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Guida alle uscite cinematografiche di inizio primavera
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Guida alle uscite cinematografiche di inizio primavera Esisteva un periodo, per fortuna remoto, in cui le festività pasquali rappresentavano l’ultimo guizzo cinematografico prima dell’oblio estivo. Esiste una realtà, purtroppo attuale, in cui il tanto auspicato allungamento della stagione non trova più sale cittadine in cui distribuirsi, ma solo multiplex periferici, e trita tutto, che offrono una programmazione sovrapponibile. Il risultato è un maggior numero di sale solo per i film più pubblicizzati, con sempre meno sale, invece, destinate a quel cinema medio, non per forza mediocre, a metà strada tra i blockbuster (americani e nostrani) e il cinema d’essai (che grazie al cielo resiste). Il mese di aprile si caratterizza ancora una volta per la varietà dell’offerta, anche se bisognerà verificare quanto di ciò che è pianificato riuscirà davvero a raggiungere lo spettatore (solo a Bologna, in marzo, hanno chiuso altre due monosale). Si comincia il 6 aprile con "Le vite degli altri", opera di debutto di Florian Henckel von Donnersmark, fresco vincitore dell’Oscar per il Migliore Film Straniero, che unisce il thriller alla storia d’amore nella quotidianità del regime repressivo della Germania Democratica (la vicenda è ambientata a Berlino Est nel 1984). Si continua il 13 aprile con la co-produzione franco-turca "Il piacere e l’amore", in concorso al Festival di Cannes 2006, in cui "la ricerca della felicità" viene affrontata da Nuri Bilge Ceylan focalizzandosi sul rapporto affettivo tra un uomo e una donna. Nessuna parentela, quindi, con la celebrazione del "sogno americano" firmata con successo da Gabriele Muccino, ma lo sguardo estetizzante, doloroso e pessimista di quello che la stampa ha definito il "Michelangelo Antonioni di Istanbul". Il 20 aprile è una data che le ragazzine hanno sicuramente già annotato, perché il loro idolo, Riccardo Scamarcio, è nuovamente nelle sale (dopo l’indifendibile "Ho voglia di te") con "Mio fratello è figlio unico" di Daniele Luchetti. Le premesse sono di un affresco generazionale (la derivazione è il romanzo "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi) in cui il privato (il rapporto tra due fratelli, Accio e Manrico, quasi complementari nella loro profonda diversità) si fonde con la storia (l’ambientazione è nella provincia italiana degli anni ’60 e ’70). È poi prevista il 27 aprile l’uscita di "Io, l’altro" in cui il regista tunisino Mohsen Melliti, esiliato politico in Italia da 15 anni, prova a mostrare le conseguenze umane e sociali del terrorismo nella vita di due amici pescatori, uno siciliano, interpretato da Raoul Bova (anche produttore), e l’altro tunisino. Ma aprile sarà anche il mese di Francisco Goya grazie a Milos Forman che, nella produzione spagnola "L’ultimo inquisitore", mette in scena il rapporto tra il celebre pittore (Javier Bardem), dichiarato eretico, e la sua musa Ines (Natalie Portman), incarcerata dall’Inquisizione. C’è poi spazio anche per l’horror di qualità con il francese "Them", di David Moreau e Xavier Palud, giudicato miglior film al Ravenna Nightmare Film Fest 2006 per "la capacità di costruire 78 minuti di pura tensione con straordinaria semplicità ed economia di mezzi". Per chi vuole invece rilassarsi, si può scegliere tra Europa e America. Torna l’inglesissimo Mr. Bean con "Mr. Bean’s Holiday", la graziosa Isabelle Carré eredita all’improvviso 50.000 euro nel francese "Hotel a cinque stelle" di Christian Vincent, e quattro amici di mezzà età decidono di dare un tocco di brio alla monotonia delle loro vite attraverso un avventuroso viaggio in motocicletta per le strade d’America. Il titolo italiano, "Svalvolati on the road", è improponibile, ma il successo, visto anche il trionfo in patria e la massiccia campagna promozionale, è assicurato. Per finire un po’ di mistero. Se vi è piaciuto "The Prestige", sicuramente "The Illusionist", con Edward Norton e Paul Giamatti, merita una visita. Anche se forse il vero mistero è capire perché il film di Neil Burger arrivi solo ora nelle sale italiane visto che è precedente al successo natalizio di Christopher Nolan. Luca Baroncini di Jia Zhangke con Isabelle Sanming Han, Hong Wei Wang, Tao Zhao Per il cinema orientale non sembrano esistere le mezze misure. Da una parte, come mostra ogni anno il “Far East Film Festival” di Udine, ci sono i film prodotti per il pubblico locale in cui grandi star, effetti speciali, azione e comicità, la fanno da padroni. Dall’altra c’è un cinema elitario, spesso snobbato in patria ma capace di ammaliare i festival internazionali più prestigiosi. “Still Life”, del giovane cinese Jia Zhangke (classe 1970), rientra tra questi ultimi. Inserito in concorso, a sorpresa, al Festival di Venezia 2006 da Marco Müller (nonostante l’autore fosse già presente nella sezione “Orizzonti” con il non troppo dissimile documentario “Dong”), l’opera di Zhangke ha conquistato la giuria e si è portata a casa l’ambitissimo Leone d’Oro. Le caratteristiche di questo cinema, che potremmo definire da festival, o da esportazione, sono un po’ troppo riconoscibili per essere garanzia di innovazione stilistica e qualità: tempi dilatati, dialoghi col contagocce, personaggi asettici, ambientazione plebea (il neorealismo italiano continua a fare proseliti), velata denuncia sociale (la censura di regime non lascia ampi margini alle critiche) e tracce di eccentricità. Al di là di uno stile a stretto confine con la maniera, però, “Still life”, suddiviso in quattro enigmatici capitoli (“Cigarettes”, “Liquor”, “Tea” e “Toffee”), è però anche un film comunicativo. Il suo maggiore punto di forza è nella capacità di fondere due storie molto intime con la mutazione sociale e geografica dei luoghi, facendo incontrare il documentario (che resta l’aspetto più riuscito) con la fiction. Le vicende sono infatti ambientate nell’antico villaggio rurale di Fenjie, ormai quasi completamente sommerso dalle acque a causa della costruzione della immensa diga delle Tre Gole. Il progetto titanico di controllare il fiume Yangtze è cominciato negli anni Novanta e dovrebbe terminare nel 2009, quando la più grande centrale elettrica del mondo sarà definitivamente operativa. La modernizzazione non è certo indolore per gli abitanti della zona, obbligati a trasferirsi altrove perché le loro case sono destinate a sparire sotto il peso dell’acqua. Villaggi con duemila anni di storia, e piccole storie personali, spazzati via in poco tempo. Le vicissitudini dei protagonisti - un minatore che torna al villaggio dopo sedici anni per trovare la figlia e la ex-moglie, e un’infermiera alla ricerca del marito lontano da casa da due anni - sono radicate nella desolazione dei luoghi. Tutto è coperto dalla polvere della demolizione. I palazzi sono sventrati, fatti esplodere, presi a picconate. L’imperativo è abbattere. Lo smarrimento degli stati d’animo è accentuato da una nebbia che avvolge ogni cosa dando all’atmosfera una connotazione surreale. Le contraddizioni di una modernità che rischia di perdere per strada la persona sono evidenti attraverso l’utilizzo indiscriminato del telefonino, ancora status symbol, e della televisione, perennemente accesa e modello da imitare. Nei personaggi non sembra esserci consapevolezza, ma solo rassegnazione verso un mondo che avanza inesorabilmente e che si deve per forza seguire. “Non dobbiamo scordarci chi siamo”, dice didascalicamente uno dei protagonisti, sottolineando il rischio di una spersonalizzazione dell’individuo. Inquadrature ricercate (c’è sempre qualcosa, vicino o lontano, un palazzo o una tanica d’acqua, che separa i personaggi e sembra impedirne il contatto) e tecnologia digitale finalizzata a favorire la manipolazione delle immagini (le criptiche digressioni fantastiche), per un cinema più interessante che potente (nonostante la naturale pregnanza dei paesaggi), con almeno una sequenza capace di imprimersi nella memoria. Quella in cui il marito e la moglie si guardano in silenzio, accovacciati, mentre un muro squarciato mostra l’apocalittica distruzione in atto. Luca Baroncini di Emilio Estevez con Martin Sheen, Anthony Hopkins, Harry Belafonte, Emilio Estevez, Demi Moore, Sharon Stone Non è, né vorrebbe essere, un film celebrativo, mostrando invece gli “a parte” - talora veramente belli - il dietro le quinte, ciò che si svolge nell’hotel Ambassador di Los Angeles. Qui la campagna elettorale entra nella fase “clou”, portando a una vera ovazione per Bobby - Robert Kennedy, nell’estate 1968, quando fu ucciso da Sirhan B. Sirhan, Palestinese “furioso” per l’atteggiamento filo-israeliano del candidato del Partito Democratico. Una scelta, quella di Estevez, intelligente, dal punto di vista filmico. Belle le storie di contorno che diventano di primo piano, gli “a parte” diventati carne e sangue del film: c’è la telefonista in crisi, la moglie tradita dal direttore dell’hotel, ci sono i camerieri che litigano per motivi razziali, (Estevez, Messicano, giustamente batte sulla discriminazione anti-chicana), i vecchi dirigenti in crisi, i bravi ragazzi che si fanno per la prima volta di LSD e... poi, alla fine, arriva il disastro. Qualcuno forse dirà che gli inserti originali, documentaristici, fanno di “Bobby” un’icona. Prima obiezione: lo era; forse sopravvalutato (da ministro della difesa, durante la presidenza del fratello John Fitzgerald, era stato un “falco” o quasi) perché rappresentava la speranza, sulle orme di Martin Luther King, di una “nuova frontiera”, di una barriera anti-razzista, ma anche di diritti civili reali, per tutti. Filmicamente l’effetto è fortissimo; anche se ben diverso dalle rampogne sociali à la Oliver Stone, per il contrasto tra le parti, contrasto che non stona mai. Le musiche, tutte d’epoca, sono efficacissime, dal rock più psichedelico a “The Sound of Silence”, immortale successo di Simon e Garfunkel; gli attori, da Sheen a Hopkins alla rentrée di Harry Belafonte, dalla Stone a Demi Moore allo stesso Estevez sono tutti bravissimi, nessuno fa da primadonna; quindi una recitazione mai prevaricante, mai sopra le righe. Eugen Galasso
Notte prima degli esami – oggi di Fausto Brizzi con Giorgio Panariello, Serena Autieri, Nicolas Vaporidis, Carolina Crescentini Ormai i “sequel” si fanno neppure due anni dopo. Il primo “Notte prima degli esami” era bellino; questo comunque non è brutto, né banale. Certo, ci sono i giovani d’oggi, qualche loro “esibizione” non certo politica, semmai un ribellismo epidermico e un po’ superficiale, da anni 2000, senza ideologie e ideali (come li vorrebbero i media conservatori, insomma, ma una parte di loro è così, indubbiamente), tuttavia il ritmo c’è (dato dal montaggio alternato incalzante), la recitazione complessivamente è buona (un Panariello così, in salsa agrodolce “un s’era mai visto”, oltre a tutto unico Fiorentino tra tanti Romani). Storie d’amore che iniziano, si svolgono, finiscono: le “cose della vita”. Il padre se la fa con la professoressa di matematica del figlio, il figlio fila con una girl-friend più grande, emancipata e bellissima, quasi perde gli esami di stato (o maturità, comunque ormai sono solo un pretesto...) per una notte “of sin” in treno, con conseguente autostop con un camionista da Milano e... un misero 60 di risultato, poi... Nel segno della commedia all’italiana o quanto ne rimane, con una forte vena malinconica. Bravi tutti, si diceva (Faletti fa solo una scena iniziale, ma Riccardo Rossi percorre il film con intelligenza). Il tutto non dispiace. Sperando, però, che non vi sia un sequel ulteriore...
Eugen Galasso di Nancy Meyers con Cameron Diaz Nel film in questione, certo non eccelso ma simpatico, due donne in crisi, una inglese l’altra yankee, si conoscono via Internet e così l’una finisce nella casa dell’altra. Entrambe troveranno, dopo cocenti delusioni, il vero amore... Con ironia e leggerezza, la Meyers tratteggia una situazione del tutto “umana”, mai cedendo a volgarità, banalità e convenzioni. Un punto di vista femminile (chi “pianta” facendo soffrire inutilmente è in genere il maschietto), mai banale, come s’è detto. Cameron Diaz, invecchiata (anche ad arte), è interprete sensibile, un po’ (ma intelligentemente) gigionesca. Eugen Galasso
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