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  ABOLIRE I VOTI A SCUOLA

Una proposta concreta contro lo "stress da prestazione" che affligge gli alunni
(e gli insegnanti) fin dai primi anni della scuola elementare.

di Gianfranco Zavalloni dalla rivista elettronica "Scuolaer"

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L’articolo che qui riproduciamo per i nostri lettori è stato pubblicato il 17/1/2003, a firma Gianfranco Zavalloni, sulla rivista elettronica "Scuolaer" (www.scuolaer.it), ospitata nel sito internet della Regione Emilia-Romagna.

La proposta non è nuova, ma ci sembra importante che, in un momento storico nel quale si pretende di distribuire pagelle a tutti, dagli artisti ai lavoratori dipendenti, qualcuno, che magari fa di mestiere il direttore didattico, si ricordi che a scuola si dovrebbe andare per insegnare e per imparare, non per giudicare ed essere giudicati.

Una proposta concreta contro lo "stress da prestazione" che affligge gli alunni (e gli insegnanti) fin dai primi anni della scuola elementare.

Del grande saggio cinese Tranxu si tramanda questa frase:

"Quando un arciere scocca una freccia senza traguardi agonistici, mette in mostra tutta la sua abilità. Se c'è in palio una medaglia di bronzo, comincia a diventare nervoso. Se si tratta di una coppa d'oro, diventa cieco, vede due bersagli e si deconcentra. La sua abilità è sempre la stessa, ma il premio lo rende più preoccupato di vincere che di tirare con l'arco. La tensione della vittoria lo indebolisce".

Non so spiegare il fenomeno dal punto di vista pedagogico. L'ho però provato sperimentalmente nella mia esperienza, prima come maestro della materna e oggi come Direttore Didattico. Ho fatto l'insegnante di scuola materna per 16 anni. E' una scuola non dell'obbligo, in cui i bambini e le bambine hanno la possibilità di "giocare ad imparare". Per i bambini e le bambine "giocare è la cosa più importante". Tutte le esperienze che si fanno alla scuola materna (oggi dai più é definita scuola dell'infanzia) sono fatte con grande passione. Disegnare, manipolare, colorare, incollare, raccontare, ascoltare… sono tutte azioni fatte senza alcun scopo agonistico. Non c'è il miraggio né della medaglia di bronzo né della coppa d'oro. Lo si fa per il gusto di farla, perchè è bello, perchè piace. Una volta fatta l'esperienza forse si potrà rifarla usando un'altra tecnica, aggiungendo una conoscenza in più.

Esempio emblematico per eccellenza è il disegno. I bimbi e le bimbe della scuola materna disegnano con grande libertà, con grande passione, con gusto. Mischiano i colori, fantasticano nei segni, lasciano trasportarsi dalla mano e dal pennello, o dal gessetto o dal pastello.

L'introduzione del giudizio e dei voti

Poi c'è il salto. Alle elementari iniziano i primi giudizi, le prime "valutazioni". Si inizia a dare un voto a tutto ciò che prima era fatto per gioco, con passione. Nei quaderni dei bambini della scuola elementare iniziano ad apparire parole del tipo "bravo", "bravissimo". Oppure compaiono i primi voti che andranno poi a formare il giudizio della scheda personale di valutazione dell'alunno; la cosiddetta pagella. Oggi il ministero ha ridotto quella che una volta era una valutazione con numeri da 1 a 10 in cinque giudizi: ottimo, distinto, buono, sufficiente e non sufficiente. E così al bambino o alla bambina vengono attribuiti dei giudizi all'interno di una scala di valutazione che per noi di una certa epoca storica era formata di 10 numeri. Un aneddoto: la valutazione con una scala da uno a 10 ha messo profondamente in crisi alcuni insegnanti che fra sufficiente, equivalente per loro a 6, e buono, equivalente a 8, non riescono più a trovare il 7. E così molti insistono col sottoscritto, in qualità di direttore, per introdurre una via di mezzo come ad esempio "discreto". Qualche insegnante ha ridotto e addolcito la pillola nei primi anni delle elementari con delle faccine di bambino dove compaiono un bambino che sorride, un bambino normale e un bambino che piange. Sono tre simboli che vogliono più o meno dire: bravissimo, bravo, non bravo (insufficiente).

Nella mia esperienza da Direttore Didattico ho notato come tutto ciò porti ad alcune conseguenze. Le riassumo in tre atteggiamenti: i bambini e le bambine iniziano a fare qualsiasi attività non più per piacere, ma per dovere, con l'aspirazione (che per molti si trasforma in ansia) del "buon" giudizio. Gli insegnanti iniziano a stressarsi per dover fare "prove di verifica" che attestino e certifichino il grado di apprendimento e di prestazione degli alunni. Tipico di tutto ciò è l'espressione che spesso mi capita di dover ascoltare del tipo "quel bambino non ha raggiunto gli obiettivi di terza". Fra molti genitori inizia la rincorsa al "buon voto" innescando spesso il fenomeno della competizione. E così quello che fra bambini e bambine potrebbe essere il normale aiutarsi fra amici diviene una corsa individuale per arrivare prima degli altri.

Una proposta semplice e concreta

Ci sono alternative a tutto ciò? Certo. E credo che nella cosiddetta scuola dell'autonomia, che elabora un proprio "Piano dell'Offerta Formativa" (POF) questa può essere una delle proposte che le scuole dell'obbligo possono iniziare a fare fin dai primi anni: abolire il voto. Non valutare cioè la prestazione didattica, ma introdurre sistemi di stimolo svincolati dalla valutazione della cosiddetta "consegna". Si tratta di provare strategie di cooperazione didattica o di tutoraggio che possono far scomparire, ad esempio, il fenomeno della "concorrenza" e della "competizione". Ma in definitiva si tratta di farci alcune domande di fondo del tipo:

"perchè si va a scuola?", "qual è il fine ultimo dell'imparare?".

Chi ci sta batta un colpo!

 

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