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La fiera dell'ipocrisia (o l'eclissi della ragione?)

Una lezione dal Bangladesh

Chi ha veramente perso in Brasile?

Birra
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La fiera dell'ipocrisia (o l'eclissi della ragione?)

Governi armati di bombe atomiche pretendono che altri governi non ne costruiscano. Il nostro accetta l’imposizione, ma si consola vietando ai suoi sudditi di acquistare birra nei bar lungo le autostrade.

Se c’è una cosa che spaventa, quando si pensa all’opulenta società occidentale, è la capacità dei mezzi di comunicazione di far sembrare normali le affermazioni più  assurde. Da decenni viviamo in una situazione in cui alcuni governi, armati di bombe atomiche in numero sufficiente da cancellare dalla faccia della Terra l’intera umanità, impongono agli altri di non costruirne.

«E’ la legge del più forte» - commenterà qualcuno. Certamente, ma la cosa più buffa è che impongono loro anche ridicoli trattati con i quali si impegnano a rimanere per sempre sotto tiro, in posizione di inferiorità. Quando poi qualcuno decide di emanciparsi dall’umiliante sottomissione, i mezzi di comunicazione di massa lo additano come terrorista, e l’ONU (un’associazione all’interno della quale i governi degli stati che hanno vinto il secondo conflitto mondiale occupano per statuto le sedie più importanti e hanno diritto di veto sulle decisioni) li condanna dinnanzi all’umanità. Se poi, come è accaduto per l’Irak, non hanno violato alcun trattato, li condanna ugualmente: è sufficiente siano d’intralcio agli Stati Uniti d’America, dove, guarda caso, l’ONU risiede.

E’ ormai passato un mese da quando il governo nordcoreano ha effettuato il suo primo esperimento atomico, e ancora si continua a parlare di “provocazione”. E’ come se una persona che ne avesse insultata un’altra per decenni, di fronte a una risposta del tipo «ma va la, stupidotto», l’accusasse di averla provocata...

Intendiamoci, non sottovalutiamo il pericolo costituito da una bomba atomica nelle mani di un governo del tutto inaffidabile. Ma, ci domandiamo, è forse affidabile il governo Bush, pronto a qualsiasi guerra pur di mantenere il livello di vita del cittadino statunitense medio? O quello cinese, vera e propria oligarchia che si pone al di fuori di ogni controllo democratico? E che dire dei governi che si sono spartiti l’arsenale atomico della vecchia URSS?

Il governo Prodi (per fortuna) a costruire bombe atomiche non pensa proprio. Gli sono sufficienti quelle che il governo USA ha dislocato nel nostro paese. E, in effetti, per essere vittime delle altrui ritorsioni, sono più che sufficienti. Ed anche per costituire un problema per chi, casomai, volesse provare a cambiare qualcosa nei rapporti tra le classi sociali. («Con tutte quelle basi americane? Gli Stati Uniti non l’accetterebbero!»).

Ma, in verità, non c’è bisogno di ricorrere a simili argomenti: il popolo italiano sembra accettare tutto, purchè sia pubblicizzato dalle televisioni e dai quotidiani. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alla legge finanziaria in discussione al parlamento. Si vuole impiegare il TFR (che sono soldi dei lavoratori, depositati presso il padrone, così come si farebbe presso una banca) per “grandi opere”? I lavoratori non protestano; i soli a protestare sono i padroni, che vogliono continuare a “custodirli” e utilizzarli. I lavoratori non protestano neppure se il governo impedisce loro di bersi una birra fresca in un bar lungo l’autostrada. Le birre, del resto, già le comprano nei grandi magazzini e, per mantenerle fresche, è sufficiente dotarsi di una borsa termica…

D’accordo. Ma le libertà diminuiscono giorno dopo giorno, insieme ai soldi. Non ci sarà da stupirsi se uno di questi giorni, come accade nel film “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, il governo ci imporrà di cambiare le mutande quattro volte al giorno, e di indossarle sopra ai pantaloni perché si possa controllare…

 

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Una lezione dal Bangladesh


L’Accademia di Svezia ha riconosciuto meritevole di premio l’attività svolta da Muhammad Yunus, l’economista bengalese “inventore” della Grameen Bank, la cosiddetta banca dei poveri. Così il professore e la “sua” banca sono stati insigniti del premio Nobel per la pace.

 Lo spunto per creare una banca per i poveri, che praticasse il microcredito, è venuto, secondo quanto dichiarato da Yunus, dopo la carestia del 1974, che ha provocato la morte di circa un milione e mezzo di abitanti del Bangladesh.

 Come funziona la Grameen Bank? Beh, in sostanza, si presta denaro (piccole cifre, in genere poche decine di dollari) a persone che lo utilizzano per avviare una attività di modesta entità (un allevamento con qualche animale, una produzione di canestri di bamboo, etc.). Nella quasi generalità dei casi, chi riceve questo prestito non ha garanzie reali da offrire alla banca. Perciò, secondo le modalità operative dell’istituto, la responsabilità della restituzione delle somme ricevute ricade sul gruppo facente capo alla persona che riceve il denaro (famiglia, villaggio o anche gruppo di amiche).

 A prima vista, questa potrebbe sembrare una forma di attività caritatevole. Invece non è così; per esempio, chi riceve il prestito deve pagarci sopra interessi piuttosto salati. La novità di questa storia è che, in poco più di 20 anni di attività, la Grameen Bank è diventata una struttura con 2.226 filiali, 18.795 dipendenti e 71.371 comunità clienti. Tale istituto di credito ha erogato, a partire dalla sua nascita nel 1983, ben 5,7 miliardi di dollari in finanziamenti, tutti indirizzati ai più poveri, quelli che non avrebbero mai ricevuto credito da altre banche. Dato rilevante: la banca presta denaro soprattutto alle donne, che si sono rivelate ottime imprenditrici.

 Il successo di tale attività è tanto più interessante se si considera che, con mezzi molto limitati, il microcredito è riuscito a migliorare le condizioni di vita di oltre 40 milioni di persone. Laddove i miliardi di dollari messi in campo da governi, istituzioni caritatevoli e “professionisti della cooperazione internazionale” (le cosiddette Ong, organizzazioni non governative) non solo non ottengono apprezzabili risultati, ma spesso, nei luoghi dove intervengono, innescano dinamiche perverse (corruzione, arricchimenti personali, estinzione di attività economiche tipiche, frustrazione nelle comunità “assistite”). È purtroppo confermato anche a questo livello: la carità serve più a chi la fa, che a chi la riceve!

 Colpisce molto poi il fatto che esista una banca la cui attività sia rivolta ai diseredati. Nel mondo capitalista, le banche rappresentano delle specie di santuari dove adorare il dio denaro. Luoghi in cui entrano con disinvoltura i ricchi, o quelli che aspirano a sembrare tali. I nostri istituti di credito si comportano esattamente all’opposto della Grameen Bank, i soldi li danno più volentieri alle persone che possono offrire garanzie: imprenditori, politici, grandi industrie, palazzinari, mega manager, etc. Ora, l’aspetto che sorprende molti osservatori è che mentre le banche tradizionali registrano spesso delle perdite (in gergo definite “sofferenze”, sono i prestiti che non vengono ripagati dal debitore), la Grameen Bank ha un tasso di restituzione dei debiti di oltre il 99%! Un risultato che nessuna banca tradizionale può vantare.

Cosa ci suggerisce l’esempio del microcredito? Forse tanto, forse qualcosa di scontato. Prima di tutto che il denaro andrebbe prestato a chi ne ha bisogno, ossia ai poveri, non ai ricchi. Il secondo insegnamento è qualcosa che dovremmo sapere già: le persone di modeste condizioni sono più oneste di quelle che occupano i cosiddetti vertici sociali, per questo la Grameen Bank praticamente non ha sofferenze. Inoltre appare chiaro da queste esperienze come il denaro debba essere trattato come uno strumento di emancipazione sociale: lo si dà a chi ne ha bisogno affinché si costruisca da solo e responsabilmente la sua indipendenza economica. Ancora, la consuetudine di avere le donne come principali clienti del microcredito sta facendo evolvere più velocemente la struttura sociale, grazie al ruolo che l’universo femminile riesce a costruirsi in virtù della gestione dell’economia familiare.

 

Toni Iero

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Chi ha veramente perso in Brasile?

Scrivo queste righe pochi giorni prima del ballottaggio per la nomina del presidente brasiliano. Non so dunque chi alla fine, il 29 ottobre, si sia imposto, se il già capo di Stato Luiz Inácio Lula da Silva, del Partido dos Trabalhadores (PT), o lo sfidante Geraldo Alckmin, del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB). Qualunque sia il risultato delle elezioni, la certezza è che Lula può dirsi in un certo senso sconfitto. Le votazioni del primo turno hanno dato indicazioni piuttosto chiare sull’orientamento del Paese, e su come sia stato giudicato dai 126 milioni di brasiliani votanti il mandato di colui che era stato il primo presidente operaio brasiliano.

Lula, pur riscuotendo ancora la maggior parte dei consensi a livello nazionale (il primo turno si era concluso con il 48,6% di voti a suo favore e il 41,8% di preferenze per Alckmin), ha dovuto far fronte a due forze contrapposte: da una parte l’avanzata della destra, dall’altra l’affermarsi di due candidati di sinistra, provenienti entrambi dalle fila del PT, l’ex senatrice Heloísa Helena, del Partido Socialismo e Liberdade (PSOL), che al primo turno ha ottenuto il 6,5% delle preferenze, e Cristovam Buarque, del Partido Democrático Trabalhista (PDT), che ha raccolto il 2,6% dei voti. Inoltre, tra gli Stati brasiliani più importanti il PT di Lula si è imposto al primo turno solo a Bahía, oltre ad aver vinto in altri tre Stati più piccoli, mentre il PSDB di Alckmin ha conquistato, oltre a due circoscrizioni minori, anche i due più grandi Stati del sudest brasiliano, Minas Gerais e Sao Paulo.

Come hanno confermato i sondaggi, l’ultima settimana di campagna elettorale è stata decisiva per il recupero di preferenze da parte di Alckmin, aiutato oltremodo anche dal rifiuto da parte del presidente uscente di partecipare ad un confronto televisivo sulla rete nazionale Globo. Ed è anche vero che la destra sfidante ha messo in piedi una furiosa campagna elettorale sui media brasiliani, che ha cavalcato le notizie, in parte vere e in parte false, degli scandali di corruzione che hanno coinvolto diversi membri dell’entourage di Lula, dal Segretario Generale del PT, Silvio Pereira, al ministro dell’Economia, Antonio Palocci, a quello della Comunicazione, Luiz Gushiken. Ma i problemi per Lula hanno sicuramente radici più profonde. Non bisogna sorprendersi per l’avversione che hanno manifestato nei suoi confronti le fasce più elitarie della società o i ceti medio alti, che mai hanno provato simpatia per il presidente operaio. Quanto piuttosto sarebbe da chiedersi a cosa sono dovute la forte delusione che ha attraversato il ceto medio, e le critiche che i movimenti sociali, come ad esempio quello dei Sem Terra (MST), che inizialmente avevano confidato nella novità politica proposta da Lula, hanno rivolto a più riprese al presidente uscente.

Senza dubbio le fasce più povere della società, che in gran parte votano ancora per Lula, hanno avuto notevoli benefici dalle campagne sociali a cui il presidente ha dato vita. Il programma “Fome Zero” (Fame Zero) e il suo rispettivo progetto di redistribuzione dei redditi, chiamato “Bolsa Familia” (Borsa Famiglia), ad esempio, hanno permesso a molte persone che da sempre vivevano sotto il livello di povertà di innalzare il proprio livello di vita, e a molti giovani di iscriversi a scuole ed università. Un altro merito del governo è stata la capacità di far diminuire notevolmente il debito estero del Brasile.

Quello che però è mancato alla conduzione politica di Lula è stato probabilmente il coraggio di dare una svolta netta al sistema sociale brasiliano, per quel che riguarda da una parte i forti poteri economici che ancora dominano nella società, dall’altra gli stretti legami che da sempre uniscono la classe politica del Paese latinoamericano al grande capitale finanziario. Un esempio viene dalla riforma agraria, che pur avendo generato buoni risultati per i piccoli produttori, grazie alla creazione di numerosi insediamenti, ha comunque lasciato ancora vivi e dominanti il latifondo e la concentrazione di grandi proprietà, tra cui quelle che fanno a capo a multinazionali come Monsanto, Bunge, Syngenta, favorite da un modello di esportazione basato sulla monocoltura di prodotti come soia e cotone.

Altra questione controversa, cavalcata soprattutto dalla destra in campagna elettorale, ma in realtà piuttosto consueta nel panorama politico brasiliano, è nata dalla notizia secondo cui, tra il 2003 e il 2004, il PT di Lula avrebbe corrotto alcuni parlamentari per far loro votare dei provvedimenti a favore del governo. Rispetto a questa storia, ciò che contestano gli oppositori di sinistra è soprattutto il fatto che l’esecutivo di Lula non sia riuscito a modificare la tendenza dei governi brasiliani, come anche quella dei sindacati ufficialisti, a far uso della corruzione a proprio vantaggio, e allo stesso tempo contestano  l’incapacità di Lula di rompere l’alleanza degli organi governativi con il grande capitale finanziario. Dopotutto lo stesso presidente operaio non ha mai dichiarato di voler perseguire un ideale anticapitalista, quanto piuttosto ha confermato a più riprese di voler dar vita ad un “capitalismo dal volto umano”, per quanto questa possa non essere considerata una contraddizione in termini. E benché la base dei movimenti

sociali brasiliani appoggi ancora  Lula,  c’è   chi   sul  suo operato  ha fatto una riflessione   più profonda, arrivando a schierarsi contro il suo governo e a chiedere una svolta effettiva nei rapporti sociali, rifacendosi ad esperienze quali quelle di Hugo Chavez in Venezuela e di Evo Morales in Bolivia.

Benché i passi avanti in tema di sviluppo sociale rispetto ai precedenti governi siano stati notevoli, ciò che affligge il PT è una forte ambiguità tra la sua propensione alle classi più disagiate della società e l’incapacità di distaccarsi completamente dai  poteri forti che dominano quest’ultima. Ad uscire claudicante da questi anni di governo è stato dunque proprio il Partido dos Trabalhadores, nato come paladino della giustizia sociale e favorevole ad un cambiamento netto rispetto al passato del Brasile, ma non in grado di modificare le consuetudini e i vizi della politica ufficiale. Allora forse, a prescindere dal risultato elettorale, il PT avrebbe bisogno di un’effettiva rifondazione, perché sicuramente può contare ancora su una forte potenzialità di base e su un discreto appoggio popolare. Dovrebbe cercare di tornare ai suoi propositi originari, ossia riorganizzare la classe lavoratrice, oggi allargata più che mai e composta anche da disoccupati e Sem Terra, raggruppando così le forze popolari che dovrebbero essere in grado di rendersi realmente protagoniste di un Brasile risanato, e mettendo in primo piano gli interessi e le esigenze del popolo. E il PT dovrebbe saper cogliere quest’occasione anche per divenire realmente la punta di lancia di un Sud del mondo che si sta riorganizzando e poco per volta viene alla luce, insieme a numerosi Stati e popoli che guadagnano ogni giorno con la lotta sociale la propria autonomia e la propria emancipazione.

 

Ilaria Leccardi

 

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