Barra di navigazione

Cosa rimane (Nicola Chiaromonte)

Elsa Osorio, Lezione di tango

Roberto Giulianelli, Bakunin e la rivoluzione anarchica

Chiara Gazzola, Le urla dal silenzio

 

 

Copertina del libro "cosa rimane"
sei in Cenerentola>archivio>numero84>libri

Cosa rimane (Nicola Chiaromonte)

Quaderni dell’altra tradizione, n. 3, ediz. Fondazione Alfred Lewin – Rivista “Una città”

Il libretto, freschissimo di stampa, riproduce gli atti del convegno su Chiaromonte, intellettuale impegnato – bohémien, svoltosi a Forlì il 22 maggio 2002, per organizzazione della citata rivista, di “Nuova civiltà delle macchine”, associazione culturale, e con il patrocinio dell’Istituto Gramsci della regione Emilia-Romagna e della società editrice Il Mulino.

Pensatore politico asistematico (ma dopo Nietzsche, ha ancora senso il sistema?). Chiaromonte, nato nel 1905 presso Matera, morto d’infarto in un ascensore nel 1972, amico e coetaneo del “lupo marsicano” Ignazio Silone, a differenza da questi non fu mai comunista, anzi implacabile critico del comunismo e del fascismo, né fu mai “cristiano senza chiesa”, come invece Silone, appunto, del quale non ebbe mai la “malinconiatarlo”.

Albert Camus e l’altro grande libertario non anarchico (come lui, del resto) Andrea Caffi, pensatore italo-russo, furono i suoi padri spirituali, diciamo meglio le sue fonti d’ispirazione.  Poliglotta vero, scrisse in francese, italiano, inglese. Fautore del diritto alla disobbedienza, nella linea di Thoreau, Emerson, Tolstoj, Camus, fu anticomunista, vedendo nell’URSS (non a torto, credo, considerando  l’esperienza a posteriori)  quell’inferno   delle   tenebre   che vi    vedeva    Jorge   Semprun (Sanchez), scrittore e partecipante alla guerra civile spagnola. Qualcuno lo ritenne troppo avaro di critiche verso gli USA; diciamo meglio che, riconoscendo nell’Occidente comunque “libero” ( ? Oggi i punti di domanda s’affollerebbero!) il contropotere, anzi meglio contrappeso rispetto all’URSS, tenne a distinguere, senza risparmiare critiche all’estremismo di destra USA (dal maccartismo all’ipermoralismo religioso).

Una sfida, Chiaromonte, da studiare. Libertario assolutamente non anarchico (nonostante qualcuno l’abbia impropriamente definito tale), immoralista, rimane da studiare quale scrittore, pensatore, storico del nostro tempo. Non aveva capito, credo, né il 1968 né gli anni 1970, individuando nei movimenti una longa manus che forse non c’era... se non molto dopo.

Il volume contiene relazioni di Irena Grudzinska-Gross, Gregory Sumner, Wojciech Karpinski,  Ugo Berti, Pietro Adamo, Gino Bianco, Enzo Golino, con una bella prefazione di Franco Melandri, amico redattore di Una città

Eugen Galasso

Inizio pagina

 

Elsa Osorio, Lezione di tango

Edizione Guanda, 2006

Lezione di tango, il cui titolo originale è Cielo de Tango, è un appassionante romanzo ambientato tra Parigi e Buenos Aires, che racconta la storia dell’Argentina: le prime lotte sindacali contro i ricchi possidenti, il peronismo, il recente crollo finanziario che ha sconvolto il paese.

Anna, una sociologa di origine argentina incontra in una milonga parigina Luis, regista argentino che è in Francia in cerca di finanziamenti per un suo imminente progetto. Entrambi hanno la passione del tango e scoprono di avere degli antenati in comune: Hernan e Asuncion, innamorati l’uno dell’altro e ballerini.

La Osorio attraverso Hernán e Asuncion ci narra l’evoluzione del tango, dai caffè della Boca, frequentati da socialisti e anarchici, ai salotti francesi di inizio novecento. E attraverso questi personaggi osserva le mutazioni che ha subìto: “Non facevamo queste figure ai nostri tempi”, “Perfetti questi ganchos cruzados”, “Ti immagini se avessi dovuto farli con i vestiti lunghi di allora?”

In effetti, osservando i tanti ballerini che si incontrano nelle moderne milonghe, si nota uno stile affettato,  e sorge il dubbio  che  il ballo originario fosse più rude, meno leccato: in fondo si tratta pur sempre di un ballo popolare.

Questa lettura mi ha fatto fare alcune riflessioni su ciò che si sente dire del tango (e in questo periodo se ne parla e se ne scrive molto):

 “ballato nei bordelli” – in realtà era ballato dalle classi meno abbienti, dagli immigrati, ed è chiaro che la prostituzione è presente laddove c’è povertà;

“malvisto dalla borghesia” - il ballo dei loro nemici, dei socialisti e degli anarchici. A proposito, il rosso e nero degli abiti potrebbe avere un significato politico?

Tornando al romanzo, convince poco l’intreccio amoroso tra borghesi e proletari, una pratica più diffusa nelle favole, che nella realtà.

 

Lucrezia Avitabile

Inizio pagina

 

Roberto Giulianelli, Bakunin e la rivoluzione anarchica

Casalvelino Scalo, Galzerano, prima edizione 1998, rieditato e disponibile

giuseppe.galzerano@tiscanlinet.it    

Si tratta di uno studio rigoroso e anticonvenzionale, nel senso che è scientifico, non militante, che contestualizza storicamente e biograficamente Bakunin (semmai manca, ma a ragione, un approccio psicologico), che non disdegna di relazionare Bakunin con le sue origini di “giovane hegeliano”, in particolare nei rapporti con Arnold Ruge, Karl Marx, Friedrich Engels - inutile qui rimarcare le differenze e le polemiche, che Giulianelli esplicita in modo convincente - nelle polemiche successive con Mazzini e Lassalle.

Da un lato, dunque, un Bakunin tributario del  suo tempo (Ottocento) e dello spirito del suo tempo, dall’altro un eversore totale, non solo un utopista.

Un autore, Bakunin, certo sottovalutato da chi ha studiato per bene la sinistra hegeliana (Karl Loewith, Sidney Hook, Claudio Cesa, Aldo Zanardo, mentre qualche spunto in più c’è in Auguste Cornu), ma che qui assume un rilievo importante, monografico, dove forse un solo rimprovero può esser valido: quello di non aver accentuato il Bakunin negatore di tutto, di ogni valore tradizionale, di Dio e dello stato, fautore di un ateismo postulatorio (l’uomo, cioé, deve negare Dio per essere libero) ma anche di un antistatalismo che non ammette condizioni compromissorie; dove, al di là di ogni analisi moderna  e post-moderna (Deleuze, Guattari, Foucault ma non solo), v’è la posizione di altri libertari (Francesco Saverio Merlino, Daniel Guérin) che risulta molto più possibilista, meno da “tutto e subito”.

Bakunin è l’accensione, la miccia, forse ora bisogna pensare al come relazionarsi. Considerazioni politiche? No, più che altro storico-sociologiche, il che non toglie nulla al valore dell’opera recensita, anzi invita a leggerla e a entrare in sinergia (anche critica) con essa.

  Eugen Galasso

Inizio pagina

 

 

Chiara Gazzola, Le urla dal silenzio

Reggio Emilia, Aliberti, 2006

 Le urla dal silenzio non è (...) un libro teorico. (...) L’approccio dell’autrice rimane in qualche modo fenomenologico (...). Quelle di cui ci parla sono innanzitutto paure di donne: il buio; l’estraneità e le somatizzazioni di un figlio; l’impossibilità a procreare; la dicotomia successo - rigore; l’handicap; uno stupro subito; l’approssimarsi della morte; la tragica perdita di un compagno. Ciascuna di queste ‘storie vere’ (...) va a comporre una variegata sintomatologia del disagio che non diventa mai constatazione di invivibilità della vita. (...)

Passando a un orizzonte maschile, la Gazzola usa significativamente l’intervista, dunque uno strumento in qualche modo oggettivo, per esprimere il punto di vista di ciascuno, spesso inerente alla sua figura professionale. (...)

L’autrice conclude il suo excursus con un attraversamento rischioso e suggestivo del cinema di Kubrick, Kusturica, Von Trier, Gonzales Inarritu e i Wachowski (...)”

 (Dalla prefazione di Paolo Vecchi)

Inizio pagina