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Ancora su: "Vivere senza padroni"

 

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Ancora su : “Vivere senza padroni”

Sullo scorso numero di Cenerentola, abbiamo lungamente discusso intorno al libro di Stefano Boni “Vivere senza padroni. Antropologia della sovversione quotidiana” (Milano, Eleuthera, 2006). Nell’articolo che segue, l’autore risponde.

Per chi non avesse il numero 83 della rivista, gli scritti cui Boni fa riferimento (richiamati con i cognomi dei redattori) sono disponibili nel sito www.cenerentola.info

 

Cerco di rispondere alle osservazioni che sono state mosse.

Condivisione

Continuo a pensare che, confrontata con una socialità “media” del mondo occidentale contemporaneo, il “noi” ha una spiccata dimensione collettiva (Galasso). Questa è sia un anelito ribadito di frequente, che una prassi (case collettive, comuni, scambio di oggetti, progettualità di gruppo, momenti di lavoro allargato, una volontà di moltiplicare cene e feste aperte). Quanti altri settori della società italiana possono vantare una tale intensità di condivisione non gerarchica? Non è una condivisione assoluta ­ certo - è problematica ­ certo - ma pur sempre presente, praticata.

Isolamento

Da quanto detto sopra, sinceramente mi sorprende l’accusa di “isolamento”. Come spiegato nel libro, si tratta di ambienti sociali estremamente permeabili e socievoli. C’è un flusso continuo di persone diverse che passa per situazioni, contesti, case, feste, viaggi, cene legate al “noi”. Viene, provocatoriamente, da chiedere: perché dovrebbe essere isolato il “noi” con cui i redattori di Cenerentola non sono entrati in contatto e non chi caratterizza il “noi” come isolato? Mi viene in mente, con un sorriso, mio padre (persona solitaria) che mi accusava di essere “chiuso” quando faccio difficoltà a vivermi le mie variegate relazioni con l’intensità che desidererei dedicare loro. Spesso l’accusa di “chiusura” (e questo vale a prescindere da dove venga) indica una incapacità o non volontà di stabilire una relazione.

Nei commenti dei redattori si percepisce una lontananza culturale associata, a tratti, ad una affinità ideologica e politica­ che, a volte, risulta, nella proiezione dei propri immaginari su una comunità che ne è estranea, con conseguenti giudizi frettolosi. Baroncini si sofferma sull’aspetto estetico e sulle canne. Ribadisco che non sono un elemento caratterizzante e sono citate nel libro solo come circuito di condivisione e reciprocità; mi auguro, peraltro, di condividere con i redattori e i lettori di Cenerentola il desiderio che, nella società che ci immaginiamo, sia il singolo a decidere quanto e come drogarsi, nell’ovvio rispetto degli altri. Avevo attentamente evitato di trattare il tema del “libero amore” ma Galasso (in base a che cosa non si capisce) crede che nel circuito che descrivo “i rapporti di gelosia siano oggi assolutamente prevalenti”; da ciò che ho visto, non mi risulta. Galasso e Avitabile sembrano anche convinti che si tratta di una cultura giovanile che genererà, in futuro, arrampicatori di vario genere. In realtà, le prassi che descrivo non coinvolgono ragazzini: molti hanno passato la trentina e c’è chi si avvicina ai cinquanta; la gente descritta nel libro vive secondo questi canoni da - per lo meno - un decennio e nessuno si sta trasformando in politico, imprenditore o giornalista (professioni aborrite).

Sono anarchici?

Una precisazione rispetto alla classificazione di Nicolini che sostiene, che dagli elementi da me forniti, parrebbe trattarsi di aderenti a una “sinistra statalista solo parzialmente contaminati da idee anarchiche”. In realtà, la maggior parte - come spiegato nel libro - non vota anche se pochi si prendono la briga di rivendicare un credo anarchico e ancora meno si muovono attivamente nei circuiti riconosciuti come anarchici. Caratterizzarli per l’apparenza (Baroncini) è fuorviante perché l’aspetto è - vi assicuro - estremamente variegato. In questo circuito gira saltuariamente stampa anarchica variegata (romanzi, fumetti, giornali) ma la gente è più interessata a cercare soluzioni pratiche per la propria vita piuttosto che soffermarsi sugli scritti.

Un punto che mi sembra centrale è come vada concepito l’essere anarchico/a. Per me un anarchico non è uno che ha letto i classici dell’anarchia, che ne conosce la storia, che partecipa alle manifestazioni. Per me un anarchico è qualcuno che nella sua quotidianità cerca - nei modi che ritiene migliori - di scardinare un sistema di potere. Questo lo facciamo tutti, anche gli elettori dei vari partiti. Diventa discriminante il livello, l’intensità con cui si agisce nella prassi rispetto a questioni centrali come quelle di seguito.

… Possiamo scegliere quanto/ come farci reprimere e scandagliare possibilità di sottrazione dalle costrizioni imposte dal potere.

… Possiamo scegliere di non alimentare il motore della produzione capitalistica fornendo la benzina ovvero soldi nel consumo e manodopera per la produzione. Personalmente, non vedo cosa ci sia di libertario nell’accettare lo sfruttamento del lavoro salariato (Avitabile); ritengo molto più sensato evitare, con un po’ di fantasia, di fare lavori in cui ci facciamo sfruttare ­magari nella precarietà e rinunciando ad agi e comodità. Questo è fondamentale perché permette di riappropriarsi del tempo di vita piuttosto che cederne la metà ai vari padroni; riappropriarsi del tempo, a sua volta, permette di uscire dalla morsa del mercato tramite l’autosussistenza, il riciclaggio, il mutuo appoggio, la riduzione dei consumi (Leccardi). Chiunque, per quanto gli è possibile, si sottrae nel lavoro e nel consumo ­alle dinamiche del mercato contribuisce a minare la macchina che ci stritola.

… Possiamo, nella quotidianità della vita, allargare gli ambiti in cui le decisioni sono realmente condivise, mettendo in pratica il metodo del consenso ed imparando ad affrontare le sue insidie. Contribuire a generare persone in grado di partecipare in maniera efficace ed egualitaria alla presa di decisioni collettive, credo, debba essere uno degli obbiettivi centrali del movimento anarchico oggi. I riferimenti alla Spagna rivoluzionaria (Nicolini), servono a riconoscere la possibilità di una organizzazione non gerarchica ma ci troviamo, oggi, di fronte ad una umanità fortemente individualizzata e non abituata a processi decisionali condivisi e partecipati perché i luoghi principali della nostra socializzazione sono strutture fortemente gerarchiche o con scarsa capacità di coinvolgimento (famiglia, scuola /università, azienda, comunità cittadina).

… Possiamo manifestare - come ciascuno crede - giornali, certo, ma anche azioni dirette, o conversazioni quotidiane, la nostra insofferenza rispetto alle castrazioni e violenze che subiamo noi e il nostro territorio.

Questi ambiti delineano una prassi libertaria che mi sembra più importante delle identità proclamate, delle letture fatte, delle manifestazioni a cui si era presenti.
Nel “noi”, c’è - da quanto ho visto - la volontà di confrontarsi e la ferma credenza che le vie per minimizzare il potere possono essere molteplici e possono essere tutte criticate ma rispettate se vanno in questa direzione. Baroncini e Avitabile credono che il “noi” sia poco incisivo. Dipende quali criteri sono utilizzati per misurare l’azione politica. A me sembra importante vedere che esiste un embrione di società che va in una direzione libertaria. Credo, anche, che una alternativa reale a questa società passi per il consolidarsi di una cultura, di un modo di vita e non attraverso la propaganda. Mi sembra evidente che le forme “ortodosse” di militanza politica praticate per decenni, anche dagli anarchici, (convegni, mobilitazioni, informazione cartacea) si sono mostrate - negli ultimi decenni - poco efficaci considerando sia l’intensità del potere nel mondo che l’attuale diffusione delle idee libertarie. Inoltre mi sembra che costruirci un’alternativa pratica nella nostra vita quotidiana sia più sensato perché, da un lato, ci si allena a vivere secondo i principi che si proclamano; dall’altro, ogni pezzo di vissuto coerente ­ per quanto potrebbe essere considerato poco significativo - è di per se libertario, mentre le parole hanno bisogno di una prassi (che raramente segue alle parole) per acquisire un senso compiuto.

Dagli interventi sembra emergere un riconoscimento che alcune delle prassi descritte sono in sintonia con le opinioni dei redattori (decisioni non autoritarie) mentre su altri aspetti (diversi canoni di ordine e di dignità, rifiuto del lavoro salariato) esistono divergenze. Appare evidente che il fare politica del “noi” non è quello dei redattori: possiamo forse trovare un punto di accordo nel riconoscimento che è bene che ciascuno pratichi la strada in cui crede, tenendo conto che l’obbiettivo è di eliminare tutte le forme di prevaricazione, sfruttamento, privazione di libertà e valutando la propria incisività e quella degli altri rispetto a questo scopo. Il libro è teso a raccontare che c’è un circuito di persone che nella prassi porta avanti ­ parzialmente ­ ideali libertari. Dato lo stato asmatico dell’anarchia in Italia, mi sembra ­ opportuno approfondire le convergenze possibili senza fermarsi a contrasti sulle apparenze e senza proiettare sull’altro degli immaginari fuorvianti che inibiscono il confronto su questioni più serie quali il (dis)valore della legalità, la possibile sottrazione dal giogo del lavoro salariato, i benefici e rischi della tecnologia, la diffusione di pratiche di decisione egualitarie, l’importanza della prassi.

Un abbraccio caloroso a tutti

 

Stefano Boni

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