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The Who

Endless Wire

 

 

Endless Wire
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"Hope I Die Before I Get Old" (spero di morire prima di diventare vecchio): così cantavano gli Who nel 1965 in My Generation, brano simbolo non tanto di una generazione, ma più precisamente del movimento Mod (di cui gli Who erano gli alfieri). Fedeli alla linea, il batterista Keith Moon e il bassista John Entwistle ci hanno lasciati rispettivamente nel 1978 e nel 2002, dopo una vita di eccessi e sregolatezze. "Condannati a diventare vecchi", gli ultrasessantenni Pete Townshend e Roger Daltrey (chitarra e voce del gruppo), dopo 4 anni di indecisioni e ripensamenti, hanno dato alla luce quest’album. L’ultimo registrato in studio, It’s Hard, risaliva addirittura al 1982.

Siamo sempre stati sospettosi di fronte alle reunion di vecchie glorie, spesso spompate e all’ingorda ricerca di ulteriori guadagni, in cambio di qualche suggestione nostalgica o poco più. Gli Who si sono ripetutamente sciolti e riformati per tour ed occasioni più o meno benefiche, ma nello specifico va dato atto che questo Endless Wire, oltre a non poter essere ignorato (Gli Who sono una pietra miliare del rock), merita di essere ascoltato.

Se ad un primo approccio risaltano maggiormente i pezzi rock, fedeli all’antico stile del gruppo (We Got a Hit, Mike Post Theme e Endless Wire), bisogna poi ammettere che il confronto con il passato è perdente. Dove invece gli Who hanno ancora qualcosa da dire è nelle ballate e nei brani acustici: ad esempio Two Thousand Years, Tea & Theatre, A Man in a Purple Dress (invettiva quest’ultima contro la vanità dei paramenti religiosi).

Endless Wire è diviso in due, nove canzoni sparse ed una piccola opera rock nello stile classico degli Who, i primi a perseguire la strada del concept album (raggiungendo punte come Tommy e Qudrophenia): Glass & Wire, ispirata a una novella di Townshend. È la storia, narrata fra sogno e profezia da un vecchio rocker, di tre ragazzi di differenti etnie che fondano una band e coronano il sogno di diventare famosi con un concerto al Central Park trasmesso in tutto il mondo. È una vicenda anche drammatica (uno dei ragazzi, gravemente malato, uccide il compagno), ma Townshend ha scelto di mischiare le carte: il racconto è ambiguo, ciò che accade forse non è reale, il narratore vede il futuro ma potrebbe sbagliarsi e confonderlo con una fantasia del presente.

Per il resto, il titolo dell’album si spiega con l’ossessione storica di Townshend per i temi della comunicazione e dell’incomunicabilità: sogna un’interconnessione perfetta fra tutti gli uomini, ma nel contempo teme che diventi un cappio che li strangoli. Di questo racconta Endless Wire, di Internet che è uno specchio della nostra società ("e se non ti piace quel che vedi non va aggiustato lo specchio, va cambiata la società"). Ma anche di chi affronta le vie dello spirito con solitudine e originalità (In The Ether, Two Thousand Years), altro tema ricorrente in Townshend .

In definitiva, gli Who hanno fatto album peggiori nella loro carriera: Endless Wire non è dedicato solo ai nostalgici (data anche la desolazione dell’attuale panorama del rock), va ascoltato con attenzione e passione. Ha un grosso neo: 23 euro per un CD sono troppi, ma probabilmente non occorrerà aspettare troppo per acquistarlo scontato.

Roberto Zani

 

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