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  C'E' POCO DA STARE ALEGRE

           Il bilancio partecipativo mi convince poco

di Luciano Nicolini

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La scorsa settimana si è svolto in Brasile, a Porto Alegre il meeting del Forum Sociale Mondiale. Non ho avuto la possibilità di andarci, però tutti i giorni ho acquistato "Liberazione", giornale del Partito della Rifondazione Comunista, ben sapendo che difficilmente gli altri quotidiani avrebbero fornito un resoconto dettagliato delle proposte avanzate e delle decisioni prese in quella sede. Infatti è loro abitudine, in queste occasioni (e non solo in queste), limitarsi a descrivere i partecipanti, dilungarsi in inutili pettegolezzi, illustrare il folklore locale.

"Liberazione", in effetti, ha dedicato ampio spazio all’ avvenimento, ma di proposte e decisioni ne ha riportate ben poche. Conoscendo la grande importanza che attribuisce a questi incontri, non resta che concludere che, alla fine della fiera, non ci sono state grandi novità.

Certo, si è solennemente affermato che tutti devono avere il pane quotidiano, che tutti devono avere un tetto e un vestito, che occorre sradicare le malattie curabili, che a tutti deve essere garantita l’istruzione e la libertà di manifestare il proprio pensiero senza il rischio di essere torturati ...

Ma queste cose le dicono anche le Nazioni Unite!

Certo, è stata ribadita l’ opposizione al ‘neoliberismo’ (ma perchè non chiamarlo con il suo nome, cioè capitalismo?); è stata ribadita una decisa opposizione alla guerra (ci mancherebbe altro che non fosse stata ribadita... ).

Altro mondo possibile Ma nessuno, a quanto pare, ha chiarito in che cosa consista, di preciso, questo famoso "altro mondo possibile", né quale sia la strada migliore per arrivarci.

Una delle poche proposte concrete che ha circolato (e non è la prima volta) è quella del "bilancio partecipativo". Di cosa si tratta?

Se ho ben capito, si tratta di coinvolgere tutti i cittadini nel dibattito intorno ai bilanci delle amministrazioni locali. Cosa, in sè, non malvagia, ma che mi porta, quasi istintivamente, a formulare due domande:

Alla fine, chi decide?

Su che cosa decide?

Il motivo della prima domanda mi sembra ovvio: coinvolgere tutti i cittadini nel dibattito ha un senso se questi ultimi, alla fine, hanno anche il potere di decidere. In caso contrario è soltanto una perdita di tempo.

Meno ovvia può sembrare la seconda domanda che, invece, a mio modo di vedere, è importante almeno quanto la prima. Sì, perchè non avrebbe significato, ad esempio, perder tempo a discutere e decidere sull’installazione della segnaletica stradale mentre lo stato, ad esempio, decide sulle spese militari.

Cerco di spiegarmi meglio: esistono paesi con una tradizione fortemente federalista dove discutere e decidere sui bilanci delle amministrazioni locali può avere un senso, altri (e penso all’Italia) dove, tradizionalmente, le amministrazioni locali hanno pochissima autonomia e, inoltre, gestiscono parti assai modeste delle entrate tributarie. In tali paesi il "bilancio partecipativo", anche nelle sue teorizzazioni più estremiste, cambierebbe ben poco.

Esperienze In Italia, negli anni ’70, abbiamo avuto almeno due esperienze significative in proposito:

- a partire dalle regioni "rosse", furono attivati i "consigli di quartiere" dove si discuteva, accanitamente, se contribuire con pochi spiccioli alle spese del coro parrocchiale o finanziare, con la medesima cifra, una mostra di giovani "artisti d’ avanguardia";

- nelle scuole, dopo il varo dei famigerati "decreti delegati", genitori e studenti di opposte tendenze si accapigliarono ferocemente per stabilire la meta dell’annuale gita scolastica.

Risultato: di tali organi collegiali nessuno vuol più sentir parlare.

Trappole del potere Dunque, "Attenzione alle trappole del potere!"

A proposito di trappole.

Un’altra proposta che è stata avanzata da molti partecipanti al meeting di Porto Alegre è quella di recarsi in massa a contestare la prossima riunione del WTO che si terrà a Cancun, in Messico.

Cancun, se ben ricordo, altro non è se non un insieme di giganteschi alberghi serviti da un grande aeroporto internazionale e distanti, anche fisicamente, dal paese reale: un pessimo posto, in tutti i sensi.

C’è poco da star Alegre!

 

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