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Caparezza: Habemus Capa

 

Caparezza
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Ci siamo accostati con scetticismo, per varie ragioni, a quest’ultimo lavoro di Michele Salvemini (in arte Caparezza, ovvero “testa riccia” nel dialetto molfettiano del nostro). Intanto, gli scioglilingua del rap spesso non ci appassionano, specie se ridotti a serie di invettive o a slogan. Non ci indispone affatto l’origine afroamericana del rap, anche se estranea alla nostra cultura (pensiamo sempre che il rock è nato negli USA): non ne apprezziamo la musica, ridotta quasi sempre a basi ritmiche e motivetti elettronici funzionali solo al ballo, mentre l’ascolto ne risulta fortemente penalizzato. In Italia ci sono anche dei buoni interpreti del genere (riteniamo tali Frankie Hi NRG, Assalti Frontali ed altri), ma Salvemini non aveva buone credenziali.

Cominciò la sua carriera artistica alla fine degli anni ’90 con il nome d’arte di Mikimix, proponendo un rap sdolcinato e commerciale. Dopo aver percorso la più banale trafila dei festival di Castrocaro e Sanremo Giovani, sparì dalle scene per alcuni anni. Col nuovo millennio nacque Caparezza, rapper “alternativo e incazzoso”, quindi già più presentabile per il suo genere. Tuttavia i primi due album, (“Caparezza!?” del 2001 e “In supposta veritas” del 2003), oltre a rivelare i facili agganci del nostro con la Virgin, non avevano impressionato. Il tormentone estivo del 2004, “Fuori dal tunnel”, raggiunse il quarto posto nella classifica delle vendite dei singoli, ma venne interpretato esattamente al contrario del suo contenuto (una manipolazione ed “appropriazione indebita” mass-mediatica, dato che il testo era un’accusa al divertimentificio globale).

Ma Caparezza ha capitalizzato il successo commerciale in maniera ben diversa da come era purtroppo lecito attendersi da un musicista: ha fatto un lavoro più serio che ha venduto meno,   raggiungendo però un maggiore spessore artistico.

Intanto il rap può essere anche in Italia un veicolo di comunicazione molto potente, se riesce però ad agganciarsi alle tradizioni dei cantastorie e dei cantautori. Il nostro ha già duettato in passato  con un’altro  “caparezza”, Angelo Branduardi. In questo album siamo vicini al

lo stile del primo Edoardo Bennato, con la stessa predisposizione per la favola ed i continui sberleffi anarchici al potere (come li ha definiti qualcuno).

Infine, Caparezza è un ammiratore di Frank Zappa, il grande chitarrista statunitense ricco di tecnica e di sarcasmo, con un piede nel rock e l’altro nella musica classica contemporanea. Certo, il salto dai motivetti rappistici alle musiche di Zappa è improponibile, ma Caparezza prova  a mettersi  sulla strada giusta,   anche   perché   nella

produzione zappiana gli spunti non mancano.

“Habemus Capa” è quasi un concept, con l’artista che muore per poi resuscitare in vari personaggi strampalati. “Annunciatemi al pubblico”, in cui si celebrano i funerali, “Dalla parte del toro” e “Torna catalessi” mostrano un’attenzione inedita all’aspetto musicale, che diventa a tratti sinfonico (ovviamente nel senso “sbilenco” dello stile zappiano). Ma i pezzi più riusciti, con un buon equilibrio tra testo e musica, sono senz’altro l’ “Inno Verdiano” (in cui un meridionale, che fin da piccolo odiava il vicino del piano di sotto, diventa un fanatico della Lega Nord) e soprattutto la “Ninna Nanna di Mazzarò”: qui il personaggio di Verga ritorna nelle vesti di un “babau berlusconiano” per portarsi via i giocattoli dei bambini mentre dormono, ma anche tutti i poteri economici e politici degli adulti (mentre dormono pure loro).  Meno riuscita purtroppo “Gli insetti del podere”, dove tutti i politici sono ridotti a minuscoli invertebrati. Dal vivo, “Habemus Capa” diventa una sorta di “teatrino dell’assurdo” (anche qui il riferimento ai mitici live di Zappa è palese), dove l’artista si traveste e recita la galleria degli orrori che esce dal disco.

Speriamo che “Habemus Capa” non resti un tentativo effimero: a trentadue anni, Caparezza, dimostra di possedere la stoffa per diventare un artista importante. Può crescere ancora e dovrà fare le scelte giuste. Ce lo auguriamo.

       Roberto Zani

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