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Dimenticare Venezia?

Festival di Venezia: Anne Hathaway - Foto Luca Baroncini 2006

 

Nuovomondo

Il Diavolo veste Prada

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Dimenticare Venezia?

Venezia 63 - Lido di Venezia  (31 agosto - 9 settembre 2006)

In attesa di verificare l’impatto del nuovo festival di Roma, pardon “Festa”, si è appena conclusa la sessantatreesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Come ogni anno le aspettative di un giusto compendio di arte, intrattenimento, scoperta e mondanità si sono dovute scontrare con i limiti oggettivi di un evento sempre più inaccessibile ai più e arroccato sulle proprie solide credenziali. Appena sbarcati al Lido la sensazione è di immobilità, come se per tre anni, diciamo a partire da quando è cominciata l’ottima direzione di Marco Müller, il tempo si fosse fermato. Stessi loghi sparsi ovunque, stesso telone bianco a ricoprire un Palazzo del Cinema in evidente bisogno di ristrutturazione, stessi Leoni in bronzo creati dallo scenografo Dante Ferretti per impreziosire la passerella, stessa sigla ad accompagnare l’inizio dei film in programmazione, stesse facce coperte dagli stessi occhiali scuri negli uomini della sicurezza, addirittura stessa musica di sottofondo a introdurre attori e registi mentre calpestano l’agognato tappeto rosso. Se si scattasse una fotografia del lungomare Marconi, si farebbe fatica a distinguere l’anno in corso dai due precedenti. Qualcosa però è anche peggiorato. L’organizzazione, infatti, anziché godere del rodaggio dato dall’esperienza (già dal 2005 l’accesso alle sale comporta il controllo delle borse e il passaggio sotto ai metal-detector), ha subito un ulteriore irrigidimento. Sempre più file per tutto, nonostante il calo delle presenze, e una sempre minore attenzione al pubblico, sia quello pagante che gli accreditati, con l’impossibilità di seguire tutti gli eventi causa accavallamenti e programmazione dei film a orari notturni improponibili. Per tacere dei controlli antiterrorismo, con ingiustificati trattamenti differenziati a seconda della sala frequentata e l’assenza di direttive univoche. Impossibile stabilire se sia la concorrenza di Roma ad avere peggiorato le cose, sta di fatto che, weekend a parte, è pure calato il numero degli spettatori. Forse il motivo è anche nelle numerose disdette delle star. Raro comunque il tutto esaurito e se non fosse per gli accreditati, in parecchie proiezioni le delegazioni dei film sarebbero state accolte da un esiguo pubblico pagante. Bisogna anche sottolineare che per alcuni titoli programmati in prima serata il biglietto poteva arrivare a costare anche 38 euro, quindi per i film meno accattivanti era difficile riempire i 1200 posti della Sala Grande. L’aumento dei prezzi ha interessato un po’ tutti settori del Lido, dalla ristorazione (panini a 4 o 5 euro), al biglietto del vaporetto (salito quest’anno a ben 5 euro).

Uscendo dalla questione organizzativa, che comunque nel seguire una manifestazione per 10 giorni ha il suo peso, il programma si è rivelato disomogeneo: una buona selezione per il “Concorso”, con 21 titoli in grado di offrire una panoramica mondiale significativa; una sezione “Orizzonti”, nata due anni fa per dare risalto alle nuove tendenze internazionali, con 19 titoli passati nella quasi totale indifferenza (nemmeno i giornali ne hanno parlato granché, a parte il bel documentario di Spike Lee “When the Levees Broke”, dalla durata fiume di 4 ore e 35 minuti, che ha vinto puntando il dito sull’inefficienza con cui la protezione civile è intervenuta a New Orleans dopo il devastante passaggio dell’uragano Katrina); una sezione “Settimana Internazionale della Critica”, gestita autonomamente dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, e dedicata a opere prime e seconde, che si conferma pretenziosa e intellettualistica (unica eccezione il bello e giustamente premiato “A Guide to Recognizing Your Saints” di Dito Montiel, prodotto da Sting insieme alla moglie Trudie Styler) e un’ottima sezione “Giornate degli Autori” che, nata l’anno scorso come luogo di scoperta, ricerca e innovazione, ha proposto alcuni dei titoli più interessanti dell’intera manifestazione. Tra i più significativi: l’italiano “Come l’ombra”, di Marina Spada, che racconta una storia di emigrazione, sfruttamento e solitudine senza inciampare nella denuncia sociologica; l’originale noir spagnolo “La notte dei girasoli” di Jorge Sanchez Cabezudo; la coproduzione “La stella del soldato” del documentarista Christophe de Ponfilly, basato sulla storia vera di un soldato russo chiamato alle armi nel 1984, mandato in Afghanistan e fatto prigioniero dal guerrigliero-poeta Massoud; e l’intenso “Reves de poussière” di Laurent Salgues, che affronta il poco conosciuto fenomeno delle migrazioni interne, con un nigeriano che si sposta in Burkina Faso per cercare fortuna nelle miniere d’oro. Quanto ai premi attribuiti dalla giuria, presieduta da Catherine Denevue, il vincitore del Leone d’Oro “Still Life”, del cinese Jia Zhang-Ke, lo    hanno   visto    in   pochi, festival già avviato e programmato a orari impossibili. Appare poi fuori luogo il riconoscimento ad Alain Resnais come Miglior Regista per l’elegante ma senile “Piccole paure condivise”; sembra frutto di un compromesso la creazione di un Leone d’Argento Rivelazione per Emanuele Crialese con l’applaudito “Nuovomondo” (come si può parlare di “rivelazione” riferendosi a un regista che è già al terzo film di cui il secondo, “Respiro”, era in cartellone a Cannes ed è stato venduto in più di 30 paesi?), mentre si è solidali con la giuria per il premio a “Daratt” di Mahamat S.Haroun, primo film del Ciad a essere ammesso in concorso e capace di parlare con stile personale delle devastanti conseguenze di una guerra civile nella vita quotidiana, quando un criminale di guerra si ricicla in placido panettiere. Per quello che riguarda gli attori, la Coppa Volpi a Helen Mirren pare un atto dovuto. La bravissima attrice inglese interpreta infatti con grande classe la regina Elisabetta d’Inghilterra nel riuscito “The Queen” di Stephen Frears, forse uno dei migliori film visti a Venezia (premiato anche con l’Osella d’Oro per la spumeggiante sceneggiatura). Resta invece un mistero il premio all’americano Ben Affleck, protagonista di “Hollywoodland” di Allen Coulter. Sergio Castellitto, pur nel non completamente riuscito “La stella che non c’è”, di Gianni Amelio, lo avrebbe meritato sicuramente di più.

 

Luca Baroncini

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Nuovomondo

di Emanuele Crialese con Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Aurora Quattrocchi, Francesco Casisa

L’uomo antico abbandona le sue radici per abbracciare un mondo nuovo, in cui le incognite sono tante ma è forte la speranza di un concreto benessere. Emanuele Crialese, al suo terzo film, affronta il tema tanto attuale dell’emigrazione. Questa volta l’Italia non è la meta da raggiungere, come il presente ci insegna, ma il punto di partenza. La vicenda, scritta e diretta da Crialese, è infatti collocata temporalmente a inizio secolo e si concentra su una famiglia in fuga da un paesino della Sicilia con destinazione Ellis Island, porta di accesso agli Stati Uniti. Il film è suddiviso in tre parti. Nella prima, la più vicina per le atmosfere al precedente “Respiro”, mostra le rocce, il vento, i riti propiziatori e descrive l’arcano che avvolge i preparativi della partenza della famiglia Mancuso. Il corpo centrale è la traversata sulla nave, con uno sguardo corale che si sofferma sulla famiglia protagonista e su una giovane inglese in cerca di marito per poter essere ammessa in America. La parte finale, invece, è incentrata sui test a cui gli emigranti devono sottoporsi dopo il lungo viaggio per essere definitivamente accettati. L’aspetto interessante della pellicola è, oltre alla peculiarità del tema trattato, la personalità dello stile di Crialese. Evita qualsiasi approccio naturalistico e alla realtà nuda e cruda preferisce il mito. Con notevole capacità visionaria, tra l’altro. Basta vedere come rende per immagini la partenza della nave dalle coste siciliane: una massa umana che si separa senza che il mare sia mai visibile; così come è efficace l’esplicitazione della tempesta incontrata durante il viaggio mediante il groviglio dei corpi in preda ai marosi all’interno della nave. Ed è molto felice anche l’idea dell’entrata in una nuova vita attraverso il bagno surreale e simbolico in un mare di latte, rigenerante e nutriente. Finalmente un regista che osa strade nuove tenendo comunque presente di avere un pubblico a cui rivolgersi.

 

Luca Baroncini

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Il Diavolo veste Prada

di David Frankel con Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Emily Blunt

Sembra scontato, ma realizzare una commedia che sappia cavalcare un sentire contemporaneo dando il giusto spessore ai personaggi, con battute azzeccate e senza eccessivi cedimenti al buonismo, è invece cosa molto difficile. E “Il Diavolo veste Prada” di David Frankel, già apprezzato regista televisivo (tra gli altri, ha diretto qualche episodio di “Sex and the City”) centra appieno il bersaglio. Lo spunto è l’omonimo romanzo di Lauren Weisberger e la vera forza del film sono la scorrevolezza della narrazione e gli interpreti. La sceneggiatura di Aline Brosh McKenna è infatti ben calibrata, crea immediata empatia con lo spettatore e si mantiene leggera  pur comuni

cando un punto di vista interessante. Forse può risultare banale, ma qualcuno che dica “non annullare te stesso per realizzare il sogno di qualcun altro”, motivandolo, tra l’altro, senza che si riduca a mero slogan, è in realtà meno banale di quanto si pensi. Così come non lo è un finale dove la protagonista non è perdente (ehi, siamo pur sempre in America!) ma per vincere deve accettare più di un compromesso.

Quanto agli interpreti, Anne Hathaway incarna perfettamente le sembianze dell’americana di provincia (forse risulta eccessivo solo il suo totale disinteresse per tutto ciò che è moda); Stanley Tucci riesce miracolosamente a non ridurre il suo personaggio a una macchietta gay; ma la vera anima del film è Meryl Streep. Pettinata come Crudelia de Mon e ispirata, a quanto si legge, ad Anna Wintour, leggendaria direttrice dell’edizione americana di “Vogue”, sprizza carisma ad ogni inquadratura e riesce a trasformare la classica “cattiva” in un personaggio sfumato. Determinante, dato il soggetto, il contributo di abiti, ovviamente griffati, ed eleganti scenografie, così come la colonna sonora che allinea, non senza ruffianeria, alcune hit celeberrime.

L’operazione ha un chiaro intento commerciale: intercettare una larga fascia di pubblico puntando sull’interprete fresca che piace ai teen-ager e sulla veterana, più gradita agli adulti; così come non è casuale l’ambientazione nel mondo della moda, da sempre nell’interesse delle vendutissime riviste di gossip. Ma ciò non inficia la qualità, superiore alla media, del risultato.


Luca Baroncini


 

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