Niente nuove, buone nuove

Argentina: continua l'autogestione degli operai della Zanon

Svezia: lo sciopero generale proclamato dalla SAC

Italia: lo sciopero generale del 17 novembre

Bologna, 17 novembre 2006: sciopero generale - Foto Lucrezia Avitabile
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Niente nuove, buone nuove

Così dice un antico proverbio popolare, alludendo al fatto che quando una persona non dà sue notizie, è perchè non ha bisogno di noi  e, quindi, se la passa bene.

In realtà, la persona in questione potrebbe anche essere morta ma, almeno stando a quanto dice un altro proverbio, la cosa è da considerare improbabile: “le brutte notizie, si sa, sono sempre le prime ad arrivare”.

Chissà se tutto ciò è vero anche con riferimento alla politica? Se così fosse, vorrebbe dire che le cose non vanno poi tanto male: il giornale di oggi, giovedì trenta novembre, dedica la prima pagina a un’inchiesta realizzata dalla rivista “Salute Naturale”(non sapevo neppure che esistesse) dalla quale emerge che “Le nostre case sono prigioni: lo pensano 6 italiani su 10”; sempre in prima pagina un altro titolo annuncia che gli Italiani dedicano ad internet dodici ore alla settimana e un terzo che “baciare è la prima scintilla d’amore ma anche un modo per combattere le allergie e far diminuire lo stress”.

Il giorno precedente, sullo stesso giornale, il titolo di testa era “Meno salmone e champagne: natale in tavola è made in Italy”, mentre un secondo titolo era dedicato alla visita di Ratzinger in Turchia, visita dalla quale non dipendono certo le sorti del pianeta.

Due giorni prima, il 28 novembre, la notizia fondamentale era la seguente: “E’ arrivata l’influenza: i primi due casi a Milano”, e spartiva la prima pagina con l’attribuzione del Pallone d’oro a Fabio Cannavaro.

Non procedo oltre. “Ma – è lecito chiedersi - è proprio vero che non ci sono notizie? O, più semplicemente, non ce le forniscono?”

“Le brutte notizie, si sa, sono sempre le prime ad arrivare”, e se accadesse qualcosa di grave che coinvolge gran parte di noi Occidentali (o, meglio, di  quella ristretta minoranza di Occidentali che legge i giornali) non potrebbero certo ignorarlo. Possiamo stare tranquilli: la guerra atomica non è ancora iniziata.

Tuttavia, lontano dalle nostre case, che secondo “Salute Naturale” sono “causa di malesseri come mal di testa, insonnia, senso di soffocamento” ma, almeno, non crollano sotto i bombardamenti, la guerra (convenzionale) continua. Continua in Irak e Afghanistan, dove le truppe della coalizione guidata dal governo USA hanno trovato chi dà loro  filo da torcere, e continua, sotto forma di guerra economica, in tutti i paesi in via di sviluppo dove il governo cinese, quel governo che si vuole tener lontano dallo sfruttamento delle risorse energetiche mediorientali, sta allungando i tentacoli. Ne parliamo a pagina 3, riportando alcuni brani di un articolo apparso su “Megachip”e dedicato al continente nero, e, sia pure di sfuggita, a pagina 7, a proposito del nazionalismo malese trasformatosi, recentemente, in esaltazione di non meglio definiti “valori asiatici” da contrapporre alla corruzione del mondo occidentale.

Per quanto riguarda, invece, la vecchia Europa, alle notizie sui risultati delle elezioni olandesi, o sui presunti brogli che, stando a quanto dice Deaglio, avrebbero dovuto mutare l’esito di quelle italiane, abbiamo preferito le notizie relative a due scioperi assai poco generali ma per noi significativi, lo sciopero proclamato in Svezia dalla Sveriges Arbetares Centralorganistation (SAC) e quello organizzato, in Italia, dal  sindacalismo conflittuale. Scioperi che non faranno mutare l’indirizzo politico dei rispettivi governi, ma che, in quanto segni di un rinnovato protagonismo della sinistra socialista e libertaria, ci sembra meritino più attenzione delle inchieste di “Salute Naturale”, del successo del cenone made in Italy, dei due casi di influenza registrati a Milano. Perchè è a questo rinnovato protagonismo che sono affidate le speranze di contribuire efficacemente, come libertari, alla costruzione di un mondo migliore.

    

Luciano Nicolini

 

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Argentina: continua l'autogestione degli operai della Zanon


Gli operai della fabbrica argentina Zanon (vedi Cenerentola n° 71) potranno continuare a lavorare. La fabbrica di ceramiche, con sede nella città patagonica di Neuquén, simbolo del processo di autogestione nel paese latinoamericano, lavora sotto controllo operaio da più di cinque anni.

All’inizio dell’ottobre 2001, infatti, la direzione imprenditoriale chiuse impianto e produzione a causa di una crisi finanziaria, lasciando circa 330 ceramisti senza lavoro, 260 dei quali decisero di occupare gli stabilimenti e ridare autonomamente il via alla produzione.

Dopo aver superato ripetuti ostacoli frapposti dal governo provinciale, da sempre vicino alla vecchia proprietà, e aver fronteggiato numerosi tentativi di sgombero, ma anche minacce e aggressioni fisiche, lo scorso anno gli operai avevano ottenuto il riconoscimento della cooperativa che avevano costituito, dal nome Fa.Sin.Pat (Fabrica Sin Patrones, ossia Fabbrica Senza Padroni). Questo riconoscimento comportava al tempo stesso la possibilità per gli operai di lavorare almeno per un anno in tranquillità, senza rischio di sgombero.

Già dalla primavera di quest’anno però la Zanon, guidata dal combattivo Sindacato degli Operai Ceramisti di Neuquén, aveva dato il via ad una campagna per una nuova risoluzione giudiziaria, e per portare all’interno del Parlamento provinciale una proposta di legge per l’espropriazione della fabbrica, da mantenere comunque sotto il controllo dei lavoratori. Le firme raccolte a sostegno della Zanon sono state migliaia, sia a livello locale che internazionale. Lo scorso 20 ottobre il Tribunale Commerciale di Buenos Aires ha riconosciuto la validità della gestione operaia e i progressi fatti dalla fabbrica negli ultimi anni, che nel frattempo ha aumentato il proprio organico dagli iniziali 260 operai che avevano dato il via all’autogestione a più di 450 lavoratori, e ha concesso una proroga di 3 anni all’autogestione.

Ora gli operai sperano di riuscire a far discutere in Parlamento la propria proposta di legge sull’espropriazione e continuare a portare avanti un progetto di opere pubbliche che già da tempo hanno iniziato, e che ha portato in passato alla costruzione di un centro di primo soccorso e diverse case per la popolazione locale più disagiata.

 

Ilaria Leccardi

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Svezia: lo sciopero generale proclamato dalla SAC

In un contesto europeo dominato dalle stesse politiche antisociali (aumento della precarietà, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione delle prestazioni lavorative, licenziamenti e delocalizzazioni), anche lo stato svedese si dà da fare.

Il 16 novembre 2006, il governo ha presentato al parlamento una legge sui diritti dei disoccupati. Questa legge comprende diverse misure (riforma totale del sistema della   cassa   integrazione   e  riduzione dei sussidi di disoccupazione) che porteranno a un’ulteriore indebolimento della condizione dei disoccupati.

Contro la manovra, i sindacalisti libertari della Sveriges Arbetares Centralorganisation (SAC) hanno indetto una giornata di sciopero generale mercoledì 15 novembre.

La mobilitazione, seppur minoritaria, ha fatto parlare i giornali, infastidito il governo (che ha apportato qualche modifica al provvedimento) e intimorito il sindacato maggioritario (di tendenza socialdemocratica) che, dopo aver cercato di ridicolizzare l’iniziativa dei compagni, si è trovato in difficoltà nel trattenere la propria base dall’aderire.

In solidarietà con la SAC, sono state organizzate azioni di sostegno in Spagna, Francia, Polonia, Grecia, Turchia e Portogallo.

 

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Italia: lo sciopero generale del 17 novembre

Anche in Italia, come avevamo annunciato sullo scorso numero di Cenerentola, il sindacalismo conflittuale ha effettuato uno sciopero generale contro le politiche antipopolari del governo Prodi. La giornata di mobilitazione, organizzata da CUB, A.L. Cobas, Confederazione Cobas, USI-AIT, Unicobas e Slai Cobas, è stata indetta per la redistribuzione del reddito, la difesa e il rilancio del sistema previdenziale pubblico e dello stato sociale, aumenti salariali, lavoro stabile e tutelato e diritto al reddito, contro la guerra e lo scippo del Trattamento di Fine Rapporto.

Difficile dire quanti lavoratori abbiano aderito allo sciopero (con ogni probabilità, non più del 10%); la mobilitazione, comunque, ha avuto visibilità, grazie alle fermate effettuate nelle scuole e nei trasporti e, soprattutto, alla trentina di manifestazioni che si sono svolte nei capoluoghi regionali e in diverse altre città.

Complessivamente, i lavoratori scesi in piazza sono stati stimati in oltre centomila. Manifestazioni particolarmente numerose si sono svolte a Roma e a Milano.

A Bologna, circa 2.000 persone hanno manifestato in Piazza Santo Stefano, in prossimità della casa del premier.

L’Unione Sindacale Italiana (USI-AIT) ha caratterizzato la propria presenza insistendo sull’importanza di uscire al più presto da tutti gli scenari di guerra nei quali l’esercito italiano è impegnato e  di destinare ad usi sociali le enormi somme oggi impiegate in spese militari.

 

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