![]() |
|
![]() |
Perchè parlare del libro di Alan Dershowitz “Rights From Wrongs” (Codice, Torino, 2005)? Perchè dare importanza a un personaggio così discusso e, diciamolo pure, discutibile? (E’ arrivato a giustificare, sia pure limitatamente a casi del tutto eccezionali, l’impiego della tortura...) Per almeno tre buoni motivi. Il primo è che il libro è ben scritto: si legge facilmente, senza doversi rompere la testa e, conseguentemente, circola. Il secondo che il suo contenuto è, in larga parte, condivisibile. Il terzo che l’approccio suggerito dall’autore, stabilire quali siano i diritti fondamentali a partire dagli errori commessi nel corso della storia dell’umanità, sembra più fecondo che appellarsi a un presunto “diritto naturale”, o partire da un progetto di società ideale, supporto indispensabile per chi intenda edificare una società migliore ma assai scivoloso per la fondazione dei diritti. «Non credo alla legge divina - dichiara Dershowitz in un’intervista a la Repubblica del 6 agosto 2005 - La Bibbia è stata scritta dagli uomini, il papa è un uomo, non c’è niente che mi possa convincere dell’esistenza di un essere che da lassù ci dice cosa fare e non fare. I dieci comandamenti impongono doveri assurdi e poi non condannano la violenza carnale. Per la Bibbia l’omosessualità è un male. Chi potrebbe oggi ispirarsi, nella fondazione dei diritti, a un complesso di norme, quelle di ogni religione, obsolete e che nella storia hanno prodotto crimini orrendi? Le crociate, l’inquisizione, la jihad. La legge divina è pericolosa e non vera. Quanto alla legge naturale, è improponibile come base dei diritti. Un piccolo animale ha forse il diritto a non essere mangiato dal leone? E’ assurdo. Non resta che l’esperienza umana, la lunga storia di errori e abusi che rendono necessarie regole e garanzie comuni. Per questo i diritti vanno inventati, sono un prodotto della creatività umana». Inoltre, afferma nell’introduzione al suo libro, «rifiuto la tesi di Aristotele per cui non è possibile definire ciò che sono i diritti se prima non si determina “la natura del modo di vivere più desiderabile”. E’ sufficiente avere una nozione, o un’opinione, di cosa sia una cattiva società e di quali siano le ingiustizie che la rendono tale. Sulla base di questa esperienza delle ingiustizie si possono definire i diritti per prevenire (o almeno diminuire) il ripetersi di esse». «In breve – prosegue più avanti – la teoria del diritto presentata in questo libro è la seguente: I diritti, non derivano da Dio, poichè Dio non parla agli esseri umani con un’unica voce. E i diritti dovrebbero esistere anche nel caso Dio non esistesse. I diritti non derivano dalla natura, poichè la natura è moralmente neutra. I diritti non derivano dalla logica, poichè non è possibile determinare in modo unanime le premesse a priori da cui dovrebbero essere dedotti. I diritti non derivano dalla legge stessa, poichè se così fosse non esisterebbe un punto di partenza sulla base del quale si possa giudicare un determinato sistema giuridico. I diritti derivano dall’esperienza umana, e in particolare dall’esperienza dell’ingiustizia. Dagli errori della storia abbiamo appreso che un sistema basato sui diritti e sulla difesa di alcuni diritti fondamentali, come la libertà di espressione, di e dalla religione, l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto a un giusto processo e alla partecipazione democratica – sono essenziali per impedire il ripetersi degli errori del passato. Partendo dunque dal basso verso l’alto, da un punto di vista che prenda in considerazione tutto il peggio dell’umanità invece che dall’alto verso il basso, da una teoria utopistica della giustizia perfetta, costruiremo i diritti sulla base di tentativi, errori e sulla capacità tipicamente umana di imparare dai propri errori in modo da evitare che si ripetano». Una solida premessa, sulla base della quale tenta, nella parte finale del libro, di approdare a punti fermi, e affrontare alcuni tra i problemi più dibattuti all’interno della società occidentale. Anche in questo riesce bene, giungendo a conclusioni in larga parte condivisibili. Rimangono tuttavia alcune domande senza risposta. Perchè mai Dershowitz, non insensibile ai problemi sociali (si schiera apertamente contro una società divisa in classi) parla così poco di diritti economici? Li ritiene forse di secondaria importanza? O, semplicemente, nascono da ingiustizie delle quali, nel corso della propria storia personale, non ha avuto sufficiente esperienza? E quando, a proposito dell’uccisione di esseri umani per sottrarne gli organi necessari ai trapianti, scrive: «in alcune parti del mondo, ancora oggi si crede che tali pratiche avvengano veramente e quindi è stato costruito un recinto per proteggere i viventi dall’essere uccisi», non lo sfiora il dubbio che i legislatori di quelle parti del mondo sappiano meglio di lui di cosa stanno parlando? Io mi stupisco, piuttosto, che ancora oggi qualcuno creda che tali pratiche non avvengano veramente. E questa non è la sola “ingenuità” presente nel testo.
Luciano Nicolini
Il mostro di Rostow. Che cosa ne facciamo? Il pensatore americano (USA, diciamo meglio) Dershowitz, nel suo “Rights From Wrongs”, cioè “Tutti i diritti dagli errori”, ricusa totalmente ogni genesi del diritto da Dio, dalla natura, dalla legge stessa: piuttosto, appunto, a sviluppare i diritti (il Diritto rischia sempre d’essere un’idea onnivora, onnicomprensiva, totalizzante), sarebbero gli errori, gli sbagli. Una concezione che spazza via, sicuramente, una fondazione del diritto e quindi anche delle leggi che ne derivano, astratta e giusnaturalistica (si sa che il giovane Benedetto Croce, laureando sul “Diritto naturale”, non si laureò poi mai, affermando che sostanzialmente “il diritto naturale non esiste”). La questione è, veramente controversa (da sempre): Rousseau parlava di diritto naturale, ma poi faceva appello al contratto sociale per stabilire la forma di stato, l’organizzazione sociale, le leggi (contrattualismo, appunto). Ora, poi, si parla di “nuovo contratto sociale” (neocontrattualismo, John Rawls, filosofo del diritto e della politica, dato che dire “dello Stato” non ci piace...), con una concezione interessante: “Basta annotare che in una società caratterizzata dalle profonde e contraddittorie differenze d’opinione del Bene, la giustizia come bellezza ci consente almeno di capire come sia possibile e stabile un’unità sociale”. Justice as Fairness, nell’originale: “Giustizia come bellezza”, dove però “fairness” si può tradurre anche come “lealtà”, “equità”, “franchezza”, quindi le accezioni diverse del termine sono tutte rivolte al bello ma anche alla giusta retribuzione. Ora, proprio un libro come quello di Dershowitz, che è un avvocato, oltre che uno studioso e un docente, fortemente “induttivo”, capace cioè di partire dalla prassi giudiziaria, credo possa essere particolarmente utile: anche Errico Malatesta, anarchico geniale di cui chi scrive condivide ben poco ma che ritiene importantissimo, parlava di una società libertaria che comunque dovrà organizzarsi per sanzionare comportamenti illeciti, comportamenti criminali etc. Organizzarsi, sì, in maniera non oppressiva e punitiva come fanno anche gli stati “democratici”. Penso che quest’idea di Malatesta rimanga importante, che però concretamente il problema si ponga, certo a partire dall’esperienza, come Dershowitz ci spiega con molti esempi, con uno stile brillante che, lo si voglia o no, fa il pregio di ogni libro anche “teorico” di scuola anglosassone... Bisogna però, allora, che concretizziamo tutto in modo più chiaro, e in questo Dershowitz e altri ci possono insegnare non poco: anche nell'ottica malatestiana, ma più in genere libertaria, si dovrà far decidere tutti, ma come? Difficilmente tutta la popolazione di un comune (anche à la Bookchin, “municipalismo libertario”) vorrà decidere, potrà farlo, per motivi pratici, condizionamenti culturali etc. Certo, delegare tutto agli “esperti del diritto”, non è l’ideale, ma anche l’illusione che il processo USA (con le “giurie popolari”) sia l’ideale è quantomeno negata dal fatto concreto che molte volte, comunque, il difensore e l’accusatore condizionano, “plagiano”, tali giurie... La “bellezza” rawlsiana è l’utopia, lo scopo ultimo, ma poi bisogna in qualche modo decidere. “Il mostro di Rostow. Che cosa ne facciamo?”, chiedeva qualche anno fa Franco Melandri in un dibattito pubblico sul carcere, ricorrendo a un’iperbole, reale però... Credo sia un tema importante, ma c’è anche il diritto civile, quello patrimoniale, quello amministrativo... Ogni società, libertaria finché si vuole, deve tutelarsi rispetto a crimini che potrebbero condurre a nuove, anche larvate, tirannie. Come? Non ho soluzioni da proporre, ma certo in libri come quello citato all’inizio spunti ne troviamo, e di molto importanti, proprio perché non tutto vien fatto derivare dalla teoria, non sempre “grigia” (Goethe) ma spesso inapplicabile. Comitati di persone più competenti o che studino il problema anche a fatti avvenuti, eventualmente removibili, certo (era l’idea della Comune di Parigi) sono, credo, una soluzione migliore di un’assemblea improponibile anche perché iperemotiva (quante volte la “gente comune” invoca la pena di morte, in specie negli ultimi anni?) Eugen Galasso Ho difficoltà a parlare di Alan Dershowitz Confesso che ho difficoltà (ed anche un po’ ribrezzo) a parlare di Alan Dershowitz e del suo libro sui diritti. Dershowitz è noto ed ha fatto la sua fortuna mediatica per essere il difensore della tortura, seppure - lui propone - sotto controllo giudiziario. In altre sue pubblicazioni si intrattiene persino su un metodo specifico di tortura che lui predilige: il conficcare degli aghi sotto le unghie dei sospettati. Ora che un soggetto siffatto possa dire cose interessanti sui “diritti” mi pare invero paradossale e assai poco probabile. Il libro in questione è in verità piuttosto un tentativo di presentarsi ex post factum come alfiere dei diritti umani e di ricostituirsi una legittimità gravemente pregiudicata dalle sue precedenti posizioni - tra le quali può ricordarsi la difesa della guerra preventiva di Bush. Ora il libro di Dershowitz, oltre a non essere che una passerella banalizzata di tesi che si ritrovano da decenni in libri ben più solidi del suo (si pensi ai “I diritti presi sul serio” di Ronald Dworkin, oppure a “Una teoria della giustizia” di John Rawls), soffre d’un’evidente debolezza. In realtà, i diritti che lui difende si possono sempre travolgere con argomenti utilitaristi o consequenzialistici oppure col ricorso retorico allo stato d’emergenza oppure alla “ticking bomb”. Ora, però, un diritto ha senso proprio se la sua vigenza ha un costo. I diritti non sono pensati per i giorni di festa, ma proprio per quelle situazioni in cui si avrebbe la tentazione di infrangerli. Perchè per esempio dovremmo rispettare la presunzione d’innocenza in caso di un reato scoperto in flagranza ovvero in generale? Perchè si dovrebbe rispettare il principio della non imputabilità dei minori? E perchè non dovremmo estorcere con la forza la confessione a un violentatore? Ebbene, tutte queste cose non le facciamo perchè crediamo che l’individuo e la sua autonomia siano un valore, ed un valore tendenzialmente assoluto - che non cede nemmeno dinanzi al bene collettivo. Per Dershowitz al contrario i diritti sono proprio come vestiti per la domenica: nei giorni feriali si possono dismettere. E’ vergognoso che in un libro che dice che i diritti si ricavano dall’ingiustizia non si reputi come ingiustizia intollerabile proprio la tortura e la riduzione dell’essere umano ad un grumo di sangue dolente. Ma veniamo al punto centrale e teorico del libro. Che è la questione della deduzione o meglio la ricostruzione dei diritti a partire dai “wrongs”, dai torti - diremmo in italiano. Sembrerebbe una soluzione che supera il giusnaturalismo. Ma non lo è affatto. Che cos’è un torto? E’ quello che è tale per il diritto positivo? Se fosse così, basterebbe a creare diritto il tratto di penna di un legislatore. Ma non sembra che sia questa la posizione di Dershowitz. Tra l’altro dei diritti schiacciati su ciò che dice la voce del legislatore sarebbero dei diritti “pointless”, privi della funzione che è loro propria di servire da controllo della cangiante volontà del sovrano. E allora? La verità è che per concepire e percepire una condotta o uno stato di cose come un “torto”, un’ingiustizia, dobbiamo ricorrere ad una teoria morale, e questa, se vuole essere tale, non può certo limitarsi a ciò che detta la morale dominante o a considerazioni prudenziali e utilitaristiche. E dunque come fare per trovare i parametri necessari? Ci vuole una teoria normativa forte, una teoria ideale, vale a dire una teoria della giustizia - che necessariamente si presenta con tratti controfattuali. C’è bisogno insomma - e semplificando - di un po’ di “diritto naturale”. Il quale da Antigone in poi non ha niente a che fare con la legge naturale “descrittiva” (per esempio le leggi biologiche), ma è piuttosto un sistema controfattuale di principi normativi. E’ un “dover essere”, non un “essere”. Mentre il sole riscalda il giusto e l’ingiusto, per sapere chi è il giusto e chi è l’ingiusto dobbiamo rivolgerci a tutt’altra “stella”. Molto meglio di Dershowitz dice Gustav Radbruch, giurista giuspositivista tedesco che dinanzi agli orrori del nazismo fa una virata di centottanta gradi e si converte al giusnaturalismo. Per Radbruch il diritto è sì prodotto umano, ma contiene anche una pretesa di giustizia. Se tale pretesa è intollerabilmente contraddetta, allora la legge è invalida. I diritti umani dunque si possono ricavare dal sentimento universale dell’intollerabile ingiustizia. E’ possibile e ragionevole che non ci si trovi d’accordo su ciò che è giusto, ma è altrettanto probabile che non si disputi dinanzi all’ESTREMA ingiustizia. Dinanzi a questa non c’è considerazione né diritto positivo che tenga. Permettetemi di aggiungere che nelle legislazioni correnti, nazionali ed internazionali, se c’è un’ingiustizia assoluta cui corrisponde un diritto altrettanto assoluto di sottrarsi a tale esperienza di estrema ingiustizia, questa è proprio la tortura. Il fatto che Dershowitz sembri non accorgersene la dice lunga sul suo senso morale e sull’onestà intellettuale che (non) lo contraddistingue.
Massimo La Torre |
||