caso migliore. 

Un grande comico colombiano, "El Negro Palomino" (grande, grosso, ben piantato, autore e attore dalla voce roca, a tratti caprina, con storie scritte da lui stesso, decisamente urticanti) propone un ritratto terribile quanto realistico dell’infelice terra che prende il nome da Cristoforo Colombo. Storie sanamente volgari, a tratti blasfeme, mai qualunquiste. Storie con paras e guerrilleros, donne, uomini, vecchi e bambini, dove il finale è quasi sempre amaro (troppo facile lo zuccherino consolatorio, in un paese come quello). Duro, implacabile, se la prende con tutti, "gringos" come "para", adepti della FARC, vecchie e... tutti/e, gay compresi. Scene dure, che ci parli del "marequita" come dell’incontro con una camionetta dell’esercito (o saranno para?) o invece di quella madre che prepara l’albero di Natale già a settembre, con reciproche accuse / maledizioni tra madre e figlio su chi morirà prima... 

Da non dimenticare, Palomino: e difatti, in DVD e CD, Palo non passa ma rimane nelle menti e nei cuori di chi non vuole soccombere alla realtà terribile della Colombia. Fisicamente non più in vita, vi rimarrà a lungo qui, appunto nelle teste e nei cuori dei Colombiani che non votano "conservador", che ancora sperano in altro... e che ritrovano, nello specchio intelligentemente deformante dei suoi racconti la migliore prova di "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". 

Eugen Galasso

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