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I centomila di Vicenza: punto di partenza o traguardo? Il movimento contro la guerra ritorna nelle strade. Quali i risultati? Quali gli obiettivi? E’ piuttosto improbabile che una tranquilla manifestazione di centomila persone convinca il governo a "gettare a mare le basi americane". Eppure non si può dire che il grande meeting tenutosi a Vicenza il 17 febbraio sia stato inutile. Dopo mesi di sonno, qualcosa, finalmente, si è mosso. Che cosa è accaduto? Verrebbe da definirla una "reazione a catena". L’arroganza del governo statunitense, deciso ad ampliare la base, e l’ambiguità di quello italiano, impegnato a far passare sotto silenzio la manovra, hanno fatto perdere la pazienza a molti Vicentini, che hanno cominciato a protestare, unendo la loro voce a quella dei pacifisti. A questi, ormai ridotti, come scrivevamo un mese fa, a pochi militanti, non è parso vero; ed è così che ci siamo dati appuntamento, senza se e senza ma, in quel di Vicenza. La cosa, in sè, non ha preoccupato molto la controparte; preoccupava invece che, in questo modo, il movimento riuscisse a rompere l’isolamento e a coinvolgere persone di norma distanti dalle sue posizioni. Fatto sta che, per singolare coincidenza, nei giorni precedenti la manifestazione sono state "scoperte" "nuove" presunte cellule delle Brigate Rosse che, a quanto dicono gli inquirenti, erano seguite passo dopo passo da anni. E non è certo un caso che il ministro Amato si sia affrettato a mettere in guardia la popolazione dai pericoli che avrebbe corso chi avesse partecipato alla manifestazione... Persino i governanti degli Stati Uniti si sono mossi, consigliando ai connazionali di girare al largo da Vicenza in quei giorni. Un consiglio assai buffo: un po’ perchè non c’è l’abitudine, in Italia, di prendersela con i cittadini statunitensi (tutt’al più viene bruciata qualche bandiera), un po’ perchè, anche volendo, non sarebbe facile distinguerli dagli Italiani (non siamo mica in Congo!). Probabilmente hanno parlato alla moglie per far intendere alla suocera. Ma la suocera ha fatto finta di non sentire, e a Vicenza si sono radunate ugualmente centomila persone. E’ andato tutto bene: niente scontri, niente arresti, niente botte. Dobbiamo ringraziare san Romano (Prodi) e san Fausto (Bertinotti) per aver interceduto? E’ possibile. In tal caso, però, sarebbe interessante sapere presso chi hanno interceduto, e forse capiremmo qualcosa di più sul perchè invece, a Genova, nel 2001, le cose andarono diversamente. E adesso? Adesso qualche politico parla di spostare la base, nella speranza di accontentare le popolazioni locali e separarle dal movimento contro la guerra. Dubitiamo che lo faranno davvero, ma si tratta di un segnale indicativo: temono il loro coinvolgimento. Da parte nostra sarebbe necessario riuscire a convincere gli Italiani che le basi militari non devono essere costruite né a Vicenza né da altre parti d’Italia; che è tempo di mettere in discussione, non di difendere con la violenza, un sistema sempre più basato sulla rendita di posizione e sullo sfruttamento del lavoro svolto nei paesi in via di sviluppo; che è tempo di progettare e costruire una società che rinunci al discreto livello di consumi (assicurato oggi dal capitalismo a buona parte della popolazione dei paesi occidentali) in cambio di maggiore libertà, maggiore solidarietà, maggiore sicurezza sociale. Non sarà facile, ma riteniamo sia l’unica alternativa a quella politica di guerra e di rapina che ci viene continuamente riproposta da tutti i governi come l’unica strada percorribile. E’ una questione (non uno "scontro") di civiltà. (red) Rischio di guerra civile in Guinea Gennaio e febbraio sono stati mesi di fuoco per la Guinea. Il Paese africano è infatti teatro di scontro civile interno tra il presidente Lansana Conté, salito al potere con un colpo di Stato nel 1984, e l’opposizione politica e sindacale. Il 10 gennaio scorso l’Union syndicale des travailleurs de Guinée e la Confédération nationale des travailleurs de Guinée, i due maggiori sindacati nazionali, hanno proclamato uno sciopero ad oltranza per chiedere le dimissioni del presidente. Nei mesi precedenti si erano già avuti due altri scioperi, ma fin dai primi giorni questo nuovo provvedimento ha assunto le tinte della guerra civile. Gli scontri tra i manifestanti e l’esercito schierato da Conté hanno provocato in poco più di un mese almeno 120 morti. Nella capitale Conakry è stato proclamato lo stato d’assedio, con il coprifuoco 20 ore su 24 e il divieto di assembramento in luogo pubblico. La principale materia di scontro, che ha dato il via alla protesta massiccia, è proprio la figura del presidente guineano. Settantaduenne, gravemente ammalato, e ritenuto responsabile della grave crisi economica in cui è piombato il Paese negli ultimi anni, Conté è stato attaccato anche per episodi di protezione ingiustificata nei confronti di alcuni personaggi pubblici tutelati dal suo governo. Un esempio viene dalla liberazione decisa nel dicembre scorso di un importante imprenditore e dell’ex ministro dello Sport, incarcerati per sottrazione di fondi pubblici, a cui è stata garantita la possibilità di scontare la pena agli arresti domiciliari. La calma tra la popolazione non è tornata nemmeno quando, a inizio febbraio, il presidente ha provato a nominare il nuovo premier, Eugene Camara, considerato dall’opposizione troppo vicino al capo di Stato e inadatto a pacificare realmente il Paese. Nel frattempo aumentano i timori nei Paesi limitrofi. Sierra Leone e Guinea Bissau hanno rafforzato i controlli sui loro confini, in parte per controllare l’annunciato arrivo di profughi, in parte per la paura di un’espansione oltre frontiera della protesta. Ilaria Leccardi Bologna: continuano le polemiche su Cofferati Sono passati due anni e mezzo da quando il centro-sinistra ha riconquistato l’amministrazione cittadina grazie alla candidatura, paracadutata da Roma, di Sergio Cofferati. E le polemiche sul suo operato si fanno sempre più roventi. Si era da poco spenta l’eco della voce di Casini (l’ha definito il peggior sindaco che Bologna abbia avuto), che il Partito della Rifondazione Comunista ha annunciato di non volerlo appoggiare alle prossime elezioni comunali. Strani questi cattolici che dichiarano di preferire le sane, vecchie, giunte staliniste; quasi quanto questi post-leninisti che accusano il sindaco di decisionismo… Certo è che, da quando è stato eletto, tra il tripudio di chi mal sopportava l’idea d’essere amministrato da una giunta di centro-destra, Cofferati si è fatto molti nemici. E non ci riferiamo soltanto a Casini e soci (questi, ovviamente, hanno tutto l’interesse a denigrarlo) ma a molti di coloro che, durante la campagna elettorale, l’avevano sostenuto. Due sono, sostanzialmente, le aree dissidenti: da un lato i militanti della sinistra radicale che, come si è detto, l’accusano di autoritarismo; dall’altro parte dei membri della "sinistra dei club", degli ex-girotondini, che gli rinfacciano di aver dimenticato le promesse fatte a proposito di partecipazione. Che l’autoritario Cofferati sia un po’ fissato con la "legalità" appare evidente: non contento che a Bologna, da tempo, sia stato ormai regolamentato tutto il regolamentabile (con normative al limite della comicità), pretende anche che tali regolamenti siano rispettati alla lettera e definisce "degrado" ogni piccola trasgressione. Quelle, s’intende, commesse dai semplici cittadini, perché su quelle commesse all’interno delle istituzioni appare molto più cauto, limitandosi a dichiarare che attende (peraltro, correttamente) le (lontanissime) conclusioni della magistratura. Tuttavia sembra un po’ debole incentrare la critica su queste tendenze maniacali (oltretutto, largamente diffuse tra i Bolognesi): le regole sono necessarie alla convivenza; il problema sta piuttosto nel decidere quali debbano essere (e far sì che siano poche, chiare e ragionevoli).Quanto alla questione della partecipazione, sollevata da parte della "sinistra dei club", appare un po’ pretestuosa. Che cosa significa "partecipazione"? Se significa un reale decentramento di poteri, non si può che essere d‘accordo con tale richiesta. Ma non sembra che i critici di Cofferati la intendano in questo modo. Talvolta sembrano riferirsi ad ambigui processi consultivi simili a quelli messi in moto dalla giunta attuale (ma anche, bisogna dirlo, dalla precedente) a proposito della redazione del Piano Strutturale Comunale; più spesso sembrano soltanto voler essere "ascoltati" dal sindaco in quanto membri di associazioni che l’hanno sostenuto; ed è forte nei cittadini la sensazione che rivendichino, in buona sostanza, canali privilegiati.Si ha l’impressione che, per ciò che riguarda gli attacchi provenienti dalla sinistra, il sindaco possa dormire sonni tranquilli. Per costruire un’alternativa alla sua grigia gestione, occorrerebbe elaborare un progetto alternativo di convivenza civile, e dotarsi degli strumenti necessari per realizzarlo, strumenti che non necessariamente sono quelli elettorali. Genova: Sanguineti, Scalzone e l’odio di classe Hanno fatto scalpore le dichiarazioni di Edoardo Sanguineti, il poeta candidato come sindaco dal Partito della Rifondazione Comunista, che ha affermato che è ora che gli operai rispolverino l’odio di classe, visto che i padroni odiano i lavoratori. Ma ancor più ne hanno fatto quelle di Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio recentemente rientrato in Italia, riportate dal Corriere della sera del 5 febbraio. Oreste Scalzone si è scagliato contro quel «demagogo volgare e irresponsabile» di Sanguineti «perchè è inammissibile che un intellettuale si permetta di parlare di odio di classe e subito dopo se ne lavi le mani chiarendo che è contrario alla violenza». «Ma come si fa – prosegue – a dire una simile castroneria? Che cosa intende per "odio nonviolento"?». Odio e violenza, secondo Scalzone, sarebbero indivisibili «per cui se uno ha fame, rompe la vetrina per mangiare. Invece no, il professore avverte l’esigenza di precisare che l’odio va bene, ma nessuno si sogni di tirare una pietra!» Non ci è piaciuta l’uscita di Sanguineti, perchè non ci sembra opportuno predicare l’odio, neppure nei confronti degli sfruttatori; ma ancora meno ci è piaciuta quella di Scalzone. L’odio è spesso alla radice della violenza, ma non è indivisibile da essa: ci possono essere ottimi motivi per invitare ad astenersi dalla violenza contro i tiranni, assai meno per invitare ad astenersi dall’odio nei loro confronti. Può dunque esistere, eccome, in chi è capace di controllare i propri istinti, un "odio nonviolento". Che c’entri poi, con tutto questo, chi «ha fame e rompe la vetrina per mangiare» lo sa solo Scalzone. La fame è un sentimento assai diverso dall’odio, e giustifica molte più azioni. Quanto poi al fatto che chi «rompe la vetrina per mangiare» sia da considerare un violento, sembra piuttosto discutibile. Le sue idee, venticinque anni fa, ci parevano confuse. La prima impressione è che venticinque anni di esilio non abbiano contribuito a chiarirgliele.
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