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Ottobre: hanno riaperto le scuoleFoto Luca Baroncini 2005

La Cina sta invadendo i territori asiatici della Russia!

    

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Ottobre: hanno riaperto le scuole

La guerra continua e la legge finanziaria è dietro l’angolo

C’è chi studia, chi lavora, e chi, salute permettendo, si gode la pensione. Ma ottobre, per tutti coloro che hanno studiato o stanno studiando (oramai la grande maggioranza della popolazione italiana), rimane il mese in cui le scuole, messi alle spalle i primi faticosi inizi, riprendono a funzionare a pieno ritmo.

Gli studenti delle elementari e delle medie non hanno trovato grandi novità, al rientro dalle ferie. Neppure quelli dell’università, anche se il nuovo ministro Mussi, perlomeno, ha ridotto l’impatto dell’incredibile provvedimento con il quale si regalano esami agli appartenenti ad alcune categorie “convenzionate”, come i dipendenti del ministero dell’interno.

Soltanto, gli studenti hanno appreso dai giornali che, in un’indagine di fonte cinese, una sola università italiana compare fra le cinquecento migliori del pianeta: quella di Roma, classificata, appunto, al cinquecentesimo posto. Non sappiamo quanto ci sia da fidarsi di tali classifiche. Di certo, da quelle parti, checchè ne dica il presidente del consiglio, non siamo molto stimati.

A quanto affermano i maggiori quotidiani (e soprattutto “la Repubblica”, vera e propria “Pravda” del governo Prodi), sarebbe invece grande il prestigio degli Italiani in qualità di diplomatici. Ora tutti ci desidererebbero come mediatori: i Libanesi, gli Hezbollah, i Palestinesi, gli Israeliani, persino gli Iraniani!

Il governo USA, quello stesso governo che aveva trattato sprezzantemente le truppe italiche in Irak e in Afghanistan, si rammaricherebbe adesso di non aver approfittato finora di tanta capacità. Sarà vero?

Chi vivrà (è proprio il caso di dirlo), vedrà. Di certo, in entrambi i conflitti mondiali del Novecento, i nostri governi sono stati in grado di presentarsi all’inizio come alleati dei perdenti e, al termine, come alleati dei vincitori: il che dimostra capacità diplomatiche non trascurabili.

Ottobre è anche il mese in cui infuriano le rituali discussioni sulla legge finanziaria, la legge con cui, ogni anno, col pretesto di ripianare il deficit dello stato, ci vengono vuotate le tasche. C’è, tra i governanti, chi vorrebbe tagliare ancora le pensioni, nonchè gli stipendi dei pubblici dipendenti. Nessuno, naturalmente, parla di tagliare le spese militari, o gli sprechi dei potenti.

Non sia mai! Verrebbe meno il tanto faticosamente riconquistato “prestigio nazionale” o, peggio, quello dell’attuale classe dirigente...

 Del resto, quando, qualche tempo fa, Bertinotti propose che lo stipendio di un dirigente non potesse superare di dieci volte quello di un suo dipendente, lo sdegno, fra i parlamentari, fu unanime. E “don Fausto” venne accusato di estremismo egualitarista.

 Di “eguaglianza”, peraltro, parla sempre meno anche la cosiddetta “sinistra”.

La manovra è furbetta: si è cominciato col dire che, in una società globalizzata, la “diversità” è un valore da salvaguardare; che il termine “eguaglianza”, quindi, deve essere evitato, e che è bene, piuttosto, parlare di “giustizia”. Peccato che il concetto di “giustizia” non sia lo stesso per tutti, e che nessuno possa impedire a lor signori di ritenere “giusto” che ci sia chi guadagna venti volte più d’un altro...

Ma quando, alla fine del Settecento, si cominciò a lottare per l’eguaglianza, si alludeva all’eguaglianza di diritti, non al fatto che tutti dovessero fare lo stesso mestiere o aderire alla stessa religione. E quando, nel corso dell’Ottocento, si sviluppò il socialismo, si cominciò a lottare anche per l’eguaglianza economica, non perchè tutti mangiassero i medesimi piatti o vestissero allo stesso modo.

Non ci stancheremo di ripeterlo: sostituire il termine “eguaglianza” con “giustizia” è troppo spesso un modo per far rientrare dalla finestra ciò che per due secoli si è cercato  di far uscire dalla porta.  

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La Cina sta invadendo i territori asiatici della Russia!


Una notizia di questo genere farebbe immediatamente il giro del mondo, provocando commenti, polemiche, articoli e discussioni a non finire.

Invece se ne parla pochissimo. Già, perché ad invadere la Siberia non sono le truppe dell’esercito popolare di liberazione cinese, bensì migliaia di immigrati con gli occhi a mandorla. L’incapacità della Russia post sovietica nel governare le sue lontane province asiatiche, la debole dinamica economica di Mosca, contrapposta alla esplosiva crescita del Celeste Impero, nonché i differenziali demografici tra i Russi e i Cinesi stanno determinando un progressivo cambio di popolazione in quelle lontane (dall’Italia) regioni del mondo.

Oggi, nell’estremo oriente russo, vivono circa 6 milioni di Russi e 2 milioni e mezzo di Cinesi. Se continueranno gli andamenti demografici attuali e se proseguirà l’emigrazione dei Russi verso l’occidente (ogni anno migliaia di giovani diplomati lasciano la Siberia per andare a Mosca o all’estero), si prevede che nel 2010, a fronte di 4 milioni di Russi, vi saranno 10 milioni di Cinesi.

La progressiva penetrazione cinese sul suolo russo non avviene esclusivamente attraverso l’emigrazione di intere famiglie. I terreni lasciati incolti dalla scomparsa delle fattorie collettive sovietiche vengono occupati da agricoltori cinesi. I prodotti dei campi sono venduti a imprese commerciali cinesi che li distribuiscono in tutte le città siberiane. L’intera struttura economica della Russia orientale è in via di rapida “cinesizzazione”. Vi è anche un aumento della presenza delle imprese cinesi, che vincono gare appaltate dalle amministrazioni locali. Infine, ma non è solo una nota di colore, anche la criminalità organizzata cinese sta sistematicamente sostituendo quella russa, con gli indigeni confinati spesso al solo ruolo di bassa manovalanza.

Con tutta probabilità, questo fenomeno è un evento che trova spiegazione nelle grandi differenze tra le dinamiche economiche e demografiche di questi due immensi paesi confinanti. Tuttavia molti osservatori coltivano il sospetto che l’emigrazione cinese in Siberia sia ormai sistematicamente incoraggiata dal governo di Pechino. L’obiettivo è riprendere il controllo sui territori a Nord degli attuali confini, ceduti ai Russi nel XIX secolo.

La dirigenza cinese sa, con l’esperienza di chi ha una storia millenaria alle spalle, che anche se alcuni processi richiedono tempi lunghi, tuttavia, una volta avviati, portano a risultati rilevanti.

La Siberia ha molte attrattive per i Cinesi. Ampi spazi disabitati, grandi foreste piene di legname, notevoli risorse minerarie (oro, diamanti, gas e petrolio). Inoltre, in una fase di riscaldamento globale del pianeta, paradossalmente, le regioni siberiane rischiano di diventare appetibili: grazie ad una crescita di alcuni gradi della temperatura ampie aree potrebbero diventare coltivabili. Insomma, la Siberia potrebbe rappresentare per la Cina del XXI secolo quello che l’Ovest ha significato per gli Stati Uniti nel XIX: in questo virtuale “remake” dell’epopea del West, i Cinesi sono i coloni, mentre il ruolo degli Indiani è lasciato ai biondi e pallidi Russi.

 

Toni Iero

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