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Oramai ogni mese dell’anno ha
il suo festival cinematografico di riferimento. In attesa di capire se
esisterà ancora un Novembre dedicato al Torino Film Festival dopo la
nomina di Direttore Artistico a Nanni Moretti, l’iniziale entusiasmo
del regista, i malumori dell’Associazione Cinema Giovani, da sempre
organizzatrice della manifestazione e detronizzata, pare, senza
avvertimento, e la definitiva rinuncia di Moretti (queste le parole
concesse alla stampa “vi lascio ai vostri
problemi di metodo, ai contrasti procedurali, ai rancori personali”),
non resta che godere del ricco Febbraio offerto dal Festival
Internazionale del Cinema di Berlino, sinteticamente noto come
Berlinale.
In programma nella città tedesca dall’8 al 18 febbraio, il festival offre dal lontano 6 giugno 1951 (film d’apertura “Rebecca” di Alfred Hitchcock, e Joan Fontaine ospite più importante) uno sguardo attento a conciliare le esigenze del mercato con i palati più fini di critici e cinefili. È sempre piuttosto difficile riuscire a capire in anticipo quali saranno i film selezionati per l’evento, perché spesso le case di distribuzione promettono e poi negano, magari in vista di vetrine ancora più prestigiose (Cannes resta la meta più ambita) e con il timore di essere penalizzati dalla competizione (essere in gara e non vincere piace poco, soprattutto agli Americani, sempre più inclini ad affollare feste e sezioni collaterali). Qualcosa però è trapelato. Pare che la giuria sarà presieduta da Paul Schrader e il programma punterà su Robert De Niro e George Clooney. Il primo torna alla regia dopo il riuscito “Bronx” del 1993 e con “The Good Shepherd” racconta, attraverso venticinque anni di storia americana, due ore e quaranta di proiezione e un cast stellare che include Matt Damon e Angelina Jolie, la nascita e lo sviluppo della C.I.A., l’agenzia di spionaggio più famosa del mondo. Il secondo è protagonista di “The Good German”, omaggio in bianco e nero dello sperimentatore Steven Soderbergh ai fumosi noir degli anni quaranta. L’ambientazione è nella Berlino del Dopoguerra, c’è un mistero, una donna (Cate Blanchett), un delitto. La verità sarà difficile da trovare, e anche da sopportare. L’arduo compito spetta al giornalista interpretato da George Clooney, sempre più impegnato a scrollarsi di dosso l’immagine di piacione che lo ha consacrato star. Oltre ai due colossi americani, altri autori internazionali hanno già un posto prenotato alla Berlinale. Arriverà sicuramente il viscerale coreano Park Chanwook che, terminata la “trilogia della vendetta”, si dedica a un’atipica storia d’amore all’interno di un ospedale psichiatrico tra un medico e una ragazza convinta di essere un cyborg (“I am a cyborg but that’s ok”). È dato per certo anche il regista danese Bille August che presenterà in prima mondiale “Goodbye Befana”, incentrato sulla vera storia di James Gregory, la guardia carceraria che in una prigione sudafricana è stata accanto a Nelson Mandela per vent’anni. Altra prima mondiale sarà “Irina Palm”, in cui l’attrice e cantante Marianne Faithfull, diretta dal belga Sam Garbarski, è una vedova cinquantenne indigente che accetta un lavoro in un club a luci rosse. L’evento di apertura sarà invece “La vie en rose”, biografia di Edith Piaf diretta da Olivier Dahn con Marion Cotillard nei panni della celebre cantante. Quanto all’Italia, ha conquistato un posto in concorso grazie a “In memoria di me” di Saverio Costanzo che, dopo il successo di “Private”, affronta il romanzo di Furio Monicelli “Il gesuita perfetto”, racconto dell’ingresso in noviziato di un giovane intellettuale senza vocazione. Ancora in forse nel momento in cui andiamo in stampa, ma probabile, la presenza di Ferzan Ozpetek e del suo “Saturno Contro”, riflessione sulle paure contemporanee attraverso uno sguardo corale che affianca Stefano Accorsi, Margherita Buy, Isabella Ferrari e Ambra Angiolini. Non resta che attendere il programma definitivo (il sito ufficiale è www.berlinale.de), fare la valigia, mettere la propria vita tra parentesi per una decina di giorni e gustarsi una vacanza a Berlino all’insegna del cinema. Luca Baroncini di Gabriele Muccino con Will Smith, Jaden Smith, Thandie Newton Gabriele Muccino realizza il suo sogno americano facendolo vivere sullo schermo a un sensibile Will Smith, nella parte di un uomo che credendo con determinazione nelle proprie capacità passa “dalle stalle alle stelle” (il film è tratto da una storia vera). Il problema, davanti al cammino di caduta e successivo riscatto del protagonista, non è certo cinematografico. Muccino è un bravo regista, sa dove mettere la macchina da presa, valorizza gli attori, mantiene una solida visione d’insieme ed è anche abile nel trattare i luoghi comuni cavalcando, con furbizia, un sentire contemporaneo. Però, però ... c’è un però! Ed è relativo alla qualità del sogno che realizza il protagonista. In questo senso il film, pur con la pacatezza che solo uno sguardo esterno poteva mantenere ed evitando facili trappole ricattatorie, resta ancorato a scelte narrative, ma soprattutto ideologiche, discutibili. Dietro alla Via Crucis edificante del protagonista, infatti, uomo volenteroso e di talento che cerca un’esistenza dignitosa per se stesso e il figlio, si nasconde, mistificata, la vera faccia del sogno: vincere. Se è vero che esistere non è vivere, è anche vero che trovare i soliti modelli beceri a dare un senso all’esistenza è poco rassicurante: bisogna superare una concorrenza spietata, distinguersi dalla massa, essere i migliori e diventare ricchi, anzi, ricchissimi. I valori di riferimento sembrano essere unicamente legati al possesso e all’ostentazione. Tra l’altro senza che lo stimolo alla scalata sociale derivi da una passione personale finalmente conseguita (al mondo della finanza il protagonista non si è mai interessato), ma dall’incontro casuale con un uomo in giacca e cravatta che guizza gaudente da una Ferrari. Il sogno del nuovo millennio non è più quindi “diventa quello che sei”, come la “generazione x” ci ha ripetuto per almeno due lustri, ma “diventa qualcuno, non importa chi, ma diventalo!”. Da questo punto di vista, il film di Muccino è più ambiguo di un prodotto smaccatamente teso a celebrare il “vuoto che brilla” come l’unico valore possibile, proprio perché più sottile nell’ammantare la vicenda di sentimento facendo vestire al protagonista l’abito del tapino. Ma forse il problema è che uno vorrebbe sempre trovare rappresentati sul grande schermo i suoi ideali, quindi il proprio film personale, e non quello a cui si è assistito. Tuttavia, ideologia sottesa a parte (che comunque il suo peso ce l’ha), il risultato è un prodotto commerciale abilmente costruito ed efficace.
Luca Baroncini di Zhang Yuan con Dong Bowen, Zhao Rui e Li Xiaofeng Uno strano film, ambientato nella Cina di Mao: non c’è vera trama e, forse, neppure vero messaggio. Un bambino di quattro anni viene portato in un asilo-collegio, alla cui disciplina fatica ad abituarsi. Tutto è piuttosto normale: le educatrici non sono particolarmente severe e sorridono molto; i premi e le punizioni da loro assegnate consistono, in genere, nel attribuire e togliere ai bambini fiori rossi; il protagonista, al quale va, comunque, la nostra solidarietà libertaria, non sembra particolarmente ribelle: quando a Napoli si parla di “roba da criature” si allude a marachelle assai più pesanti delle sue. Se, come ha scritto qualcuno, la pellicola voleva denunciare la spersonalizzazione attuata ai danni dei cittadini nella Cina maoista, la denuncia sembra piuttosto blanda: forse i sullodati critici non hanno frequentato gli asili italiani che, del resto, erano, all’epoca, assai pochi.
Luciano Nicolini
di Lars von Trier con Jens Albinus, Peter Gantzler e Fridrik Thor Fridriksson Se non l’avesse fatto von Trier, probabilmente, sarebbe passato inosservato. Tuttavia, si lascia guardare. Il dirigente di un’azienda informatica si trincera dietro le decisioni di un capo inesistente che, naturalmente, nessuno ha mai visto. Al momento di venderla, assolda un attore per impersonarlo e, immediatamente, nei suoi confronti, scattano le dinamiche tipiche del “rapporto col capo”, rese più complicate dal fatto che il subdolo l’aveva descritto a ciascun collaboratore in modo differente, costruendo così un diverso rapporto. Buone alcune battute; discutibile l’uso della macchina da presa, guidata da un computer. Luciano Nicolini
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