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LE TRAVERSIE DELLA SINISTRAdi Toni Ieroii
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Sempre più frequentemente, allinterno della sinistra, si sente parlare di "unaltra economia possibile", di "un diverso mondo ipotizzabile". E spesso, in queste occasioni, si fa riferimento a diverse esperienze in atto: le banche del tempo, il commercio equo e solidale, il baratto, il credito per i poveri e così via. In realtà, purtroppo, il peso di queste pratiche allinterno delleconomia globale è ancora limitatissimo. Volersi convincere che questi esempi di autorganizzazione o di canali alternativi costituiscano la base di una futura struttura economica assomiglia molto alle illusioni che gli economisti si stanno facendo, da quasi due anni, sulla ripresa economica, basandosi su qualsiasi indicatore possa anche solo lontanamente confermare le loro speranze. La realtà è che, purtroppo, la sinistra (non solo quella parlamentare o di ex governo) non è neanche in grado di effettuare una coerente critica delleconomia e della società attuale. Nello schieramento progressista, riformista, ma anche in quello antagonista, cè unevidente carenza di capacità di contrapporsi, con argomenti stringenti, allo "stato delle cose presenti". La debolezza della contrapposizione sociale concreta, ossia basata su lotte e precise rivendicazioni e non su un generico ribellismo, si spiega solo con lassenza di un modello sociale di riferimento. Oggi la sinistra non ha alcun progetto di cambiamento sociale da proporre, se non quello di andare al governo per aumentare (o difendere) il potere delle sue organizzazioni allinterno della società. Il processo di trasformazione in lobby è ormai, probabilmente, irreversibile. Allora, davanti alla domanda "un altro mondo è possibile?", la risposta più adeguata, oggi, sembrerebbe essere unaltra domanda: di quale altro mondo stiamo parlando? Laltro mondo persoPerché il sedicente fronte progressista non ha un suo modello sociale da proporre? Per capirlo è necessario andare un po indietro nel tempo. Buona parte delle organizzazioni che compongono lo schieramento della sinistra italiana deriva, almeno ideologicamente, dal vecchio Partito Comunista di Togliatti (infatti molti, tra i gruppi che successivamente si sono posti alla sinistra del Pci, lo accusavano essenzialmente di aver tradito la purezza dellideologia comunista). Fino alla fine degli anni 70 la sinistra, anche se con sfumature diverse, aveva un preciso modello sociale di riferimento: lUnione Sovietica, la Cina, Cuba, insomma, il cosiddetto socialismo reale. La proposta di trasformazione della società si basava, in pratica, su quanto già realizzato nei "paradisi dei lavoratori". Per esempio, viste le premesse, era del tutto naturale che la soluzione della maggior parte dei problemi economici e sociali delle società capitaliste fosse individuata nellintervento dello stato. Erano anni, infatti, in cui la sinistra, nei paesi europei dove andava al governo, lanciava massicci programmi di nazionalizzazione di interi settori economici. In Italia, dove il Pci si era dovuto accontentare di spartire il potere con la Democrazia Cristiana, si sono inventate le partecipazioni statali. Vi è stato un periodo in cui, anche in Italia, la sinistra aveva raggiunto una grande forza, su diversi piani: elettorale (elezioni politiche del 1976), economico (sviluppo della Lega delle Cooperative), sindacale (processo di unificazione sindacale sotto legemonia della Cgil) e, fattore non irrilevante, anche sul piano culturale (era la stagione dominata dagli intellettuali di sinistra, quasi tutti vassalli tributari del grande partito).Poi qualcosa è successo. Nel 1977 il movimento delle università aveva cominciato a riflettere sui alcuni fondamenti ideologici della sinistra. Non a caso il Pci si è caratterizzato come il principale nemico di tale movimento, arrivando in più riprese anche allo scontro fisico con gli studenti. Tuttavia la scarsa capacità di penetrazione sociale del movimento del 77 e i numerosi errori compiuti hanno impedito che questo dibattito, cominciato in alcune università, potesse essere coerentemente elaborato e, soprattutto, avesse una diffusione tale da comportare una riflessione più generale nella sinistra. Lunico effetto visibile degli avvenimenti del 1977 è stata la progressiva scollatura tra le giovani generazioni e il Pci: a partire da quel periodo il partito di Berlinguer ha conosciuto una continua emorragia di voti tra le fasce giovanili della popolazione. Poi, alla fine degli anni 80, lepilogo. I regimi dei paesi dellEst Europa crollano uno dopo laltro, fino al dicembre del 1991, in cui anche la bandiera dellUnione Sovietica viene ammainata dalle cupole del Cremlino. Senza un altro mondo Già a metà anni 80 la forza maggioritaria della sinistra italiana, il Partito Comunista, era stato informato che le cose, per il "socialismo realizzato" si stavano mettendo male. Per questo era stato avviato un processo di progressivo sganciamento dall Unione Sovietica, fino ad arrivare, nel 1989, al cambio del nome del partito. In tutti questi atti, però, dominava con evidenza la pressante necessità di abbandonare una nave che stava affondando. Questo passaggio, ancorché doloroso per tanti militanti, affezionati al marxismo-leninismo, alla falce e martello e agli altri simboli della tradizione comunista, si sarebbe presto rivelato per quello che era: una pura operazione di marketing. Occorreva abbandonare alla svelta una serie di riti e di simbologie, ormai non più presentabili al grande pubblico. Con altrettanta frettolosità si è dovuto scegliere un "nuovo" riferimento ideale cui rivolgersi. Poiché eravamo in Europa, si è optato per la socialdemocrazia (scelta curiosa poiché, fino a pochi anni prima, laggettivo socialdemocratico era addirittura considerato offensivo). Bisogna dare atto ai dirigenti del Pci-Pds-Ds di non aver avuto fortuna. Saltati giù da una nave che affondava (la vecchia Unione Sovietica), sono saliti su un carro rotto. Infatti, alla fine degli anni 80, la socialdemocrazia europea era stata travolta dai "successi" di un decennio di sfrenato neo liberismo (Tatcher, Reagan). Per usare il loro linguaggio, il modello sociale socialdemocratico aveva esaurito la sua spinta propulsiva, messo in crisi da quelle politiche economiche e sociali che avrebbero costituito la base per il futuro processo di globalizzazione. A partire dallinizio degli anni 90, la vera differenza tra i governi di destra e quelli di sinistra è consistita solo nei nomi dei ministri. Infatti, da un punto di vista concreto, le politiche portate avanti erano (e sono) sostanzialmente assimilabili. Questo è avvenuto perché, cosa ancora più grave, tra destra e sinistra vi è stata anche una discreta convergenza nella concezione della realtà sociale. I dirigenti dei partiti progressisti non possono "dire qualcosa di sinistra" (come vorrebbe qualche regista), perché ormai neanche i pensieri sono più di sinistra. Leggendo i documenti ufficiali sembrerebbe che lobiettivo dichiarato della sinistra sia mantenere fermo lo status quo sociale. Spesso la sinistra di governo è andata più in là, assumendosi la responsabilità di provvedimenti che hanno inciso negativamente sulle condizioni di vita delle classi lavoratrici. Comunque, nella migliore delle ipotesi, la sinistra ha optato per una scelta di conservazione, credendo di poter trovare solidi alleati allinterno del mondo della finanza: quanti esami ha dovuto sostenere DAlema a Wall Street e nella City di Londra!Quanto poi al problema di ridare vita alla contrapposizione di classe, appare evidente che non cè alcuna possibilità che la sinistra riesca a rilanciare la conflittualità sociale, se non riesce prima a definire un modello di società cui intende tendere. Tutto quello che si riesce a fare è, come si vede in questi mesi in Italia, impuntarsi su questa o quella proposta del centro destra, spesso contraddicendo le stesse scelte politiche passate. Per fare solo un esempio, a proposito della modifica dell articolo 18 dello statuto dei lavoratori, se la Cgil di Cofferati intendeva davvero difendere la dignità e i diritti dei lavoratori, perché non ha mosso un dito contro lintroduzione del lavoro interinale fatta dallUlivo? Perché a un governo di centro sinistra dovrebbe essere consentito di fare riforme peggiorative del mercato del lavoro, le stesse che invece non sono accettate da un governo di centro destra? Non è poi accaduta la stessa cosa anche per la riforma delle pensioni? O per la scuola? Il vero punto centrale è che non vi è stata alcuna seria riflessione sul drammatico fallimento del sistema politico ed economico sovietico, che per decenni ha rappresentato il modello ideale di società che la sinistra ottusamente proponeva in alternativa al capitalismo (parola praticamente scomparsa dalla terminologia dei leader Ds). Si è preferito passare sotto silenzio la questione degli errori fatti in passato, illudendosi che bastasse qualche aggiustamento esteriore per essere credibili. È stata ignorata anche una banale regola del mondo aziendale capitalistico: il marketing è molto importante per vendere un prodotto, però bisogna che ... ci sia un prodotto da vendere! Oggi la sinistra non ha più niente da offrire a chi cerca un cambiamento del mondo, se non discorsi retorici. Eppure il crollo dellUnione Sovietica avrebbe potuto essere una miniera di insegnamenti. Ma nessuno ne ha mai voluto discutere apertamente, preferendo spesso rifugiarsi in miti e leggende: è stato il papa polacco; colpa dell incidente di Chernobil, equivalente ad una bomba atomica che ha compromesso i raccolti di grano ucraino; cè dietro un complotto degli ebrei e così via delirando. Perché non si vuole partire da una semplice realtà: nei paesi dellEuropa dellEst erano state instaurate delle dittature! Forse non peggiori di altre, ma come non riconoscere che il cosiddetto socialismo reale altro non era che una serie di regimi autoritari? Società militarizzate, dotate di vasti apparati polizieschi, dove le condizioni di vita della popolazione erano piuttosto misere e le libertà (di pensiero, di espressione, di spostamento, etc.) drasticamente ridotte. Se era questo lobiettivo ultimo per cui lottare, se questa era la meta agognata allora forse non è stato poi un gran male che tutto sia finito. Almeno la menzogna non è più immediatamente riproponibile, anche se, come sempre, non mancano i nostalgici Ma la sinistra, invece di riflettere su questi aspetti, invece di fare una sana autocritica, ha preferito dribblare la questione, fare finta di nulla rinunciando così a ricostruire una propria visione del futuro. È così strano allora che la sinistra europea sia diventata, di fatto, una forza conservatrice che, alla fine dei conti, è totalmente irrilevante davanti ai grandi processi storici in atto? Il progetto esistente di un nuovo mondoPerò cè anche una parte della sinistra che avrebbe dovuto trovare enormi spazi di azione, dopo il crollo dell Unione Sovietica. Mi riferisco al movimento libertario, che ha ancora un progetto di cambiamento sociale da proporre, in quanto non è orfano della morte del socialismo sovietico, figlio della fallimentare ideologia marxista-leninista. Eppure, dopo oltre dieci anni dalla fine del socialismo reale, il movimento anarchico si trova nella stessa condizione di emarginazione in cui è stato relegato per molti decenni. Certamente non è questo il luogo dove discutere sul che fare. Occorrono ben altri spazi e contributi qualificati di compagni meglio preparati, anche dal punto di vista teorico. Tuttavia si può provare a fare qualche riflessione, come spunto introduttivo ad una discussione su questi temi. È evidente che il lungo periodo di marginalità che, come libertari, abbiamo vissuto ha duramente provato le nostre capacità di collegamento sociale. Ma è anche vero che purtroppo, in qualche caso, si è assistito anche a fenomeni di automarginalizzazione. Si è, talvolta, creduto che la fuga dalla società potesse essere la via da percorrere per arrivare ad una mitica rivoluzione, dopo la quale tutto sarebbe andato magicamente a posto. Chiusi gli spazi di azione sociale dall ingombrante presenza dei partiti comunisti e delle organizzazioni loro collegate, diversi compagni hanno pensato che poteva avere senso operare "al di fuori" della società. Questo aveva anche il vantaggio di permettere di evitare ogni compromesso con la realtà, lasciando inalterata la purezza rivoluzionaria ed ideologica degli anarchici. Così, talvolta, si è percorsa una strada che non ha portato a nulla. I cambiamenti sono determinati da chi vive e partecipa al contesto sociale, la marginalità è una condizione da cui togliere chi vi è caduto, non un titolo di merito cui ambire. Inoltre occorre rendersi conto che i processi di trasformazione sono graduali (e sempre reversibili), perciò è necessario lottare quotidianamente per introdurre (e mantenere) elementi di libertà e di uguaglianza allinterno delle nostre società. La visione della rivoluzione (o, addirittura, di unimprobabile insurrezione) che spazza via tutto e crea le premesse di una nuova società più giusta è una favola, che assomiglia molto alle aspettative millennaristiche di natura religiosa, come il giudizio universale. Il mondo non sarà mai perfetto, ma quello che dobbiamo fare è perseguire un miglioramento delle società in cui viviamo, cambiare in meglio le condizioni di vita della maggioranza della popolazione, qui ed ora, non sperare di risolvere tutti i problemi umani in un futuro mitico ed indefinito. Le società umane sono organismi complessi, riformabili non con colpi di spugna gestiti da una minoranza illuminata (ipotesi dove cè, peraltro, odore di autoritarismo), ma solo con una paziente e sistematica opera di inserimento di valori libertari e di autogestione. |
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