Schermi di maggio

Guida alle uscite cinematografiche di primavera

 

Daratt

I segni del male

Il pugno di Gesù

Centochiodi

  

Giovanna Mezzogiorno - Foto Luca Baroncini
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Schermi di maggio

Guida alle uscite cinematografiche di  primavera

Da qualche anno a questa parte i primi caldi non spaventano più le sale cinematografiche o, meglio, i distributori fanno il possibile per spalmare la stagione su dodici mesi anziché su quelli climaticamente più freddi.

L’esigenza nasce dal tentativo di razionalizzare le uscite evitando accavallamenti dannosi per gli incassi, cercando anche di sfruttare azioni di marketing globali per colossi cinematografici provenienti per lo più da oltreoceano. Ecco quindi in arrivo due blockbuster in “day-and-date”, termine inglese utilizzato per indicare quei film che escono in contemporanea in tutto il mondo. Si comincia il 1° maggio con l’attesissima terza parte delle avventure di “Spiderman”, ancora dirette dal geniale Sam Raimi e sempre con Tobey Maguire nei panni del supereroe più crepuscolare della Marvel, alle prese non solo con i nemici (questa volta Sabbia e Venom), ma anche con i lati oscuri della sua stessa personalità. E si prosegue il 23 con un’altra trilogia, assai più discutibile. Torna infatti, a brevissima distanza dal secondo capitolo uscito in Italia in settembre (i due film sono stati girati in contemporanea per ammortizzare i costi), il pirata Johnny Depp / Jack Sparrow con “Pirati dei Caraibi – ai confini del mondo”. L’ispirazione è un’attrazione dei parchi divertimenti Disney, il che la dice lunga sulla natura prettamente commerciale del progetto.

Al di là del cinema di cassetta, però, maggio offre una programmazione articolata in grado di soddisfare palati differenti. Dalla Francia il 4 maggio arriva “La vie en rose”, biografia di Édith Piaf ad opera di Olivier Dahan. La vita della celebre cantante, interpretata da Marion Cotillard, è stata particolarmente tumultuosa (incidenti stradali, coma epatici, interventi chirurgici, delirium tremens e anche un tentativo di suicidio) e quindi ideale per una celebrazione del mito dal punto di vista cinematografico. L’11 maggio si configura come data horror, con il ritorno dei mutanti contaminati da esperimenti nucleari nel deserto del New Mexico (“Le colline hanno gli occhi 2” di Martin Weisz) e con il maestro del brivido nostrano Dario Argento che con “La terza madre” conclude la “trilogia delle streghe”, cominciata nel 1977 con “Suspiria” e proseguita nel 1980 con “Inferno”.

Ma oltre ai brividi seriali c’è spazio anche per un piccolo film italiano e per un cinema più impegnato. Sempre l’11, infatti, è prevista l’uscita di “Notturno bus” di Davide Marengo, in cui Valerio Mastandrea è un autista di bus indebitato e con il vizio del poker e Giovanna Mezzogiorno una bella falsaria, e di “L’urlo delle formiche” di Mohsen Makhmalbaf, incentrato sul confronto tra una moglie credente e un marito ateo durante il viaggio di nozze in India.

Poche invece le uscite del 18 maggio, in cui si distingue soprattutto “Zodiac”, il thriller del visionario David Fincher (quello di “Seven” e “Fight Club”) dedicato al serial killer, la cui identità rimane ancora ignota, che terrorizzò San Francisco negli anni '60.

Il mese si conclude con “La città proibita”, in cui il regista cinese Zhang Yimou, celebre per la spettacolarità delle sue opere (“Hero”, “La foresta dei pugnali volanti”), abbandona il genere “wuxia” (arti marziali) per un solido   dramma di corte ambientato nella casa dell’imperatore. Ma è ancora tempo di cinema italiano grazie al thriller di Andrea Molaioli “La ragazza del lago”, interpretato da Toni Servillo e Valeria Golino e tratto dal romanzo “Lo sguardo di uno sconosciuto” della norvegese Karin Fossum. Il giovane autore romano (classe 1967), già aiuto regista di Nanni Moretti, racconta la storia di una bambina di sei anni scomparsa, di un allenatore sportivo condannato per stupro, di un giovane down che adora i più piccoli e di una quindicenne trovata nuda sulla riva di un laghetto.

Che sia finalmente il segnale di un ritorno dell’Italia al cinema di genere?

Luca Baroncini

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Daratt

 di Mahamat-Saleh Haroun con Ali Barkai, Youssouf Djoro, Hisseine Aziza

uscita prevista: 25 maggio 2007

Siamo in Ciad, al termine di uno dei tanti conflitti interni che, pur non facendo notizia, continuano a dilaniare l’Africa. Basta pensare che la guerra civile del Ciad, cominciata nel 1965, ha fatto nel corso degli anni più di 40.000 vittime. In uno di questi conflitti è stato brutalmente assassinato il padre di Daratt, giovane protagonista del film di Mahamat-Saleh Haroun. L’unico obiettivo del ragazzo diventa quindi la vendetta.

 Il film di Haroun, nato in Ciad ma con alle spalle una formazione cinematografica a Parigi (il suo documentario “Bye Bye Africa” ha già vinto il premio Migliore Opera Prima a Venezia nel 1999), indaga sul rapporto che si crea tra il protagonista e l’omicida del padre, riciclatosi in innocuo panettiere. Sarà difficile, ma non impossibile, interrompere una catena di sangue che senza un primo, doloroso, passo potrebbe continuare all’infinito. La tesi è dietro l’angolo e alcuni passaggi narrativi rischiano il pernicioso (l’affetto con cui il vecchio e ignaro criminale di guerra finisce per accogliere Daratt, la capacità di Daratt di accantonare il proprio furore) ma Haroun, anche co-sceneggiatore, sa come far maturare il racconto e la speranza offerta dalla conclusione, pur nella prevedibilità dell’assunto, non passa nell’indifferenza.

 È interessante, poi, come il soggetto non sia la guerra, ma le devastanti conseguenze che essa produce, con una fine ufficiale dei conflitti interni incapace di trovare effettiva pace nella convivenza quotidiana. L’abbiamo sperimentato anche in Italia, con la caduta del fascismo, e lo continuano a sperimentare intere popolazioni (pensiamo ai Balcani). Ovvio che tornare a essere semplici vicini di casa a guerra finita non sarà affatto semplice e scontato.

A livello visivo colpiscono i tocchi di colore (un panno steso, una porta, una finestra, una maglietta) che interrompono la monotonia del paesaggio desertico. Squarci di vitalità in un cinema che non si accontenta di essere necessario ma si butta nella vibrante materia con stile e rigore visivo.

 Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia 2006.

 

Luca Baroncini

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I segni del male

di Stephen Hopkins con Hilary Swank, David Morrissey

Brillante e robusta ricercatrice, già pastore evangelica, viene chiamata in Louisiana per indagare su strani fenomeni, che ricordano fin troppo le maledizioni bibliche. Ma lei, divenuta scettica e agnostica (il suo corso si chiama “Faith versus Science”...) è costretta a ricredersi, e si trova coinvolta anche in un fatto, come si suol dire, più grande di lei. Se la cava molto bene, ma... il diavolo ha fatto coperchi troppo solidi...   Non vorrei dire di più, per non togliere la suspense agli spettatori eventuali.

“I segni del male” fa parte, con intelligenza, capacità di coinvolgere (ottima la regia di Hopkins, sempre conturbante il montaggio),  del genere apocalittico, dove Dio e l’Anticristo (quanti film sull’Anticristo, in specie durante l’era Reagan – anni ‘80 - e ora nuovamente!) lottano in singolar tenzone fino alla “fine del Mondo”.

Quindi un ulteriore segnale di disagio, del disagio del nostro tempo, nel quale riaffiorano antiche angosce, inquietudini diffuse e integralismi religiosi d’ogni sorta, come purtroppo  sappiamo e vediamo. Ma “I segni” è più intelligente (e non a caso l’ha prodotto quel vecchio furbone di Robert Zemeckis, quello di “Back to the Future”), gioca nel finale sul “sarà così o solo sembra così?”, lasciando aperta la domanda e la possibilità di un sequel.

Ottimi gli effetti spettacolari, giocati quasi tutti nel finale, bella la figura della ragazzina pre-adolescente. Morrissey è abbastanza bravo, meglio la Hilary Swank, molto più sexy (perché forte, decisa, capace di vincere ogni sfida)  di tante attrici che si spogliano sul set...    

 Eugen Galasso

  

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Il pugno di Gesù

di Stefan Jaeger con Carlo Monni, Claudio Caiolo, Bibiana Beglau  

Un gioiellino, questo film toscano/svizzero, che ci parla di un improbabile Gesù, pugile non proprio campione, che approda in un manicomio, dove un “altro matto” lo scambia per Gesù (cosa che poi lui fa credere, seppure con prudenza) e per suo figlio (l’aveva perso in un incidente di macchina). Poi i giochi in manicomio (clinica psichiatrica, anzi, ma vi praticano ancora l’elettroshock...), dove c’è di tutto e di più.

Realizzato con telecamere e immagini sporche, sonoro in presa diretta, è anche metafilmico (una riflessione su come si fa un film, su che cosa significa etc.), ha il merito di lavorare, anche sul “cinema nel teatro” (i matti allestiscono uno spettacolo pasquale sulla vita di Gesù) e di finalizzare la comicità travolgente e debordante di Carlo Monni, grandissimo attore “naturale” fiorentino, al cinema.

Monni, che qui è un matto (quello di cui sopra)/ Giovanni Battista, si contiene e al tempo stesso esplode. Merito di Jaeger e anche e soprattutto del Monni stesso. Da vedere anche per valutarlo. Qualcuno l’ha preso per blasfemo, ma non lo è, perché recupera come Gesù, oggi ridotto spesso a icona o a simulacro, possa invece valere ancora, come mito fondante nell’immaginario collettivo.

Le immagini “sporche”, il quasi “seppia” in cui il film - antispettacolare per intima essenza - è girato, ci ridanno il sapore di un cinema che sa mettersi in discussione. Bravi anche Claudio Caiolo (Gesù), Bibiana Beglau (una Maddalena “folle”) e tutti gli altri.

Antipsichiatria, metacinema e riflessione laica su Gesù; ma Pasolini non c’entra per nulla, né si vede perché dovrebbe entrarci... 

Eugen Galasso

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Centochiodi

 di Ermanno Olmi con Raz Degan, Luna Bendandi

“Qualcuno l’ha preso per blasfemo, ma non lo è” – scrive Eugen Galasso a proposito di “Il pugno di Gesù”.  Questo, al contrario, sembra un film cattolico, invece è blasfemo, in maniera piuttosto precisa: “E’ Dio che dovrà  rendere conto a noi di ciò che ha fatto, nel giorno del giudizio!” – afferma il protagonista.

Strana pellicola: un giovane professore universitario si rifugia lungo il fiume Po, dove gioca (?) a fare il Cristo e a denunciare le truffe contenute nei libri. Un discorso assai pericoloso, con i tempi che corrono, ma, chiarisce l’autore, non sono i libri il male, il male risiede nel fatto di non saperli leggere, di non metterli in relazione con la vita quotidiana. E, del resto, gli illetterati frequentatori del fiume, con i quali il professore solidarizza, non sono certo idealizzati. Né viene  idealizzato il loro stile di vita...

Occorre tornare ad abitudini più semplici. E’ l’Occidente industrializzato il figliuol prodigo della parabola? Forse.

Comunque sia, malgrado un doppiaggio assai scadente, il film si lascia vedere, e non solo dalle signore, che hanno di che appagare gli occhi ammirando il protagonista: sono belle anche le immagini, azzeccate le musiche, non banale il contenuto.

Luciano Nicolini

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