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La convivenza civile richiede regole condivise; ma il troppo stroppia e, in ogni caso, le regole non possono mai avere il sopravvento sul buon senso Il 12 aprile, a Milano, è scoppiata una piccola rivolta nel quartiere cinese. Non è ben chiaro come siano andate le cose: pare che gli zelanti vigili urbani, prese alla lettera le indicazioni ricevute dai superiori, avessero fatto un bel po’ di multe e che, a forza di tirare la corda, questa si sia rotta. Una donna cinese, esasperata, avrebbe dato in escandescenze, dando il via a una ribellione che in breve ha coinvolto tutto il quartiere. C’è stato l’intervento della polizia, scontri, feriti, auto rovesciate e, nota di colore, l’esposizione alle finestre delle bandiere rosse della Repubblica popolare. Chissà la commozione dei vetero-maoisti! Ma non di rivoluzione proletaria si trattava; più probabilmente, con questo gesto, gli abitanti del quartiere volevano far notare che tanto accanimento nei loro confronti era motivato proprio dal loro essere Cinesi. Qualcosa di simile, del resto, era successo circa un secolo fa in Argentina, a Buenos Aires, dove gli immigrati italiani, nel corso di una rivolta di proporzioni assai più notevoli, giunsero a chiedere l’annessione dei loro quartieri al Regno d’Italia... La reazione della stampa quotidiana, in particolare di quella di centro-destra, è stata vergognosa. La comunità, presente nel nostro paese da decenni, è stata immediatamente dipinta come un insieme di persone incapaci di integrarsi e, in numerosi articoli, si è arrivati addirittura a ipotizzare che i disordini fossero stati preordinati. Non vogliamo fare i difensori della comunità cinese, ben sapendo che, all’interno di essa, vigono relazioni a dir poco discutibili, ma non ci sembra proprio si possa affermare che sia una comunità incapace di integrarsi (a Bologna, dove sono presenti da un secolo, i Cinesi, che spesso parlano il dialetto assai meglio di noi, non hanno mai dato fastidio a nessuno). Quanto al fatto che i disordini fossero preordinati, non si comprende che cosa possa farlo pensare... Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, nota esponente del centro-destra, dopo aver lanciato pesanti accuse, ha cercato di fare una parziale marcia indietro. Ma i Cinesi sono piuttosto seccati. E non sono i soli... Anche a Bologna, dove non passa giorno senza che il sindaco Cofferati, un tempo soprannominato “Il Cinese”, predichi la “tolleranza zero” nei confronti di chi trasgredisce le innumerevoli regole che sessant’anni quasi ininterrotti di amministrazione “di sinistra” hanno regalato ai cittadini, c’è chi comincia a non poterne più: “Non so e non mi interessa chi sia responsabile dei cambiamenti della nostra vita – ha dichiarato il cantante Andrea Mingardi in un’intervista rilasciata a “E Polis” – la questione riguarda il concetto di libertà. Bologna era una città con due semafori e un senso vietato, ora i dieci comandamenti sono diventati 1.500: non fare questo e non fare quello...”. A nostra memoria, a Bologna, i semafori sono sempre stati ben più di due, ed anche i sensi vietati. Da buoni libertari, la cosa non ci dispiace particolarmente, in quanto riteniamo che la convivenza civile richieda regole condivise; ma il troppo stroppia e, in ogni caso, le regole non possono mai avere il sopravvento sul buon senso. A Bologna invece, e probabilmente non solo qui, il buon senso non è più una virtù, e qualsiasi trasgressione è vista, sostanzialmente, come una ghiotta occasione per rimpinguare, attraverso le multe, le casse comunali: più sono le regole e più saranno le trasgressioni; più saranno interpretate alla lettera e più aumenteranno le entrate. Tutto questo è molto seccante, soprattutto perchè sappiamo fin troppo bene come vengono spesi quei soldi. Redazionale
È di questo giorni la
notizia dell’interessamento alla maggiore impresa italiana di
telecomunicazioni da parte di diversi colossi multinazionali. Alla luce
dell’importanza dell’azienda, il mondo economico e finanziario italiano
è entrato in fibrillazione. I politici hanno cominciato a rilasciare le
solite dichiarazioni. I giornali stampano articoli ed analisi sui
possibili contendenti.
Ci si interroga se sia meglio preservare l’italianità o lasciare libero corso al “mercato”. In questo contesto, il ministro Bersani ha espresso preoccupazione. (Il Sole – 24 Ore, 3 aprile 2007) Mi chiedo se sia la stessa persona che, nel 1999, sotto il governo D’Alema, ha patrocinato proprio l’acquisizione di Telecom Italia da parte dei capitani coraggiosi Colaninno, Gnutti e compari... Se così fosse, mi preoccuperei della sua salute mentale, dato che mostra chiari segni di schizofrenia o, come minimo, problemi di labilità mnemonica. Infatti, questa vicenda ha radici piuttosto lunghe, che affondano proprio nella cosiddetta Opa del secolo, quella incoraggiata nel 1999 dal presidente del consiglio dei ministri e dal suo ministro per l’industria.
La presa del telefono Diverse trame finanziarie si dipartono da quell’episodio di intervento politico – affaristico che prese corpo nell’acquisizione di Telecom Italia da parte della cordata dei capitalisti padani. La cosa curiosa è che l’operazione, che tanto stava a cuore al post comunista D’Alema, non sarebbe mai andata in porto senza il determinante intervento di un grande centro di potere d’oltreatlantico. Una banca: la Chase Manahttan. È lei che finanzia la Hopa, società di Gnutti, tra le protagoniste della scalata. È sempre la Chase a suggerire la costituzione di Bell, una società lussemburghese anch’essa al centro dell’affare Telecom. È ancora Chase che, negli ultimi mesi del 1998, finanzia la Bell con 775 milioni di euro e la conduce alla guida dell’Olivetti, azienda che acquisterà la Telecom Italia. (Per dare un’idea delle dimensioni, si tenga conto che nel 1997 il fatturato di Telecom Italia ammontava a quasi 43 mila miliardi di lire, mentre quello di Olivetti era di poco superiore ai 6 mila miliardi di lire!) Saranno i vertici della Chase che convinceranno Colaninno a lanciare l’Opa su Telecom Italia, assicurandogli il necessario supporto finanziario. La regia della Chase arriva al punto di intervenire in aiuto della Hopa, vicina al tracollo nel 2001. Anche il reperimento della liquidità da parte di Pirelli, necessaria per subentrare nel controllo di Telecom al posto di Colaninno e Gnutti, avviene grazie all’intermediazione della Chase, nel frattempo ribattezzata Jp Morgan Chase. Nasce il sospetto che il supporto fornito dalla finanza americana agli affari sponsorizzati dall’allora presidente del consiglio fosse una forma di gratitudine per la cooperazione italiana alla guerra in Kossovo. Grazie a questo imponente ed apparentemente eterogeneo schieramento di forze, come sappiamo, l’Opa del secolo andò a buon fine. La Telecom Italia, uno dei principali operatori europei, con il più promettente mercato di telefonia cellulare del mondo e una cassa piena di denaro, diventò di proprietà della allegra cordata padana appoggiata dal governo. Uno sconclusionato gruppo di avventurieri, indebitato fino al collo con le banche, si ritrovò a mettere le mani su una società paragonabile ad una miniera d’oro. Sono i capitani coraggiosi di D’Alema e Bersani (sì, proprio quello che oggi fa il ministro preoccupato). Da quel punto in avanti se ne vedranno delle belle. Money I grandi progetti industriali di cui avrebbero dovuto essere portatori il ragioniere Colaninno e lo speculatore Gnutti non si vedranno mai. Però qualcosa succede. Grazie ad un consolidato processo osmotico, i debiti degli acquirenti vengono scaricati sull’azienda, mentre il denaro della Telecom filtra verso le tasche dei nuovi padroni. È un fiume di soldi. Una parte prende la strada delle casse delle banche finanziatrici (Chase in prima fila), ma una grossa fetta rimane sui conti dei capitalisti padani e dei loro amici. Tutti costoro si riempiono i capaci portafogli e non è da escludere che manifestino la loro riconoscenza verso i padrini politici che gli hanno permesso di accedere a tanto ben di Dio. Ritroveremo questi intrepidi finanzieri nelle cronache economiche (e giudiziarie) degli anni a venire. Pochi anni dopo, è l’estate del 2001, entra in gioco Tronchetti Provera, capo di Pirelli. Gli imprenditori padani, riempitisi le tasche, non nutrono più tanto interesse nell’azienda di telecomunicazioni. La vendono quindi a Tronchetti Provera, come abbiamo visto, assistito e finanziato da Chase. In tutti questi passaggi, i numerosi astuti strateghi che si sono alternati alla guida di Telecom Italia, evidentemente troppo presi da interessi trascendenti, non hanno avuto tempo di occuparsi dell’azienda. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Telecom Italia ha perso numerose posizioni nelle classifiche del settore. Anche a causa dell’eccessivo livello di indebitamento, non sono stati fatti gli investimenti necessari, proprio in un settore dove, invece, chi ha la tecnologia migliore vince. Il cospicuo patrimonio immobiliare è stato venduto per fare cassa e cercare di ripagare almeno una parte dei debiti che strangolano un’impresa che, prima dell’Opa, era una macchina per far soldi. Un filo attraverso l’atlantico Telecom Italia, anche se in condizioni finanziarie disastrose, si è rivelata un buon investimento per altri motivi. Chi ne aveva il controllo, aveva anche il controllo del traffico telefonico che si svolgeva attraverso la sua rete. Vi ricordate le intercettazioni telefoniche che, senza che fossero state richieste dalla magistratura, hanno permesso di mettere in ginocchio i furbetti del quartierino? I protagonisti di quelle vicende parlavano. Parlavano tanto. Parlavano al telefono. Già, proprio al telefono. Quello che, come risulta dalle recenti indagini della magistratura, era tenuto sotto stretto controllo dalla sicurezza interna di Telecom Italia. Sicurezza interna dove lavorano ex agenti segreti, ex carabinieri, ex finanzieri … insomma, un sacco di ex che, però, hanno mantenuto buoni rapporti con i loro precedenti datori di lavoro. Persone lungimiranti. Le reti di telecomunicazione sono una miniera inesauribile di informazioni. Non è quindi del tutto bizzarro che gli Usa abbiano sempre esercitato una sorta di attenta tutela sulle vicende di Telecom Italia. Oggi questa forma di controllo sta conoscendo una nuova stagione. Dopo le manovre finanziarie della Jp Morgan Chase, era entrata in gioco una multinazionale del settore, l’At-&t. L’acquisizione di Telecom Italia avrebbe permesso all’impresa statunitense di entrare in un mercato interessante, esportando la sua tecnologia made in Usa. L’Italia sarebbe diventata, in questo modo, una sorta di testa di ponte statunitense in un continente dove i principali operatori nazionali sono ancora strettamente legati ai rispettivi governi. E poi, in fondo, intercettare le conversazioni dei loquaci politici ed imprenditori italiani, oltre ad essere divertente, potrebbe rivelarsi un buon affare anche per un’impresa degli Stati Uniti. A questo punto, però, entra in gioco Prodi, che ha poca simpatia nei confronti degli Usa (sentimento del tutto ricambiato). Il governo italiano si schiera, anche se in maniera defilata. Ritorna di moda l’italianità delle imprese (ma non era quello che sosteneva il truce Fazio a proposito delle banche?). Si costruiscono, almeno sulla carta, cordate nazionali e si ventilano soccorsi di partner europei (Deutsche Telekom, France Telecom, la spagnola Telefonica). Insomma, la politica torna ad occuparsi attivamente di economia. Gli industriali si arrabbiano, l’opposizione attacca il governo. Un gran polverone nasconde i contorni di questa operazione. Rimane un dato di fatto: Telecom Italia, da azienda all’avanguardia nel suo settore, è stata trasformata in una debole preda. Molti anni fa, proprio in occasione dell’episodio dell’Opa del secolo, su Lotta di Classe, il periodico dell’Unione Sindacale Italiana, un articolo finiva commentando tale avventura con queste parole “Dovremo assistere, ancora una volta, alla svendita di imprese italiane a colossi multinazionali esteri, perché né i padroni, né il governo italiano (neanche quello di centro sinistra) sono stati capaci di sviluppare una politica nazionale in un settore di grande prospettiva?”. Sono diventati prevedibili. Non riescono neanche più a stupirci! Toni Iero
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