Bertinotti & C.: traditori o traditi?

Somalia: tornano i signori della guerra

Afghanistan - Foto Arcobaleno
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Bertinotti & C.:  traditori o traditi?

E’ forse un caso che, non appena è stato lasciato a se stesso, il movimento contro la guerra si sia ridotto a pochi isolati militanti?

Esaurito il tormentone della legge finanziaria, ma in perfetta coerenza con la sua conclusione, si torna a parlare della guerra.

Abbiamo già spiegato perchè la finanziaria appena approvata dal parlamento italiano sia da considerare una “finanziaria d’assalto”: non solo perchè va all’assalto dei redditi dei lavoratori; non solo perchè finanzia, in misura superiore alle precedenti, le forze armate; ma anche perchè tutta la sua impostazione sembra finalizzata ad una ripresa dell’intervento dello stato nell’economia, intervento che, con ogni probabilità, sarà incentrato sull’aumento delle spese militari.

Le spese militari, notoriamente, hanno senso solo se, poi, l’esercito viene impiegato; ed ecco che, immediatamente dopo il varo della legge, si torna a parlare di guerra e, innanzitutto, dell’allargamento della base NATO di Vicenza, dalla quale partiranno uomini e mezzi destinati a operazioni belliche, e del rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

Il Partito della Rifondazione Comunista, i Verdi e i Comunisti Italiani tuonano contro l’allargamento della base NATO e mugugnano a proposito del rifinanziamento della missione. La destra soffia sul fuoco, sperando che le divisioni interne al cosiddetto centro - sinistra provochino la caduta del governo Prodi.

Riteniamo tuttavia poco probabile che i suoi sogni si avverino a breve termine. Bertinotti, leader del Partito della Rifondazione Comunista, così come gli altri dirigenti delle formazioni di sinistra, sa benissimo che, con l’attuale sistema elettorale maggioritario, l’uscita dal governo si tradurrebbe in una perdita di voti (visto che gli elettori sono stati convinti che il voto dato a una formazione minoritaria sia inutile), e che tale perdita di voti porterebbe i loro partiti a estinguersi nel giro di breve tempo.

Certamente, fa imbestialire vedere gente che continua a rifinanziare la guerra, dopo aver proclamato per anni d’essere contraria ad essa “senza se e senza ma”; tuttavia, viene da domandarsi: “Chi ha tradito? Bertinotti, che predica bene e razzola male, o un movimento pacifista che predica poco e razzola ancor meno?”

Casella di testo: 1908: le nuove uniformi dell’esercito italiano (tavola di Achille Beltrame)
Certo, il Partito della Rifondazione Comunista dimostra, nei fatti, di aver appoggiato strumentalmente il movimento contro la guerra e, adesso che appoggiarlo lo danneggerebbe, tende ad abbandonarlo al suo destino; ma è forse un caso che, non appena è stato lasciato a se stesso, il movimento si sia ridotto a pochi isolati militanti?

A molti è piaciuto andare a Genova, nel 2001, sperando di partecipare a una grande festa;  molti si sono scandalizzati di fronte al comportamento di chi ha tramutato quella manifestazione in una tragedia; ma poi, di mettersi in gioco realmente, ben pochi hanno avuto voglia.

E il problema è che “mettersi in gioco realmente” non significa solo scendere nelle piazze a manifestare (cosa comunque importantissima), significa anche mettere in discussione un sistema sempre più basato sulla rendita di posizione e sullo sfruttamento del lavoro svolto nei paesi in via di sviluppo; significa progettare e costruire una società che rinunci a un discreto livello di consumi (assicurato oggi a buona parte della popolazione dei paesi occidentali) in cambio di maggiore libertà, maggiore solidarietà, maggiore sicurezza sociale (per ora, soltanto ipotetiche); significa cioè porsi obiettivi che, normalmente, vengono classificati come “chimere”.

Possiamo aspettarcelo dai politici, se non è il popolo della sinistra, per primo, a incamminarsi chiaramente in questa direzione?  

(Redazionale)

 

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Somalia: tornano i signori della guerra


Torna il fuoco in Somalia. Il 28 dicembre, un intervento dell’esercito etiope e dei signori della guerra locali, sostenuto dagli Usa, ha rovesciato il governo delle Corti Islamiche insediatosi a Mogadiscio nel giugno scorso. Il cosiddetto Governo Transitorio, nato nel 2004 a Nairobi per volere della comunità internazionale, ha potuto per la prima volta fare ingresso nella capitale. Fin dalla sua creazione era infatti stato costretto a stabilirsi a Baidoa, vicina ai confini etiopi, senza  esercitare il minimo controllo sul territorio nazionale.

Ma il nuovo assetto somalo è tutto fuorché stabile e la permanenza nella capitale di gruppi vicini alle Corti Islamiche preannuncia uno scenario da guerra civile.

Quella della Somalia è una storia travagliata di scontri e instabilità interna, intrecciatasi negli anni con interessi economici e strategici internazionali. Il regime di Siad Barre, instauratosi nel 1969, è rovesciato nel 1991 dai ribelli del Congresso della Somalia. Mogadiscio cade allora nelle mani dei signori della guerra, che si dividono la città in tanti fortini, ciascuno difeso da una milizia e sostenuto da sistemi di estorsione e corruzione. Nel dicembre 1992, a fronte di una tragica carestia e della guerra civile tra i signori della guerra, gli Usa e l’Onu lanciano l’operazione internazionale Restore Hope, in cui vengono coinvolti anche soldati italiani. Ma la presenza militare straniera, sentita più come un’invasione che come un aiuto, include azioni belliche e vessazioni sui civili (si ricordi lo scandalo che coinvolse i soldati italiani, accusati di stupro e tortura a danno della popolazione), e ha presto fine. Nel 1993, 18 soldati statunitensi vengono uccisi e la popolazione si scaglia sui corpi, mutilandoli e portandoli in trionfo per le strade di Mogadiscio. Gli Stati Uniti cominciano il ritiro, seguiti dall’Onu. Nel 1995 tutti i soldati stranieri sono usciti dalla Somalia.

Negli anni successivi dominano incontrastati i signori della guerra. Solo nel 2004, in un processo volto a ristabilire l’equilibrio interno, vengono formati un parlamento e un governo transitorio, guidato dal premier Abdullahi Yusuf, e nominato presidente Mohamed Gedi. La formazione, che si insedierà a Baidoa, è però poco più che un governo fantoccio.

Nel frattempo in Somalia nasce una nuova formazione, di estrazione religiosa, composta da gruppi islamici di Mogadiscio, l’Unione delle Corti Islamiche (Uci). Nel giugno 2006, in soli tre giorni, l’Uci prende il potere nella capitale, sfaldando il dominio dei signori della guerra. Poco per volta avanza arrivando a controllare gran parte del sud della Somalia.

Dopo anni di disordine e corruzione, Mogadiscio ha potuto conoscere una stabilità sociale e politica. Il governo islamico ha adottato la sharia, la rigida legge coranica, ma al tempo stesso ha eliminato i posti di blocco che frammentavano la città, le estorsioni, le divisioni interne. Ha riaperto dopo un decennio lo scalo aereo internazionale e il porto della capitale

Evidentemente il nuovo assetto nazionale stava stretto a qualcuno. E la situazione è stata presto rovesciata.

La Somalia, dal punto di vista economico e strategico, è un paese molto interessante. Potenzialmente ricca di risorse energetiche ancora inesplorate e collocata in una posizione allettante, sul Corno d’Africa, punto di passaggio tra Mar Rosso ed Oceano Indiano, è stata territorio di conquista fin dall’epoca coloniale. Oggi, come buona parte del continente africano, si trova in mezzo ad un fuoco incrociato. Negli ultimi anni la Cina ha preso accordi con vari governi della zona, concedendo armi e firmando accordi economici in cambio delle concessioni per lo sfruttamento di risorse petrolifere. E gli Usa non sono stati a guardare. Fin dai tempi di Siad Barre quattro multinazionali petrolifere statunitensi (Conoco, Anoco, Chevron e Phillips) hanno firmato accordi con la Somalia per avere l’esclusiva sull’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse di greggio.

Già con l’operazione Restore Hope l’intervento umanitario aveva fatto da spalla a un’azione volta all’avanzamento nel paese. Gli Americani messi in fuga hanno poi provato a riorganizzarsi e nel 2002 hanno instaurato una base militare nel confinante stato di Gibuti, che contiene oggi 1.800 soldati.

L’occasione di intervento è venuta  con la presa di Mogadiscio da parte di una forza islamica. Inneggiando alla lotta al terrorismo e affidandosi al fedele alleato etiope, che aveva già appoggiato l’attacco all’Iraq, gli Usa hanno promosso un intervento per abbattere il nuovo ordine somalo. Sono poi intervenuti direttamente con attacchi aerei per colpire gli islamici in fuga da Mogadiscio. 

Ora la situazione nella capitale sembra essere tornata a qualche anno addietro, i signori della guerra riprendono il loro posto e la città è frammentata. Il governo transitorio non può contare sull’appoggio della popolazione, e con il ritiro delle truppe etiopi la situazione rischia di aggravarsi.

La reazione dell’Uci per ora rimane un’incognita. Si tratta di una formazione composita, al cui interno si trovano una parte moderata e disposta al dialogo, guidata da Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, già consegnatosi alle autorità keniote, e alcune frange più intransigenti, differenziate anche dal diverso grado di integralismo religioso, pronte a dichiarare battaglia.

Il controllo della Somalia, e del Corno d’Africa più in generale, è ormai di primaria importanza per le politiche internazionali del futuro. Destabilizzarlo significa renderlo debole, più facilmente conquistabile e potenziale punto d’appoggio in una regione estremamente strategica, anche nel caso di guerre di maggiore dimensione, come un eventuale attacco all’Iran.

 

Ilaria Leccardi

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