![]() |
|
![]() |
(Lifegate Music 2006) E’ dal 2000 che i Gang non facevano un album da soli; in mezzo a questo lungo intervallo era uscito l’eccellente “Nel tempo e oltre, cantando”, suonato insieme a La Macina, gruppo marchigiano di ricerca folk, dove però non c’erano canzoni inedite. Certo, in questi anni gli alfieri del “combat folk-rock” italiano si sono spesi senza riserve tra mille concerti, collaborazioni, tributi ecc… Inoltre i Gang hanno una brutta abitudine: dicono quello che pensano del mondo discografico e della musica rock italiana, cosa che non li ha certo agevolati nello stampare cd. “Il seme e la speranza” rompe dunque un lungo digiuno ed ha una genesi curiosa: pensato originariamente come omaggio della CIA ai suoi associati (Confederazione Italiana Agricoltori, ovviamente), si è invece deciso di fare un prodotto per il pubblico a causa della “fame” di Gang che c’è in giro. E’ un album a tema, dove l’amore per il mondo contadino dei fratelli Severini (anima della band) si esprime in tutte le salse: folk, rock latino, canzoni d’autore, cori delle mondine, lunghi parlati, filastrocche di cantastorie ecc… Però tra riarrangiamenti di vecchi “cavalli di battaglia” del gruppo, brani tradizionali rivisitati e cover di pezzi altrui, a ben vedere i brani nuovi sono soltanto quattro. Insomma, la lunga attesa è stata solo parzialmente ripagata. Ci sarà chi apprezza la tendenza ormai conclamata dei nostri ad ispirarsi ai grandi autori americani della canzone impegnata (da Woody Guthrie a Pete Seeger, come sta facendo anche l’ultimo Springsteen). Noi invece crediamo che senza un ulteriore approfondimento delle proprie radici popolari dell’Italia centrale, a cui la collaborazione con La Macina sembrava fare da preludio, i Gang rischiano di perdere quel tasso di originalità e di coraggio che, nonostante boicottaggi di case discografiche e censure Rai, li aveva preservati dall’oblio. Gli episodi più emozionanti dell’album sono “4 Maggio 1944 – in memoria” in cui i Gang raccontano la strage di una famiglia contadina ad opera dei nazisti, e la cover del celebre pezzo di Guthrie “This Land is your Land”, diventata una sorta di “We are the World” di casa nostra dove, tra i numerosi partecipanti, troviamo componenti di Modena City Ramblers, Marmaya, Yo Yo Mundi, Tupamaros, Del Sangre ecc… Insomma, praticamente tutti i rappresentanti del combat - rock italiano che, senza i Gang come “testa d’ariete”, non avrebbero mai trovato la dimensione e l’importanza che hanno rivestito dagli anni ’90 fino ad oggi nella musica italiana. Purtroppo alcuni di questi gruppi, sulla breccia da 10 – 15 anni, si sono appena sciolti o sembrano in procinto di farlo. Speriamo che questo ciclo non sia ancora finito: al momento, non riusciamo a scorgere nuovi filoni artistici altrettanto interessanti. I Gang hanno promesso per il 2007 un nuovo album più politico e, ovviamente, incazzato. Attendiamo la zampata dei vecchi leoni e nel frattempo continuiamo ad inseguirli nei loro concerti, sempre imprevedibili e ricchi di interessanti provocazioni del “cantore” Marino Severini.
Roberto Zani (cofanetto con 3 CD) Molto economico, e acquistabile scorporato dalla rivista Sorrisi e Canzoni TV, ci ridà il profumo e i ritmi, ma anche melodie e armonie di un vero poeta in musica, purtroppo tra noi solo nel ricordo. Grande ne “Il poeta”, prima canzone a parlare di suicidio, quando il tema era un tabù (ma Tenco…), dove si accenna con delicatezza alla “gran confusione mentale”, in “Ritornerai”, canzone-cult - emblema dell’amore perso, in “… e poi morire”, divertente e al tempo stesso autoironico, ne “Il Vecchiaccio”; che in “Adriano” ci parlava di un impossibile amore gay, che in “Io canterò politico” (censuratissimo all’epoca, pieno 1977) diceva, anzi cantava: “Io canterò politico, soltanto per la gente, che è pronta a riconoscere di non capirci niente; non è cambiando tattica o il nome del padrone, che il popolo ha finito d’esser preso per coglione”. Aveva sperimentato / tradotto il blues in versione melodica (“Hallo, Dolly” di Herman), quello di “Fever” (rythm and blues, invero) con “Garibaldi Blues”, aveva introdotto /praticato modalità da “bossa nova” con “O frigideiro”, misto di genovese e brasileiro, mentre “Genova per noi” ma anche “Ma se ghe penso” sono un inno non retorico a una città e a un modo di pensare (troppo autoironico Lauzi, quando con il suo conterraneo Villaggio sbeffeggiava il pregiudizio autoindotto del Genovese taccagno atavico). Straordinarie le sue interpretazioni delle canzoni di Battisti-Mogol (“Mary, oh Mary” nacque per lui, come altre creazioni), di Lucio Dalla (“Angeli”, forse il miglior Dalla), le sue traduzioni di Brel, con “Les Bigotes”, che nella versione italiana ha ancora un po’ d’acrimonia in più, meritata peraltro. Peccato non ci siano “Arrivano i Cinesi” e qualcosa d’altro, ma “L’ufficio in riva al mare” va bene, eccome. Lauzi umano, simpatico, poeta vero (anche senza musica, lo diceva anche Mario Luzi e non solo), attore (faceva “Colombo” in radio-Rai, negli anni Ottanta). Eugen Galasso
|
||