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di Darren Aronofsky con Hugh Jackman, Rachel Weisz, Ellen Burstyn C’è una tesi molto interessante sottesa all’opera di Darren Aronofsky: l’idea della morte come evento costruttivo. Non la fine di tutto, ma l’inizio di qualcosa di profondo, impossibile da comprendere razionalmente perché a stretto confine con l’eternità. Non è l’unico stimolo fornito dal film, che celebra la figura totemica della donna paragonandola alla linfa vitale di un albero posizionato al di là di tutti i misteri, dove i sogni durano per sempre. Il problema è che le tante sollecitazioni, visive e tematiche, non trovano un adeguato collante cinematografico. Le ambizioni sono altissime: raccontare l’inenarrabile, penetrare l’enigma assoluto della vita superando i limiti della parentesi terrena, in cui il corpo pare una fugace apparizione, il temporaneo contenitore di un’essenza più profonda (l’anima?) che potrebbe invece durare per sempre. La sceneggiatura non riesce però a dare solido costrutto alle velleità. La continua commistione di tre diversi livelli narrativi (passato, presente e futuro) apre numerose strade all’interpretazione, fornisce appigli interessanti, lega il culto delle civiltà mesoamericane con le parole della Bibbia, ammicca alla new-age, ma alla resa dei conti fornisce risposte vaghe e non soddisfacenti. Anche il piano visivo funziona solo in parte: idee affascinanti (l’albero che vive e risponde al tocco di una mano) si alternano a cadute di stile (il pugnale/ fallo che penetra l’albero facendo fuoriuscire un nettare bianco/ spermatico rivitalizzante) fino a scadere nel kitsch (la sagoma del protagonista in posizione guru sullo sfondo del cielo stellato). Per restare all’ombelico del regista (da cui Aronofsky cerca comunque di uscire) il film è anche un atto d’amore nei confronti della compagna e protagonista Rachel Weisz e della sua forza creatrice (i due hanno appena avuto un figlio). Senza senso i paragoni con “2001 Odissea nello Spazio”.
Luca Baroncini di Claude Chabrol con Isabelle Huppert, Francois Berléand, Patrick Bruel Chissà perché la distribuzione italiana, con la consueta miopia, ha tradotto l’originale “L’ebbrezza del potere” con il fuorviante “La commedia del potere”. È proprio con una sorta di eccitamento, infatti, che il magistrato al centro del film di Claude Chabrol combatte la corruzione di una classe politica dove il denaro e l’assenza di etica hanno finito per sottomettere, con incurante e quasi scontato menefreghismo, il bene della collettività a quello del singolo. La protagonista, soprannominata nell’ambiente legale “piranha”, avanza nelle indagini senza guardare in faccia a niente e a nessuno. Non ha alcun tipo di remora o cautela nello scombinare le carte di chi il potere se lo è conquistato a suon di mazzette e il suo scopo è quello di ripulire la società da una classe politica abietta e detestabile (i parallelismi con l’Italia, ma non solo, sono ovviamente immediati). Conciliare una lotta così estrema, resa necessaria anche da una rivalsa personale derivante dalle umili origini, si rivelerà impossibile. Ma a risentirne saranno anche gli affetti personali. Claude Chabrol abbandona la provincia e i suoi misfatti, da sempre obiettivo prediletto del suo sguardo, ma mantiene il punto di vista di chi osserva la realtà per smascherarne i sotterfugi. A supportarlo l’alchimia con la sua musa Isabelle Huppert (i due sono insieme per la settima volta), questa volta nei panni di un personaggio meno negativo del solito ma ancora una volta carismatico, gelido e, almeno all’apparenza, distaccato. Se gli intenti sono nobili e lo sviluppo risulta interessante per come prova a intrecciare pubblico e privato senza spettacolarizzare la meschinità dei giochi di potere (i fatti sono mostrati prevalentemente nelle conseguenze che producono), il risultato soffre però di un rigore visivo a rischio anonimato, di una freddezza a tratti forzata e di contenuti visti e stravisti (anche con maggiore incisività). Non si chiede per forza l’entusiasmo di una paladina degli umili come Julia Roberts, sola e vincente contro una multinazionale in “Erin Brockovich”, o il calore e la visceralità del commissario Cattani in lotta contro “La Piovra” della mafia. Ma perché i film francesi “impegnati” finiscono per essere tutti così prevedibilmente contratti e opachi?
Luca Baroncini
di Jason Reitman, con Aaron Eckhart, Maria Bello E’ ormai uscito dal circuito, ma qualcuno forse se l’è perso. C’è da capirlo. Perchè non se ne può più di sentir parlare dei danni causati dal fumo: i fumatori preferiscono non pensarci; chi fumatore non è mai stato non è interessato; i pentiti preferiscono non nominare proprio le sigarette (per timore che torni la voglia...). Ed è un peccato, perchè il film non è niente male. Il protagonista fa di mestiere il lobbista, ovverosia il difensore degli interessi di chi lo paga. Immorale? Quante cose, viene ripetuto più volte nel corso del film, si fanno per pagare il mutuo della casa! E poi, in fondo - si giustifica il protagonista - nella società, come nei tribunali, tutti hanno diritto a un difensore. Un paragone piuttosto discutibile, ma di sicuro effetto. E ciò che conta, per il lobbista, è appunto ottenere l’effetto desiderato. Nessuno mette in dubbio che il fumo uccida, neppure lui, ma perchè scriverlo sul pacchetto di sigarette? «Anche le automobili uccidono, e per essere coerenti dovremmo scriverlo sulle loro portiere!» Durante la commedia, perchè di questo, come avrete capito, si tratta, si intrecciano considerazioni di vario genere: sui danni provocati dal fumo, su quelli provocati da tante altre cose, sul diritto a scegliere di che morte morire, sul potere e il cinismo degli industriali, sulla facilità con la quale si corrompono le persone, sul potere e la falsità dell’informazione, sull’influenzabilità della gente, sull’assenza di morale di un’umanità disposta a tutto pur di mantenere un certo livello di vita. La macchina da presa non giudica: si limita ad osservare, con un pizzico d’ironia. Il limite più evidente della pellicola? La modesta interpretazione del protagonista. In ogni caso, se avete una serata libera, potete procurarvi la videocassetta (niente paura, non faccio il lobbista per i videonoleggiatori!)
Luciano Nicolini |
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