24° Torino Film Festival

Cinema sotto la Mole

24° Torino Film Festival

Maria Antonietta

Rayeh Baz - Parole

Babel

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24° Torino Film Festival

Torino – Cinema Ambrosio, Greenwich, Massimo - 10/18 novembre 2006


“Cinema sotto la Mole”

Se per chi ama il cinema il mese di Settembre significa Venezia e Ottobre, da quest’anno, si identifica con Roma, il mese di Novembre rappresenta da ben 24 anni la città di Torino. Il capoluogo piemontese è infatti la sede di uno dei festival più originali e interessanti del panorama internazionale. Nove intense giornate dedicate al cinema a 360°, con un occhio al mercato, in modo da non perdere l’attenzione della stampa (comunque parca, al di là di quella specialistica, nel documentare l’evento), e un altro concentrato sul nuovo che avanza, con attenzione, però, a non dimenticare gli insegnamenti del passato.

Fulcro della manifestazione è ancora una volta il Concorso Internazionale, dedicato alla ricerca e alla scoperta di nuovi autori, con una preferenza per le opere prime o seconde. Dei 12 titoli in gara, 4 prime mondiali e 4 internazionali. A conquistare il favore della giuria, nel non sempre facile percorso imbastito dai due direttori Giulia D’Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto, è stato lo spagnolo “Honor de Cavalleria”, incentrato sulle storiche figure di Don Chisciotte e Sancho Panza. Il film di Albert Serra si è aggiudicato sia il “Premio Lancia al Miglior Film” (“per la commovente, elegante e coraggiosa presa di posizione filmica attraverso un esordio di cinema abbagliante”) che il “Premio Speciale della Giuria” (“per le stupefacenti performances dei due attori Lluis Carbò e Lluis Serrat, che offrono così tanto con così poco”).

Di più facile fruizione la sezione Fuori Concorso, in cui sono raggruppate le produzioni più significative dell’anno, spaziando tra i generi e cercando un punto di vista forte a cui aggrapparsi o da rigettare. Tra i tredici film in cartellone, uno dei più gettonati dal pubblico è stato sicuramente “Flags of Our Fathers” di Clint Eastwood, prima parte di una riflessione sulla Seconda Guerra Mondiale che ha diviso la critica tra estimatori (pochi) e detrattori (la maggior parte). Anche la “Maria Antonietta” di Sofia Coppola, forte di un punto di vista molto personale che relega la Storia in secondo piano, non ha convinto i più, che aspettandosi forse una biografia di stampo tradizionale, hanno bollato l’opera come frivola e superficiale. Per restare alle biografie, lo sguardo visionario di Raoul Ruiz ha costruito, in “Klimt – Director’s Cut”, un’allegoria intorno al pittore austriaco Gustav Klimt, interpretato dal sempre ambiguo John Malkovich e con un cast internazionale che include anche Saffron Burrows e la nostra Sandra Ceccarelli. Curiosità anche per l’ottantottenne Luciano Emmer, re incontrastato del cosiddetto “neorealismo rosa” (ricordate “Una domenica d’agosto” e l’intenso “La ragazza in vetrina”?), alle prese, attraverso “Le fiamme del paradiso”, con una storia ambientata all’inizio del ‘600 e incentrata su una ragazza accusata di stregoneria e condannata al rogo. La peculiarità è rappresentata dalla scelta linguistica, infatti tutti i personaggi parlano nel dialetto della Val di Non in cui è ambientata la vicenda, ma è l’unica nota di interesse di un film sciatto, poco problematico nel modo in cui porta avanti un messaggio di giustizia universalmente condivisibile e mal recitato.

Ma l’Italia, oltre ai film disseminati nelle varie sezioni, gode anche di tre spazi esclusivi: il “Concorso Spazio Italia”, sulla produzione nazionale indipendente in video o pellicola; il “Concorso Doc 2006”, impegnato nel  dare voce ai documentari nostrani, e “Latitudini”, luogo di ricerca e sperimentazione. Anche l’America ha una sezione interamente dedicata, appunto “Americana”, per offrire uno sguardo meno omologato e più eccentrico di quello imposto dal mercato. Ecco quindi il ritratto di un’icona del desiderio maschile degli anni Cinquanta, la pin-up Betty Page, che rivive in “The Notorious Betty Page” grazie all’interpretazione di Gretchen Mol e alla regia di Mary Harron. Interessante poi, almeno sulla carta, “Bug”, l’ultima incursione di William Friedkin nell’eterna lotta tra il Bene e il Male (a lui dobbiamo le notti insonni causate da “L’esorcista”). L’opera, di evidente derivazione teatrale, è incentrata sulla contagiosa paranoia di un reduce della Guerra del Golfo che in una notte di terrore, chiuso in una stanza di motel, finisce per coinvolgere nella sua follia una ragazza fragile ed emotiva in cerca di un solido amore. Peccato che tutto si risolva in una progressiva discesa agli inferi a suon di scene madri ed effettacci. Più riuscito il week-end di due amici di vecchia data in “Old Joy”, di Kelly Reichardt, che mostra con sensibilità la disillusione di chi viveva di ideali e si è trovato, non senza responsabilità personali, a scontrarsi con una quotidianità fatta di grigiore e mestizia. Ma il vero punto di forza della sezione è il ritorno, dopo il successo di critica e pubblico della prima serie, dei “Masters of Horror”, i più famosi registi del brivido riuniti da Mick Garris per dare vita, ancora per la tv via cavo americana Showtime, a un nuovo viaggio nei lati più oscuri della personalità umana. C’è chi, come Dario Argento, punta all’orrore più viscerale con “Pelts” (gli animali uccisi e trasformati in pelliccia si vendicano di chi la indossa rendendolo pazzo), o chi sceglie un orrore tutto di testa come Brad Anderson  con “Sounds Like” (dopo la morte del figlioletto un uomo sente i rumori amplificati), ma anche chi affonda gli artigli nelle contraddizioni della contemporaneità, come Joe Dante in “The Screwfly Solution” (un misterioso virus trasforma gli uomini in spietati assassini del genere femminile), e John Carpenter in “Pro-life” (una ragazza è incinta di un mostro, ma suo padre è un convinto antiabortista accecato dalla fede religiosa). Un’evidente dimostrazione di come, anche all’interno di un “genere” codificato come l’horror, sia possibile raccontare storie e stimolare riflessioni in modo radicalmente diverso.

Come tutti gli anni, però, Torino offre anche l’opportunità di scoprire e riscoprire grandi autori, attraverso la proposta di retrospettive complete di registi che hanno segnato la storia del Cinema. Quest’anno si è conclusa la presentazione dell’imponente filmografia di Claude Chabrol, con tutti i film dal 1982 a oggi (incluso l’ultimo, “La commedia del potere”, recensito nello scorso numero di Cenerentola), si è optato per l’opera sperimentale, a metà tra la fiction e il documentario, di Joaquin Jordà e si è scelto il regista americano Roberto Aldrich, che nella sua trentennale carriera (è morto nel 1983) ha attraversato un po’ tutti i generi alla ricerca di una morale nella perdita di valori della contemporaneità. Impossibile dimenticare alcuni suoi classici di guerra come “Quella sporca dozzina” e “Prima linea”, o melodrammi horror divenuti veri e propri classici come “Che fine ha fatto Baby Jane?” e “Piano… piano, dolce Carlotta”, ma anche western fiammeggianti come “Vera Cruz”, “L’ultimo Apache” e “Nessuna pietà per Ulzana”. Una ghiotta occasione per rivivere sul grande schermo un pezzo di Storia americana filtrato da uno sguardo critico molto acceso, con cadenze epiche ma popolato di antieroi, miracoloso compendio tra la narrativa popolare e il cinema  d’arte. A concludere il ricchissimo programma anche due omaggi: all’italiano Piero Bargellini, figura di spicco del cinema underground nazionale degli anni Sessanta e Settanta, e all’americano Joe Sarno, definito un “Igmar Bergman della Quarantaduesima Strada” per il suo modo, innovativo per l’epoca (fine degli anni Sessanta), di conciliare pornografia ed erotismo con sceneggiature drammatiche, attente ai conflitti psicologici dei personaggi.

Luca Baroncini

Maria Antonietta

di Sofia Coppola con Kirsten Dunst, Judy Davis, Rose Byrne, Asia Argento

Diciamo la verità! Con lo sfondo della meravigliosa Reggia di Versailles, le scenografie sontuose di K. K. Barret e i favolosi costumi di Milena Canonero (“Barry Lindon”, “Arancia Meccanica” e “La mia Africa”, tra gli altri) non è difficile rapire l’occhio dello spettatore. Ma Sofia Coppola, oltre ai soldi di papà (Francis Ford Coppola figura tra i produttori) ci mette anche del suo. La figlia d’arte si è infatti distinta fin dal debutto, con “Il giardino delle vergini suicide”, per una particolare sensibilità in grado di cogliere con spontaneità spigoli caratteriali e modi di essere. Se sull’esordio grava ancora la voglia di dimostrare, nel successivo (e un po’ sopravvalutato) “Lost in translation” l’incontro di due solitudini a Tokyo si distingue per la pacatezza dello sguardo.

Alle prese con la principessa austriaca Maria Antonietta, sposa quattordicenne dell’inetto Luigi XVI in un mondo dominato da etichetta, rivalità e pettegolezzi, Sofia Coppola adatta il personaggio storico alla sua personale visione, trovando nella futura regina di Francia un’altra solitudine a cui affezionarsi. Ciò che trapela nella libera trasposizione della Coppola, anche sceneggiatrice, basata sulla biografia di Antonia Fraser “Maria Antonietta: la solitudine di una regina”, è il conflitto tra il ruolo sociale, ovviamente imposto e non scelto, e i desideri di una ragazzina come tante, che forte della sua giovane età vorrebbe  semplicemente incontrare le amiche, andare alle feste, cambiare vestiti, trovare un grande amore, insomma, divertirsi.

Il rischio è di arrivare solo alla superficie del personaggio, grazie a una cura formale che rende il film accattivante e piacevole senza che la Storia e il suo peso si sentano più di tanto, ma nel film di Sofia Coppola la forma diventa sostanza perché esplicita con grazia, gusto per la composizione delle immagini e capacità di creare un’atmosfera non realistica ma evocativa, quella che potrebbe essere l’anima del personaggio. Non una biografia tradizionale, quindi, ma una personale interpretazione.

Determinante il contributo della colonna sonora che, spaziando tra i generi musicali ma prediligendo sonorità rock, puntella con originalità la maggior parte delle sequenze dando il “mood”, cioè l’umore, al film. Buona anche l’interpretazione di Kirsten Dunst, che riesce a farsi portatrice di una credibile positività venata di malinconia.

Luca Baroncini

 

Rayeh Baz – Parole

 di Mehdi Nourbakhsh con Reza Kianian, Majid Moshiri, Mehdi Ahmadi

 “Spero potrete sopportare questo film insopportabile”. Con queste scoraggianti parole il regista iraniano Mehdi Nourbakhsh presenta il suo film in concorso al “Torino Film Festival”. In effetti, non è facile districarsi tra i tanti personaggi che Saber, un carcerato proveniente dalle regioni del Sud dell’Iran martoriato dalla guerra, incontra nei due giorni di libertà vigilata.

Recatosi a Teheran, vaga per la metropoli insieme a un ex compagno  di cella  e  medita un piano per vendicarsi di Safir, vecchio socio in affari. Contemporaneamente, però, cerca di rintracciare la fidanzata Raheleh per portarla fuori dal paese, ma viene in contatto con la sorellastra Sabri, implicata nel traffico di esseri umani. Alla fine dei due giorni, Saber acquisirà una nuova consapevolezza che gli permetterà di vivere meglio la sua profonda solitudine.

Davvero difficile empatizzare con il protagonista, con i suoi sbalzi d’umore, con la sua rabbia, a causa di una narrazione frammentaria in cui molti passaggi sono dati per scontati. È lo stesso regista, al termine della proiezione, a spiegare che “probabilmente non avete capito l’80% di ciò che avete visto, perché il mio film parla di problematiche radicate nella cultura locale difficilmente comprensibili per chi non le vive o le ha vissute”.

Anche in questo caso impossibile dare torto al regista, che sceglie il linguaggio universale del cinema senza però sfruttarne appieno le potenzialità comunicative. Per cui si apprezza il bianco e nero manipolato dalla resa visiva particolarmente sporca (“è un omaggio ai film iraniani degli anni ‘70 e ai b-movie americani e francesi legati alla mia infanzia, ma anche una scelta obbligata dal fatto che la città di Teheran è talmente brutta che a colori sarebbe risultata ancora più orribile”), l’atmosfera soffocante di lancinante solitudine (“volevo che i personaggi sembrassero chiusi in cantina”) e le peculiari scelte musicali (“avevo già deciso la colonna sonora in fase di sceneggiatura e ho scelto si affiancare brani pop famosi a pezzi locali degli anni '70 molto nostalgici”). Ma viene sprecata l’opportunità di un confronto costruttivo.

Chissà perché il cinema iraniano non trova le mezze misure: o si perde nelle pieghe estetizzanti dai tempi dilatati dei prodotti da festival (da Abbas Kiarostami al clan Makhmalbaf), oppure, come nel caso del film di Nourbakhsh, si chiude nell’impenetrabile.

Luca Baroncini

  

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Babel


di Alejandro Gonzalez Inàrritu con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal, Koji Yakusho  

 La frase di lancio è: “Un battito d’ali di farfalla a Tokyo può provocare un uragano a New York”. In realtà il film, estremamente complesso, lega tre vicende, una in Marocco (attentato casuale, anzi ferimento di un’Americana per cause accidentali), una al confine tra Messico e USA (i bambini della donna ferita affidati a una Messicana, generosa quanto imprudente), una in Giappone (un signore che aveva regalato il fucile al pastore marocchino, sua figlia, sordomuta, in “fregola”).

Eccelso a livello percettivo (straordinaria la lunga sequenza in discoteca, da antologia), lo è complessivamente come produzione di senso. Molto forte, come impatto, perché pone di fronte a sfide: la casualità, questa sì indotta dalla “rete” (mediale, però, anche, se non soprattutto), la violenza di certe strutture della polizia (quella USA, contro gli immigrati clandestini dal Messico, un tema oggi agli onori per elezioni di medio termine negli States).

Film “spiacevole”, per un pubblico non troppo motivato, che finalmente muove a percepire e pensare diversamente, nell’era di Internet e della “globalità” reticolare, più che della “globalizzazione” imposta.

Premiato a Cannes per la migliore regia, a parere di chi scrive, può essere sanamente irritante. Politico/non politico, un film da vedere in ogni caso.

Eugen Galasso

 

 

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