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A proposito di pacifismo, sesso e videogiochi

Una finanziaria d'assalto

Verona: la casa di Giulietta tappezzata di biglietti d'amore - Foto G. B. Salbaroli
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A proposito di pacifismo, sesso e videogiochi

Non si mette mai abbastanza in evidenza l’importanza che ha assunto il controllo dei giornali da parte della classe dirigente.

«I giornali? Ma se, in Italia, non li legge nessuno! Parliamo, piuttosto del controllo delle televisioni...»

Certo, è importante anche quello. Ma, molto spesso, radio e televisioni non fanno altro che riportare e commentare notizie pubblicate dai giornali. Così, al mattino, mentre assonnati sorseggiamo il caffè, ascoltiamo disinvolti imbonitori che commentano le ultime baggianate riportate da quotidiani largamente sovvenzionati dallo stato e dalla pubblicità delle grandi industrie; in autobus, per ingannare il tempo, leggiamo quotidiani gratuiti (per noi, ma non per chi li paga); sul lavoro, se impiegati, siamo condizionati dalle notizie apparse nella rassegna stampa che qualcuno ha appoggiato sul tavolo del capoufficio; se operai, utilizziamo i quotidiani per evitare di sporcare il pavimento, per asciugarlo, per costruire un cappello da imbianchino: e l’occhio cade sui titoli, mentre la radio, tra una canzone e l’altra, continua a riempirci la testa con le stesse notizie.

Si torna a casa, sul medesimo autobus, e vogliamo sapere che cosa c’è in televisione, o magari al cinema: diamo un’occhiata a un giornale, che ci consiglia cosa guardare e, nel frattempo, sottolinea, con titoli ad effetto, quali novità siano da considerare importanti.

Sul penultimo numero di Cenerentola abbiamo evidenziato come, grazie al martellamento operato dai quotidiani, si sia riusciti a far sembrare normali le affermazioni più assurde; sull’ultimo come, al contrario, si sia riusciti a far sembrare sensazionali le notizie più normali: «E’ arrivata l’influenza. I primi due casi a Milano», titolava il 28 novembre, in prima pagina, un noto giornale gratuito (si tratta di City che, detto per inciso, è il migliore fra quelli in distribuzione).

Questa volta affronteremo un altro aspetto del problema: il ruolo degli opinionisti, delle persone cioè che più influenzano il modo di pensare del lettore piccolo borghese, quello che, in virtù degli studi compiuti, si crede (spesso a ragione) capace di elaborare un punto di vista autonomo, ma che è bene, per il potere, sia guidato nel godere di tale pericolosa autonomia di pensiero.

Partiamo dagli articoli contenuti nella prima pagina del Corriere della sera di lunedì 11 dicembre, che abbiamo trovato in distribuzione gratuita su un treno regionale frequentato da pendolari. E’ il quotidiano più letto in Italia (e uno dei migliori): non ci si potrà accusare di aver scelto una testata secondaria...

In alto a sinistra risalta un articolo di Giovanni Sartori, uno degli opinionisti più influenti, intitolato «Grandi pericoli e pacifisti ciechi» in basso, un editoriale di Francesco Alberoni, il sociologo più citato nei salotti, che ci parla del «sesso in rete».

Giovanni Sartori inizia col sottolineare quanto fosse esagerato l’allarme provocato nel nostro paese dal pericolo costituito dal polonio (se ne parlava molto in quei giorni) arrivando alla giusta conclusione che «siamo paurosissimi. Dalla mucca pazza alla aviaria, e ora al polonio, basta un nonnulla per ingenerare panico e isterismi di massa».

E prosegue: «La metterei così: che mentre i rischi piccoli e casuali ci fanno perdere la testa, per i rischi nucleari, chimici e batteriologici, e cioè certezze infinitamente più grandi, abbiamo la  panacea: il pacifismo (...). Il problema – secondo lui – è che i pacifisti prosperano negli Stati pacifici, dove servono a poco e sono semmai controproducenti, mentre non si vedono e non si sentono negli Stati dove servirebbero. Grossissimo modo, le nazioni pacifiche che davvero detestano la guerra mettono insieme, oggi, un miliardo di persone; mentre gli Stati dove i pacifisti, se ci fossero, verrebbero mazziati, ne annoverano cinque miliardi. E siccome il pacifista circondato da armati ne stimola l’aggressività ed è solo uno scemo che si fa picchiare offrendo l’altra guancia, la soluzione pacifista non risolve il problema; anzi lo aggrava».

Ed ecco che, partendo dal polonio è riuscito ad arrivare dove, presumibilmente, voleva: alla giustificazione delle “guerre preventive”.

Peccato che:

- non ci dica quali siano, a suo parere, gli Stati pacifici (Gli USA, che intervengono militarmente ovunque? L’Italia che, non contenta di seguirli nelle più folli avventure, lo fa anche in proprio, come accade in Libano?);

- l’affermazione secondo la quale «il pacifista circondato da armati ne stimola l’aggressività» sia chiaramente falsa, potendosi  al massimo  sostenere che non riesca a contenerla efficacemente.

Come è chiaramente falsa l’affermazione secondo la quale  «la soluzione pacifista non risolve il problema; anzi lo aggrava»: ciò che non risolve il problema, anzi lo aggrava, almeno se guardiamo la situazione irachena, sembra piuttosto essere l’intervento militare.

Sartori queste cose le sa benissimo; tanto che, dopo aver messo un punto, va a capo e prosegue: «Torno così, per esemplificare in concreto, al caso dell’Iraq. Fu una guerra sbagliata gestita in modo sbagliatissimo. D’accordo. Ma a frittata fatta la soluzione è di andarsene? Lasciando che cosa? Una guerra civile tra sciiti e sunniti? Fatti loro, rispondono (poco cristianamente) i nostri pacifisti. Ma anche lasciando spazio per l’insediamento di uno Stato o sottoStato terrorista in grado di produrre bombe “sporche” e ancor più indisturbato, terrificanti armi batteriologiche e chimiche».

Siamo all’assurdo: prima si giustifica l’aggressione all’Iraq sostenendo che possiede armi di distruzione di massa  (cosa, a quanto pare, falsa); poi, di fronte alla forte reazione della popolazione contro gli invasori, si cerca di dividerla, creando un clima da guerra civile (che prima non c’era); infine si sostiene la necessità di continuare l’occupazione militare col pretesto di evitare i rischi connessi alla situazione che si è creata. E si pretende pure di essere giudicati ragionevoli!

Meno odioso, ma ugualmente assurdo e, sostanzialmente, reazionario, l’articolo di Francesco Alberoni, che prende spunto da alcune “notizie” (?) apparse sulla stampa quotidiana.

«Una ragazza di sedici anni tenta il suicidio perchè il suo ex fidanzato ha inviato a tutti i loro conoscenti le foto erotiche che le aveva fatto. In una scuola alcuni ragazzi e ragazze di tredici anni fanno sesso orale e lo diffondono col cellulare. Un’altra ragazza della stessa età fa foto porno a pagamento. E’ solo la punta dell’iceberg. Perchè succede?»

A causa – sostiene Alberoni - del «cambio di costume dovuto a Internet». Infatti: «Oggi un ragazzino di dodici anni, cliccando una parola innocua come “sesso”, può accedere a migliaia di foto o filmati di pornografia estrema: un invito all’imitazione».

Fino a qui, si tratta di un’opinione come un’altra, ma guardate come prosegue: «Fino a pochi anni fa le conoscenze sessuali si sviluppavano in parallelo alle esperienze amorose, oggi vengono fornite da Internet nella loro forma più arida, brutale, promiscua. La nuova generazione viene educata al sesso senza il calore, la tenerezza, la ricchezza dell’amore. Il sesso, preso da solo, è leggero, divertimento, gioco, scherzo. Ma nell’essere umano c’è anche l’amore. E l’amore è dramma, perchè riguarda l’essere, il senso della vita. L’amore è estasi o tormento, vita o morte. L’amore ci dona la più grande felicità ma anche attesa, angoscia, gelosia, batticuore. E la pallottola leggera del sesso lo può uccidere.

Prendiamo due ragazzi di vent’anni profondamente innamorati. E’ il primo vero grande amore della vita, l’esperienza cruciale che plasmerà il loro futuro. E ora qualcuno manda all’uomo il filmato dei rapporti sessuali che la ragazza ha avuto, nel passato, con un altro, o li mette in Internet. Per l’amore quel filmato è una lama avvelenata, una pallottola sparata nel cuore».

Non si sa se ridere o piangere.

La verità è che fino a pochi anni fa (o, perlomeno, fino a pochi decenni fa) le conoscenze sessuali si apprendevano attraverso le barzellette “spinte” raccontate dai coetanei, con quali effetti sui rapporti sessuali, si può facilmente capire. Ed erano soprattutto le ragazze, ovviamente, a  subirli. Si può immaginare qualcosa di più “arido e brutale”? 

Quanto al fatto che, in alcuni casi, l’amore possa essere dramma e tormento, e “donarci” angoscia e gelosia, è purtroppo vero; ma per arrivare alla gelosia retroattiva occorre proprio essere perversi!

Prendiamo due ventenni profondamente innamorati. E ammettiamo che qualcuno mandi «all’uomo il filmato dei  rapporti  sessuali   che  la ragazza ha avuto, nel passato, con un altro»: certamente non si tratta di un gesto carino, ma che «per l’amore quel filmato sia una lama avvelenata, una pallottola sparata nel cuore» sembra piuttosto assurdo, a meno che il maschio in questione pretenda, oltre all’esclusiva dell’utilizzo del corpo della “sua” femmina, anche la garanzia che non si tratti di “merce usata”. Non sembra inoltre casuale il fatto che Alberoni non abbia fatto l’esempio opposto, quello in cui “qualcuno manda alla donna il filmato dei rapporti sessuali che il ragazzo ha avuto, nel passato, con un’altra”...

Più vicina, ma non troppo, alla nostra sensibilità è Concita De Gregorio, titolare di una rubrica che compare, ogni settimana, su la Repubblica delle Donne (assai più interessante, per la verità, di quella “degli uomini”).

Negli stessi giorni di dicembre è intervenuta sul problema del “bullismo”, affrontandolo come se si trattasse di una novità e coinvolgesse soltanto i giovani. Inizia descrivendo un esperimento fatto in un’università americana. Questa «ha preso due gruppi di 130 studenti di età compresa fra 18 e 20 anni, ha messo il primo gruppo a giocare per due giorni con videogames del tipo seviziate la ragazzina e seppellitela viva, uccidete investendo con l’auto la madre incinta e accoltellate i vostri genitori poi trovate dove nascondono l’eredità. Dunque: 130 ventenni due giorni alla play station e gli altri 130 in biblioteca a leggere.  La settimana successiva i 260 tutti insieme hanno assistito alla proiezione di filmati, telegiornali e documenti di reali situazioni di guerra con bombe, morti, cadaveri, bambini dilaniati e ordinario orrore dal mondo. Tutti gli studenti avevano addosso apparecchiature per misurare il battito cardiaco e la sudorazione. I centotrenta della biblioteca hanno reagito con tachicardia e paura di fronte allo spettacolo del pericolo e della tragedia, i centotrenta del videogames non hanno manifestato nessuna reazione apprezzabile. Zero, nessuna emozione. Il medico che a cena illustrava la ricerca a un gruppo di colleghi e di amici ha commentato così: sono convinto che fra cinque anni ci riuniremo per discutere come trattare i danni provocati a un’intera generazione dalla violenza omeopatica dei videogiochi capace di anestetizzare il senso di responsabilità e di realtà».

E’ possibile: già ora ci troviamo a discutere come trattare i danni provocati a un’intera generazione dalla violenza omeopatica dei telefilm polizieschi americani, capaci di anestetizzare il senso di responsabilità e di realtà; e lo stesso era accaduto con la generazione precedente, influenzata dalla violenza omeopatica dei film western. Ed è anche possibile che quest’ultimi, come i telefilm polizieschi e i videogiochi, possano effettivamente svolgere un ruolo nel generare fenomeni di “bullismo”.

Tuttavia, sembra utile ricordare che il “bullismo”, purtroppo, c’è sempre stato, anche prima che esistessero il cinema, la televisione e i videogiochi; che all’interno delle bande costituite da bambini ha sempre dominato il più forte; che tra gli adolescenti, si sono sempre verificati episodi, anche molto gravi, di violenza; che, all’interno dell’esercito di leva, il nonnismo, tranne nel corso dei mitici anni settanta, è sempre stato di casa; infine, che la legge del più forte vale, tutt’ora, anche nel mondo degli adulti, con la sola differenza che l’imposizione della forza fisica del maschio dominante è sostituita da quella di persone armate, impiegate alle dipendenze di chi detiene, legalmente o illegalmente, il potere.

C’è inoltre da domandarsi se faccia più danni alle giovani generazioni la violenza omeopatica dei videogiochi o, per tornare da dove eravamo partiti, la martellante propaganda sull’eticità della guerra preventiva, capace anch’essa, come ci sembra largamente  dimostrato, di anestetizzare il senso di responsabilità e di realtà.

 

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Una finanziaria d'assalto


Con la definitiva approvazione da parte del Parlamento, la manovra finanziaria è diventata legge dello Stato. Peccato. Ci mancherà un po’ il clima che l’ha accompagnata, un mix tra sceneggiata napoletana e “reality” televisivo. Protagonisti: un governo che proponeva, a giorni alterni, tutto e il contrario di tutto e una maggioranza parlamentare pervasa dagli psicodrammi di comunisti che toglievano denaro ai lavoratori per darlo ai padroni e di pacifisti che votavano per l’aumento delle spese militari. Speriamo che la Rai abbia programmato un nuovo spettacolo di intrattenimento che riempia il vuoto lasciato dalla fine dell’iter della manovra di bilancio.

Il provvedimento del governo Prodi è un insieme di numerose misure. Analizzarlo nel dettaglio richiederebbe ben altri spazi che non l’esiguo numero di pagine di Cenerentola. Non ci proverò neanche.

Mi interessa, invece, cercare di enucleare il senso generale di questa manovra.

Secondo i calcoli del governo, la finanziaria del 2007 dovrebbe muovere circa 34 miliardi di euro. Le entrate dello Stato crescerebbero di 24 miliardi e le sue uscite diminuirebbero di 10 miliardi. Quali sono le destinazioni di questa enorme quantità di denaro? Il piano prevede di utilizzare circa 15 miliardi per abbattere il deficit di bilancio dello Stato nel 2007. In questo modo l’Italia tornerebbe a rispettare i parametri di Maastricht, facendo rientrare l’incidenza del deficit pubblico sul prodotto interno lordo sotto la soglia del 3%. Tale intervento era, in certa misura, “dovuto”. Era quello che il resto dell’Europa chiedeva all’Italia dopo cinque anni di allegri governi della Casa delle (loro) Libertà. D’altra parte, va ricordato, il nostro paese aveva sottoscritto l’impegno di rispettare i cosiddetti parametri di stabilità.

Però i conti ancora non tornano. Il governo si ritroverà con 34 miliardi in più e afferma di migliorare il suo bilancio di 15 miliardi. E gli altri 19 (la maggior parte) che fine fanno? Ci viene in soccorso la Banca d’Italia che, dopo aver studiato i provvedimenti contenuti nella finanziaria, ci spiega che, nel 2007, lo Stato intende destinare 5 miliardi per ridurre alcune entrate e altri 14 miliardi per aumentare le spese.

Provo a sintetizzare: il governo Prodi incassa 34 miliardi in più. Se ne tiene 15 per sé e gli altri 19 li distribuisce agli Italiani. Siamo quindi di fronte ad una manovra finanziaria con un impianto fortemente redistributivo. Ma a chi andranno questi soldi?

Su questo punto ci aiuta Prometeia, l’istituto bolognese di previsioni economiche vicino all’attuale area governativa. Secondo tale autorevole fonte, nel corso del 2007, gli effetti della finanziaria sul reddito disponibile delle famiglie determineranno una riduzione di 3,6 miliardi di euro, mentre le imprese beneficeranno di trasferimenti per un miliardo di euro. La manovra che il governo ha varato, in pratica, sposta il reddito dalle tasche delle famiglie a quelle delle imprese. È purtroppo ovvio chi pagherà, i soliti: lavoratori dipendenti, proprietari di auto vecchie, cittadini che si rivolgono al servizio sanitario nazionale. Questo flusso di denaro finirà, in buona parte, nei conti economici delle aziende, aumentandone i profitti. Beh, è proprio una bella trovata! Ci voleva un governo di centro sinistra (al cui interno hanno un peso rilevante post comunisti, comunisti italiani,  rifondatori comunisti ed ecologisti) per studiare e realizzare una manovra di questo genere?

D’altra parte, anche alla luce della sua formazione politica ed accademica, è verosimile pensare che Prodi abbia in mente un programma a medio termine. Il suo piano sarebbe, in sostanza, un intervento keynesiano. Lo Stato incorpora risorse (34 miliardi nel 2007) che solo in parte usa per risanare i suoi conti (15 miliardi). Con il resto del denaro a disposizione (19 miliardi nel 2007) si avvia una politica di rilancio dell’intervento pubblico destinato   a sostenere   le imprese italiane. Almeno fino a quando non riparte la congiuntura mondiale. 

Fin qui niente di nuovo. È dagli anni ’30 del secolo scorso che, quando sorgono problemi economici, i governi intervengono per aiutare la congiuntura. È inoltre prevedibile che, nel momento in cui si manifesterà una significativa ripresa, lo Stato faccia marcia indietro riducendo la sua presenza.

Sorge però un dubbio: quali saranno i settori di intervento pubblico? Le infrastrutture (strade, ponti, gallerie, etc.)? Non è detto, i Verdi (al governo) e altri (vedi Val Susa) potrebbero frapporre ostacoli. Le attività produttive, magari quelle tecnologicamente avanzate? Difficile, l’Unione Europea non accetterebbe il ritorno dello Stato imprenditore. La spesa sociale? No, è proprio quella che vogliono tagliare: la finanziaria prevede, per il 2007, una spesa sanitaria uguale a quella del 2006, mentre per la prossima primavera è previsto un ulteriore intervento per ridurre le prestazioni pensionistiche.

Ma allora dove potrebbe essere impiegata la maggior parte di queste risorse? Rimane aperto un campo su cui la macchina propagandistica sta lavorando già da molto tempo, un terreno su cui è difficile opporsi: la spesa militare. Le prove generali le abbiamo già viste. I nostri soldati sono stati ritirati dall’Iraq, ma solo per essere dispiegati immediatamente in Libano. Naturalmente, sotto l’egida della bandiera dell’Onu. Da questo punto di vista, l’uso di tale vessillo rischia di essere la principale differenza tra governi di centro destra e governi di centro sinistra.

Ma è proprio qui che sta la buona notizia! Finalmente lo Stato torna ad intervenire efficacemente nell’economia, costruendo occupazione e benessere grazie agli investimenti nell’esercito. Poi, come è ovvio, occorrerà utilizzare tali spese, anche se solo per nobili cause. Gli Italiani dovranno ringraziare i nostri previdenti governi se nei prossimi anni avranno qualche soldo in più in tasca. E, anche se questo non dovesse avvenire, se cioè non ci fosse un aumento di reddito per i lavoratori, volete mettere il beneficio che ne trarrà l’orgoglio nazionale nel vedere il tricolore sventolare sui principali campi di battaglia di tutto il mondo? E che dire del prestigio internazionale del nostro paese? Altro che campionato mondiale di calcio! Il primo ministro israeliano ha già espresso gradimento per una eventuale presenza militare italiana a Gaza (“visto che ci tengono tanto, se la vedano loro con gli islamici di Hamas”, deve aver pensato). E poi il mondo è pieno di conflitti piccoli e grandi che abbisognano di missioni umanitarie …

Restano, come piccoli granelli di sabbia in un oceano, alcune sconclusionate domande: perché i soldi dei contribuenti devono essere sperperati in avventure militariste? Perché i cittadini italiani devono essere coinvolti in guerre che non potranno che peggiorare la loro sicurezza? Dove sono finiti i pacifisti “senza se e senza ma”? Vogliamo davvero che i nostri politici ci trattino come dei soldatini con cui fare i loro giochi?

Ma, si sa, sono i soliti dubbi di chi non ha la capacità di comprendere gli innegabili vantaggi che la partecipazione (con intenti pacifici, naturalmente) ai conflitti militari genera. Non ci si può far fermare da vacui pregiudizi.

Toni Iero

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